L’esca (1995), di Bertrand Tavernier

di Laura Pozzi

L’esca (L’appat) di Bertrand Tavernier è un’opera inspiegabilmente finita nel dimenticatoio. Vincitore a sorpresa (battendo il super favorito Smoke di Wayne Wang) dell’Orso d’oro a Berlino nel 1995, il film uscito nelle sale con divieto ai minori di 18 è divenuto nel tempo un’ invisibile “di lusso” difficilmente reperibile o rintracciabile in supporti audiovideo o all’interno di palinsesti tv. Del resto lo stesso contestatissimo verdetto fu accolto alla Berlinale tra fischi e sberleffi, quasi a voler preannunciare l’inevitabile e triste prologo di un’opera paradossalmente destinata all’oblio.

Nathalie (un’intrigante e molesta Marie Gillain) è una giovane e disinvolta commessa di boutique che sogna di far soldi e sfondare nella moda. Le sue giornate caratterizzate da noia e monotonia di un lavoro alienante vengono in parte compensate da stimolanti incontri notturni all’interno di locali trendy dove è possibile imbattersi in facoltosi clienti “che contano” (ai quali lascia intendere facili e appetibili “ricompense”) in grado di introdurla nel magico mondo dorato intravisto e sognato solo attraverso cover di riviste glamour o articoli di gossip. I suoi assi nella manica sono bellezza e spavalderia miste ad una diabolica ambizione degna di un’autentica dark lady. Amorale e disinibita quanto basta è lei insieme al fidanzato Eric e al coinquilino Bruno ad architettare un folle piano a scapito dei suoi “contatti” meticolosamente trascritti e custoditi all’interno di una agenda sacra come la Bibbia. Dentisti, avvocati, imprenditori nessuno intende opporre resistenza alle seducenti avances di una sfacciata e spregiudicata ventenne parigina trasformatasi di colpo in un’esca letale capace di giustificare e considerare un omicidio uno spiacevole incidente di percorso. Lo spietato terzetto dopo una serie di colpi andati a vuoto si tingerà mani, indumenti, ma non coscienza di sangue, uccidendo e massacrando due malcapitati di turno. Fino a quando i futuri mostri in prima pagina saranno costretti ad ammettere i propri crimini, pur continuando a sperare di farla franca

La storia di questo film si ispira a fatti realmente accaduti a Parigi negli anni ’80. Il regista lì ha ambientati ai nostri giorni cambiando i nomi dei personaggi” .Tavernier apre il suo quindicesimo lungometraggio sottolineando in modo incontrovertibile la natura profondamente attuale di fatti riconducibili ad un’epoca distante solo cronologicamente. Tratto dal romanzo inchiesta di Morgan Sportes e sceneggiato insieme alla ex moglie Colo O’ Hagan la vicenda si ispira agli efferati omicidi avvenuti a Parigi nel 1984. Il regista posticipa l’azione di un decennio, puntando il dito fin dalle prime immagini sul vuoto sociale che attanaglia una generazione priva di valori e fondamenta.  Siamo ancora nell’era pre internet, ma la società dell’apparenza sa già come instradare e propinare ai suoi figli un reale possibile e tollerabile solo nella finzione. Così in assenza di social, influencer e visualizzazioni persino un capolavoro come Scarface di Brian De Palma diviene per i tre giovani e acerbi criminali viatico ideale da studiare ed emulare. La banalità del male pur essendo avulsa da tempo e confini è sempre a portata di mano mostrando ancora una volta il suo carattere subdolo ed estremamente adattabile.

Quello che sconcerta di più di un’opera che a distanza di 25 anni non smette di alimentare disagio e disgusto è tutto ciò che non viene detto e mostrato. Tavenier proprio per evitare facili sensazionalismi o scandali annunciati lascia volutamente fuori campo i momenti più crudi delle esecuzioni, focalizzando l’attenzione sulle glaciali reazioni di Nathalie che dietro una porta chiusa stempera e nega l’evidenza attraverso una musica sparata ad alto volume in grado di coprire le grida agghiaccianti delle vittime prescelte. La sua indifferenza nei confronti di una situazione che la vede complice, ma non esecutrice materiale dei delitti è probabilmente l’aspetto più inquietante della storia. Nelle sanguinose gesta di questi individui fuori controllo non si riscontrano tracce di pentimento, preoccupazione, paura. Tutto appare lecito e fin troppo elementare: “E’ facile uccidere, non ci vuole niente tutti lo possono fare” questa la macabra autoassoluzione professata da Bruno, quasi a voler legittimare un atto che non richiede nessuna coscienza, nessun valore, nessuna morale. Tavernier realizza un’opera durissima, estrema, irritante. Il profondo senso di impotenza che investe lo spettatore durante la visione è una percezione o meglio una frustrazione che resta appiccicata addosso e sedimenta nel profondo. Il regista francese rompe gli argini del politicamente corretto, esasperando e conducendo la sua partita fino alle estreme conseguenze. E non è un caso che le raccapricciani atrocità commesse dai protagonisti siano costantemente illuminate da luci natalizie. I personaggi del film sono senza speranza come dimostra l’allucinante confessione finale di Nathalie. Tavernier come ampiamente dimostrato nel corso della sua lungimirante carriera è di certo un autore che non le manda a dire, basti pensare  alla sua ultima apparizione alla Festa di Roma dove durante un incontro a lui dedicato non ha avuto remora nell’ apostrofare in modo tutt’altro che amichevole un grande come Jean Renoir. Ma questo suo essere irrimediabilmente contro lo porta a custodire anche un’insospettabile dose di autoironia come dimostra la sua risposta a Berlino indirizzata ad una platea indignata dalla vittoria: “Sono d’accordo con voi, ma cosa ci posso fare?”. Applausi

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