La collezionista (1967), di Eric Rohmer

di Laura Pozzi

Amori, racconti, proverbi, stagioni. Questa la preziosa e inestimabile eredità lasciata da Eric Rohmer a cento anni dalla sua nascita (21 marzo 1920). Leggiadro e avvolgente come un giorno di primavera il suo cinema non ha mai smesso di interrogarsi sulle mille e complesse sfaccettature dei rapporti umani, offrendo di volta in volta profondi spunti di riflessione. Scrittore, regista, sceneggiatore e critico cinematografico per i Cahiers du Cinéma dal 1951, Rohmer è stato uno dei massimi esponenti della Nouvelle Vague, contribuendo insieme a Godard, Truffaut e Rivette a rivoluzionare la settima arte. Una rivoluzione, la sua, discreta, sussurrata quasi fraterna nel voler tratteggiare con profonda e pungente leggerezza disavventure e inciampi di storie e racconti apparentemente ordinari. Tuttavia il sommo Rohmer non si limita a raccontare, quanto ad osservare con l’acume di un fine entomologo la mutevole e inafferabile natura dei suoi personaggi.

Adrien è un antiquario che sogna di aprire una galleria d’arte. Deciso a trascorrere le vacanze estive in totale isolamento, accetta l’invito del suo amico Rodolphe a rifugiarsi nel suo casolare in Costa Azzurra. Ad attenderlo Daniel, pittore estroso e stravagante e Haydée giovane e sibillina ex amante di Rodolphe che ama dilettarsi ogni sera con uomini diversi. Se all’inizio i due tenderanno a “fare branco”snobbando ed apostrofando quella ragazzina dal volto imbronciato e dal sorriso enigmatico come un’insignificante “scemetta” a poco a poca la sua tanto discussa e dirompente amoralità si farà largo aprendo una breccia tutt’altro che superflua. La collezionista è il primo lungometraggio nonché Orso d’argento a Berlino ad essere distribuito in Italia. Terzo per ordine cronologico, ma considerato il quarto dei sei “Racconti morali” il film come nei precedenti pone al centro della scena un protagonista maschile alle prese con una dilemma morale.

Il film si apre con tre prologhi in cui vengono presentati i  protagonisti/antagonisti della storia. Il primo riguarda Haydée: la mdp insegue il suo intercedere nervoso in riva al mare per poi raggiungerla e soffermarsi sui particolari del suo corpo. Volto, gambe, fianchi, schiena, ginocchia, Haydeé è tutta in quel primo segmento narrativo privo di parole, ma denso di significati. E’ lei la dominatrice, l’ape regina passiva aggressiva capace di intrappolare nel suo alveare due sconosciuti soggiogati da convenzioni e pregiudizi. Nel secondo Daniel,  pittore  amabilmente definito dal suo interlocutore “un barattolo cosparso di lame taglienti”, riferendosi ad una sua opera dove vige il dogma di arte intesa come arma pronta a ferire e creare il vuoto e il nulla perfetto da contrapporre ad una realtà preesistente. E infine Adrien vero “narratore”  e speaker della storia che con il suo commento fuoricampo, darà voce a pensieri e riflessioni. Un triangolo amoroso che sulle prime stenta a decollare, prigioniero di una morale arcigna che riconosce l’altro solo attraverso il  principio dell’esclusività. Del resto Haydée più che una spietata femme fatale, ha le fattezze di una giovane e sensuale lolita svogliata e indifferente interessata ad accumulare sensazioni. Ma per Adrien e Daniel oltre che una facile preda rappresenta solo una banale e scialba “collezionista” da non prendere troppo sul serio. Eppure sarà proprio quella presunta superiorità morale ad essere messa fatalmente in discussione, provocando in entrambi un crack emotivo.

L’opera si caratterizza per la sua essenzialità, per una mise en scene solare e bucolica musicata dall’armonioso suono della natura. Le sonnolenti e monotone azioni dei protagonisti vengono accompagnate dal canto del gallo, dal cinguettio degli uccelli, dal frinire delle cicale. Ciò che conta è analizzare stati d’animo, elaborare pensieri, provare sensazioni per riflettere al meglio sulla propria condizione spirituale. Il richiamo ad una vita votata alla ricerca del nulla dove l’unico scopo è potenziare l’inattività trova terreno fertile nei buoni propositi di Adrien e nella sua insospettata frustrazione per una vita fino ad allora produttiva e sregolata. Il profondo desiderio d’isolarsi, di autoescludersi, di non seguire la sua ragazza in partenza per Londra, cela l’innata incapacità umana (presente in tutte le opere del regista) di stabilire relazioni durature. Sarebbe bello e fortemente salutare riscoprire di questi tempi, il cinema di un autore messo un pò in ombra dai suoi più illustri e celebrati colleghi. Una lezione di stile irripetibile e una dimostrazione di come si possa essere grandi restando semplicemente fedeli a se stessi.

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