Il posto, di Ermanno Olmi (Italia 1961)

di Girolamo Di Noto

Avvicinarsi alle immagini di un film di Ermanno Olmi, accostarsi alla purezza del suo sguardo, di certo ha sempre sedotto, anche se questo incontro si è sempre accompagnato ad una struggente malinconia. La levità con cui ha tratteggiato i suoi personaggi, la descrizione dell’umanità racchiusa nel quotidiano delle sue storie hanno trascinato un profluvio di emozioni e nello stesso tempo hanno richiamato una nostalgia quasi inconsolabile per un mondo che è andato perduto, soffocato nel grigiore anonimo e nel frastuono della vita contemporanea.

Ciò a cui non ha mai rinunciato Olmi è stata la bellezza, una qualità che da sempre, sin dai suoi primi documentari, lo ha accostato alla poesia. Le poesie non raccontano storie. Offrono una serie di immagini. Non ne spiegano il significato, ripongono la loro forza emozionale in quello che esprimono.

Al suo secondo lungometraggio, Olmi, da acuto osservatore, da sensibile cantore della gente comune ha saputo raccontare le vicissitudini di Domenico Cantoni con uno stile sobrio e una raffinatezza molto simili a quelle di grandi maestri come Bresson, Bergman, Tarkovskij.

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1961, Il posto racconta la storia di Domenico Cantoni (Sandro Panseri), figlio di operai dell’hinterland milanese, che raggiunge il capoluogo lombardo per partecipare a un concorso: il fine è ottenere l’agognato posto fisso e un’esistenza senza preoccupazioni. “Mi raccomando che se riesci ad andare dentro lì c’hai un posto sicuro per tutta la vita”, dice la madre al figlio che si appresta a partire per la selezione.

Milano è in pieno boom edilizio e per la gente che vive nelle cittadine e nei paesi della Lombardia, intorno alla grande città, la metropoli significa soprattutto il posto di lavoro. Domenico arriva in città desideroso di mettersi alla prova, affronta la selezione, avrà modo di conoscere una ragazza (Loredana Detto, futura moglie del regista), la solitudine di un Capodanno, si rapporterà con i colleghi, farà il suo esordio nella vita adulta dentro un impermeabile ancora troppo largo, cercherà di lasciarsi trasportare da un mondo sconosciuto. Riuscirà ad adattarsi senza essere sopraffatto dalla vita frenetica e moderna che lo attende?

Il fascino del film sta proprio nel contrasto tra la semplicità e l’ingenuità del protagonista e la frenesia del mondo che lo circonda, tra la pacatezza dei suoi sentimenti e i ritmi accelerati, tra le vetrine sfavillanti e le promesse allettanti della futura Milano da bere e lo spaesamento e lo stupore di un ragazzo intruso, ‘fuori posto’, antico. Lo scollamento tra il giovane e timido Domenico e l’attualità del suo tempo è presente anche nel rapporto sincero e impacciato con Antonietta, che si fa chiamare Magalì, la ragazza che conosce alle selezioni. I due cominciano a frequentarsi, inizia ad abbozzarsi una storia fatta di piccoli sguardi, di silenzi che sono più espressivi delle parole. Ci sono tutte le premesse di un amore che sta per nascere. Agli occhi di lei, lui appare diverso: “Sai una cosa? Domenico come nome ti si addice perché sei un po’ antico anche tu come il tuo nome”.

Domenico, in effetti, con quel suo sguardo stralunato, sembra essere altrove, figlio di un’altra epoca della storia. Non si riconosce nella mostruosità della città industriale, il suo è un goffo incedere tra le vetrine illuminate del centro, la sua freschezza, la sua ingenuità provinciale mal si addice al mito del benessere che di lì a poco prenderà il sopravvento a discapito dei sentimenti e delle relazioni umane.

Olmi, da grande regista qual è, sa offrire, attraverso il volto malinconico e smarrito di Domenico, il ritratto di un’Italia che sta cambiando profondamente. Si possono già intravedere le inquietudini e gli smarrimenti dell’uomo moderno nella descrizione che il regista fa del mondo desolato e triste degli impiegati. Il mondo impiegatizio che circonda Domenico è costituito da una schiera grigia di colleghi, da anonime scrivanie, lunghi corridoi, figure assurde, raccolte nella loro totale introversione e intente a timbrare e a protocollare, che richiamano pagine kafkiane e malinconiche del teatro di Gogol.

Esistenze che esprimono una gamma di sentimenti e psicologie come indifferenza, arroganza, arrivismo, frustrazione. Emblematica la descrizione di una povera esistenza che ha avuto il posto per tutta la vita e che ha lasciato nel suo cassetto prima di morire un manoscritto incompiuto, chiara allusione al fatto che in cambio della sicurezza la società ti chiede la perdita dell’iniziativa individuale.

Che ne sarà di Domenico Cantoni? Si allineerà ai meccanismi impietosi della vita scandita dal lavoro in ufficio, o improvvisamente scatterà in lui una ribellione che lo porterà a rifiutare certe mansioni e a dire “Preferisco di no”, come Bartleby lo scrivano nel racconto di Melville? Rincorrerà promozioni, si aggrapperà a raccomandazioni o diventerà come l’impiegato Belluca della novella di Pirandello Il treno ha fischiato, un internato ‘in un ospizio dei matti’ che continuerà a parlare con veemenza del fischio di un treno che aveva squarciato qualcosa nella sua routine alienante e gli aveva permesso di intravedere la libertà? Non ci sarà dato saperlo. Il regista accenna appena a questa vita, rinuncia alla critica sociale esplicita, eppure basta qualche tratto, un piccolo gesto, una breve sequenza e subito emergono significati profondi che permettono allo spettatore di trarre le sue riflessioni.

Una delle sequenze più belle e significative del film, che tratteggia in modo esemplare lo spaesamento di Domenico, è quella relativa alla festa di ballo di fine anno. Attende l’arrivo della ragazza, si guarda attorno: richiama alla mente con il suo sguardo attonito, con tanto di cappello sulla testa e un mazzo di fiori in mano, la figura malinconica di Buster Keaton. Osserva gente annoiata, che finge di divertirsi, che fuma assorta nei pensieri al suono malinconico di un valzer.

Nel suo modo di guardare il mondo di lato, in silenzio, di nascosto c’è tutta l’umanità di Olmi, la sua giusta dimensione poetica. Negli occhi di Domenico volti alla ricerca della ragazza, nel suo sguardo spaesato nei confronti del futuro che lo attende c’è tutto il disincanto del regista bergamasco, straordinario pittore dell’anima, che ha saputo ritrarre il volto di un uomo facendone la sintesi della storia universale.


 

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