I cento passi, di Marco Tullio Giordana (2000)

di Laura Pozzi

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura, l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi, sorti all’improvviso con tutto il loro squallore da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa per il solo fatto che è così pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.

Peppino Impastato (5 gennaio 1948 – 9 maggio 1978)

Roma, 9 maggio 1978. Il cadavere dell’onorevole Aldo Moro viene ritrovato nel portabagagli di una Renault 4 rossa parcheggiata in fondo a via Caetani a due passi da via delle Botteghe Oscure. Dopo 55 giorni di prigionia le Brigate Rosse mettono fine a quell’orribile sequestro nel peggiore dei modi, crivellando con dodici proiettili il corpo inerme e prostrato dello statista salentino.
Lo stesso giorno (più precisamente tra la notte dell’8 e il 9) a Cinisi, piccolo paesino siciliano tra mare e roccia non lontano da Punta Raisi, il corpo di Giuseppe Impastato, giovane giornalista nonché tra i maggiori attivisti nella lotta contro la mafia, viene fatto saltare in aria con sei chili di tritolo sulle rotaie di un treno. Si parla inizialmente di incidente sul lavoro, di atto terroristico, ma dopo la fantasiosa interpretazione di una lettera che viaggia in tutt’altra direzione, il caso viene chiuso e archiviato come suicidio.

I cento passi, film di Marco Tullio Giordana, girato cinque anni dopo Pasolini, un delitto italiano e tre anni prima de La meglio gioventù, conferma con straordinaria caparbietà la necessità e la vocazione di un “certo” cinema italiano dal quale non si può e non si deve prescindere mai. Giordana rende omaggio, ma soprattutto giustizia (per quanto possibile) a un piccolo grande uomo, che anche nel momento dell’inevitabile resa viene oscurato e sopraffatto dalle vicende di un paese costantemente impantanato nella sua ora più buia.

Il principale merito del film sta proprio nel riportare alla luce l’intensa parabola esistenziale di un uomo simbolo nel polverizzare le lusinghe di un potere marcio, malato, omicida.

Peppino è un ragazzino vispo, curioso, vivace. Ama la poesia, l’arte, la pittura e osserva la realtà con lo sguardo attento e cristallino di chi non intende rinunciare alla libertà, al sogno di un mondo nuovo, alla bellezza delle cose. Tuttavia è anche il primogenito di Luigi, devoto mafioso al servizio di Gaetano “don Tano” Badalamenti. Dopo l’omicidio dello zio capomafia don Cesare Manzella e l’incontro con il pittore comunista Stefano Venuti, Peppino acquisisce nuova consapevolezza che lo porta a rinnegare il padre biologico e allo stesso tempo ad intraprendere un conflitto senza precedenti contro la cupola dell’intoccabile Don Tano. Cento passi separano casa Impastato da quella dell’odiato boss, troppo pochi per chi ogni giorno è costretto a contarli volgendo lo sguardo verso quelle finestre chiuse dove si nasconde e infuria il morbo pestilenziale di un’alleanza necessaria alla sopravvivenza familiare.

Peppino non ci sta, lui ha voglia di urlare, di indignarsi ad alta voce, di scalare e abbattere quella montagna che definisce “di merda”. Sì, la mafia è una montagna di merda e lui non ha paura di scriverlo e pubblicarlo sulle prime pagine di un giornale locale, di immortalarlo con mostre fotografiche, di gridarlo ai microfoni di Radio Aut.

I suoi attacchi volti a ridicolizzare quel “Tano seduto, viso pallido esperto in lupara e traffico d’eroina” padrone di quella Cinisi meglio nota come “Mafiopoli” non possono farla franca. Peppino è uno spirito libero, un allegro disobbediente, un fiume in piena pronto a rompere gli argini e a recitare versi d’amore pasoliniani all’adorata madre. Verrà giustiziato la notte prima del suo ultimo comizio, dopo la candidatura a consigliere comunale per Democrazia Proletaria. Per molti anni la sua morte passerà inosservata, fino a quando nel 1997 la Procura di Palermo chiederà il rinvio a giudizio di Gaetano Badalamenti come mandante dell’omicidio. Condannato all’ergastolo nel 2002, morirà due anni dopo.

Giordana nonostante le buone intenzioni non possiede il rigore, il distacco e la fredda determinazione di Francesco Rosi ed Elio Petri. Sa che non c’è e non potrà mai esserci confronto con i suoi padri putativi (e la citazione di Le mani sulla città è una lodevole conferma), ma è un regista appassionato, coraggioso, discreto che non ha paura di confrontarsi e trasformare in immagini le profonde lacune e buchi neri di storie “sbagliate”. Il breve viaggio terreno di Peppino (indimenticabile Luigi Lo Cascio, qui al suo esordio cinematografico) è anche un modo per rendere omaggio ad una generazione perduta, figlia di quell’immaginazione che troverà nel potere solo l’ennesimo antagonista. Il Sessantotto, i figli dei fiori, le radio libere, tutti elementi cari al regista, che a volte si lascia prendere la mano da “pezzoni” indimenticabili enfatizzando un contesto già esplosivo di suo. O come nel discusso e “propagandistico” finale dove però a prevalere sono le istantanee del vero Peppino e le intramontabili note di A Whiter Shade of Pale, ammalianti sirene (fra l’altro) del palpitante dialogo tra Mauro (l’ardente Francesco Giuffrida) e Peppino, dopo che quest’ultimo seguendo un impulso ha occupato la radio.

Mauro: “Sono stato qui sotto ad ascoltare la trasmissione e ho pensato che su molte cose hai ragione, però non puoi fare di testa tua, perché non puoi occupare la radio, perché non è tua… Non è solo tua”.

Peppino: “Se vuoi farti sentire, certe volte devi fare la voce grossa“.

Mauro: “E invece no, perché se fai la voce grossa fai capire che stai male… Non ti fai ascoltare… Non ti fai sentire“.


 

3 risposte a "I cento passi, di Marco Tullio Giordana (2000)"

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