LA FUGA DI LOGAN (1976), di M. Andersen

di Maurizio Ceccarani

Di fronte alla strage di anziani causata dal Coronavirus, e soprattutto a fronte di un certo cinismo con cui, da varie parti, è stato affrontato il fenomeno, parlo dell’auspicata immunità di gregge come frutto di un sacrificio di massa, parlo di chi ha individuato nella “lobby dei pensionati” la causa dei tagli alla sanità e parlo di varie altre forme di gelido commento alla perdita di chi, in fondo, aveva già patologie pregresse (vecchiaia come madre di tutte le patologie), ecco, di fronte a questo scenario, il primo film che mi è venuto in mente è La fuga di Logan.

Si tratta di un film del 1976, diretto da Michael Anderson e tratto dal romanzo di William Francis Nolan e George Clayton Johnson Logan’s Run del 1967. Il film, che si avvale di un cast niente male, Michael York (Logan), Jenny Agutter, Peter Ustinov, Farrah Fawcett ed altri, vinse un premio Oscar per gli effetti speciali nel 1977.

Ci muoviamo nella categoria Fantascienza e, si sa, in questa categoria si possono trovare capolavori e filmetti improponibili recuperati in cassetta nel corso di un uggioso pomeriggio domenicale. In realtà il nostro, pur non essendo classificabile tra i primi, si difende bene dai secondi, anche grazie a un soggetto che lo colloca in quella rosa ristretta e nobile dei film di fantapolitica. Sono ben evidenti, nel soggetto, tracce di grandi libri, da ‘1984’ di Orwell a ‘Brave New World’ di Huxley, nonché alcuni aspetti di ‘Fahrenheit 451’ di Bradbury. Il contesto è essenzialmente distopico, però, vedremo, si risolverà in un finale da musical hollywoodiano. Ma prima, in breve, la trama.

Siamo nel XXIII secolo e, a seguito di una disastrosa guerra nucleare, l’umanità è stata praticamente sterminata. La vita prosegue in una città, costretta in una gigantesca bolla, in cui vige un regime tecnocratico che fa capo ad un’entità non ben definita la quale agisce esclusivamente attraverso una complessa tecnologia e che, a ben vedere, potrebbe essere individuata nell’essenza stessa della tecnologia. La vita in questa città è gradevole, soprattutto per gli allineati al regime. Confort e piacere per tutti. Nessuno degli abitanti ha più di trent’anni.

Ognuno ha una pietra sul palmo di una mano; questa pietra è bianca alla nascita e cambia di colore col passare del tempo, diventa verde, quindi rossa. Quando comincia a lampeggiare vuol dire che per l’individuo è arrivata l’ora di partecipare al Carousel, una cerimonia pubblica in cui tutti coloro che compiono trent’anni, quel giorno vengono “rigenerati”, per lasciar posto a un nuovo individuo, creato in laboratorio, che porterà lo stesso nome dell’individuo precedente, affiancato dal successivo numero progressivo. In realtà il Carousel è solo un’eutanasia di massa mascherata dalla scusa della rigenerazione.

1

Questo permette alla città di mantenere un perfetto equilibrio e di consentire ai propri abitanti una vita agiata e perfettamente organizzata. Ovviamente non tutti credono alla versione ufficiale; come in ogni regime totalitario esistono dei ribelli, ricercati e “terminati” dai sorveglianti, corpo di cui fa parte il nostro Logan 5.

Il protagonista, in realtà, ogni tanto manifesta qualche dubbio, che subito però fa rientrare perché proprio lui, che i ribelli deve perseguire, certi dubbi non deve farseli venire. Questo è quello che gli dice il suo amico Francis 7. Nel corso della storia, Logan conosce Jessica 6 (Jenny Agutter) con cui intreccia un’amicizia amorosa. La ragazza porta uno strano talismano che più tardi si rivelerà un simbolo dei ribelli.

Logan viene incaricato dall’autorità-computer di indagare sui ribelli e scoprire il luogo dove cercano di fuggire che è chiamato il Santuario. Jessica segue Logan in questa avventura e, dopo una serie di incontri e scontri spettacolari, si ritrovano in un sotterraneo dove sono custoditi dei cadaveri congelati, riserva alimentare che ha sostituito il plancton, di cui si nutriva la città, prima che questa materia prima finisse.

Logan, nel corso delle nuove scoperte, si rende conto che il Carousel è una squallida messinscena e che deve esistere un posto verso il quale uscire, anche se fin qui nessun ribelle ci è riuscito. Inseguiti da Francis 7, che ha capito che Logan vuole tradire, i due riescono finalmente a uscire dalla città, attraverso un labirinto di sotterranei. Li aspetta una Washington disabitata e semidistrutta in cui la vegetazione ha invaso strade e palazzi. In una biblioteca dal tetto sfondato, piena di gatti e libri polverosi incontrano un vecchio.

Qui comincia la parte più bella del film. Il vecchio è uno straordinario Peter Ustinov che dà un tocco di vera recitazione a tutto il film e riporta storia e sentimenti a una dimensione umana. Meraviglia e stupore dei due che, oltre a non aver mai visto un vecchio, non hanno mai visto un gatto, e dolcezza da parte del vecchio che si vede finalmente rompere la propria solitudine. È un vecchio un po’ sbadato, dall’aspetto di un barbone, che non si stupisce più di niente, e che li accoglie come la cosa più normale che potesse succedergli dopo anni di solitudine. L’idillio è interrotto da Francis 7, che rappresenta l’ortodossia del regime e che li ha seguiti fin lì.

A questo punto è inevitabile lo scontro con Logan che, suo malgrado, è costretto a ucciderlo. Il vecchio fa seppellire Francis in un vecchio cimitero, portando quindi i giovani a conoscenza di tutto il naturale ciclo della vita. Un’esistenza questa che, sebbene finisca con la morte, sembra tanto più desiderabile di quella artificiale e programmata della città.

Logan vuole tornare nella città a dire a tutti la verità. I tre si mettono in marcia, raggiungono la città e lasciano il vecchio ad aspettare fuori. Logan viene catturato e sottoposto ad un interrogatorio-tortura mentale che però, con la forza della verità, vince, mandando in tilt la complicata e anonima macchina che governa la città. A quel punto tutti i giovani escono in massa e vanno incontro al vecchio. Per quanto in stile hollywoodiano, la scena è bellissima: il vecchio non ha mai visto tanti giovani insieme, i suoi occhi si riempiono di gioia; i giovani toccano la barba del vecchio, ne sfiorano le rughe, sono di fronte a un prodigio naturale che insegna loro l’esistenza.

Il film, a rivederlo oggi, appare datatissimo. La sceneggiatura è piena di ingenuità, soprattutto nei dialoghi; la scenografia mostra tutti gli archetipi del gusto degli anni Settanta e gli effetti speciali, per quanto meritevoli di un Oscar, a rivederli oggi, sembrano poco più che fuochi d’artificio. Ma la forza di questo film, che comunque ha dato seguito a una serie televisiva e a due di fumetti, è nell’idea portante della selezione anagrafica. Qualcosa di molto vicino all’eugenetica. Una tentazione ricorrente nella storia dell’umanità, una mostruosità che solo un sentimento di grande amore e solidarietà può allontanare.

Negli strani giorni che stiamo vivendo, con la scomparsa di una parte consistente delle generazioni che vanno dagli anni quaranta agli anni cinquanta, non sono scomparse solo persone che percepivano pensioni e gravavano sul bilancio nazionale perché bisognose di assistenza.

È scomparso un patrimonio di affetti insostituibili, di memoria, di preziosa cultura domestica. Un patrimonio indispensabile soprattutto ai giovani. Ricorderò sempre un mio carissimo alunno che si era fatto vistosamente tatuare il nome di una donna su un avambraccio. Gli chiesi se fosse il nome della sua fidanzata, no, rispose; allora, dissi, è il nome di tua madre; no, rispose lui, è il nome di mia nonna.


SCHEDA DEL FILM

Titolo originale Logan’s Run

Anno                  1976

Regia                  Michael Anderson

Soggetto            W. F. Nolan e G. C Johnson

Sceneggiatura  D. Z. Goodman

PERSONAGGI E INTERPRETI PRINCIPALI

Michael York     Logan 5

Jenny Agutter    Jessica 6

Richard Jordan Francis 7

Peter Ustinov    Il vecchio

Farrah Fawcett Holly

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