Romanzo popolare, di Mario Monicelli (Italia 1974)

di Bruno Ciccaglione

Il dialogo improvvisato sulla scala minore tra chitarra acustica e piano elettrico, contrappuntato dalle frasi nervose della batteria, crea un’atmosfera di sospensione del tempo, un tappeto di cui riconosciamo gli elementi ma che risulta instabile. Quando la rarefazione armonica di un accordo alterato raggiunge il registro più alto, la voce di Jannacci entra lancinante ad occupare lo spazio vuoto: “Vincenzina davanti la fabbrica…”. C’è tutto l’amore possibile, ma è l’amore ormai dolorante dell’era post-industriale: “Vincenzina vuol bene alla fabbrica/E non sa che la vita giù in fabbrica/Non c’è/e se c’è, com’è?”. Una canzone che in pochi minuti incarna tutto il senso del film per cui fu scritta: Romanzo popolare (1974) di Mario Monicelli.

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Già nell’altro capolavoro del 1968, La ragazza con la pistola, Monicelli aveva raccontato la storia di emancipazione travagliata, ma alla fine vincente, di una giovane donna siciliana, con i toni della commedia grottesca che gli erano propri. Lì era chiara l’idea progressista della liberazione dai codici “d’onore”, che la protagonista alla fine raggiunge nella “swinging London” del 1968. Ma in Romanzo popolare si fa più forte la nota mesta e amara che sarà sempre più tipica delle opere di Monicelli: non che non sia reale e anche importante il percorso di emancipazione di Vincenzina (la debuttante Ornella Muti), da giovanissima e ingenua ragazzina del sud “moglie di” o “sorella di” a donna autonoma, caporeparto e membro del consiglio di fabbrica del finale del film.

È solo che l’illusione operaista si è esaurita: nel 1973 c’è stata la prima crisi petrolifera e siamo già in epoca di austerity. Emblematicamente, infatti, il film si apre con il protagonista – “il Blasetti” – “alla canna del gas”, come dice lui stesso, mentre dall’estetista cerca disperatamente di fermare il proprio invecchiamento, con trattamenti per la pelle e rinfoltimenti delle sopracciglia. Ecco che fine ha fatto l’aristocrazia operaia rappresentata dal Basletti (uno straordinario Ugo Tognazzi). Da qui parte il flashback ed il racconto. Il tecnico e sindacalista milanese, inviato come formatore nelle prime fabbriche del sud, si troverà a sposare la ragazzina appena arrivata al nord con la famiglia, che lui stesso aveva battezzato molti anni prima in una trasferta di lavoro.

Fabbriche

All’inizio del film l’uomo cinquantunenne insegna tutto alla moglie “terrona” e sedicenne, dal modo “moderno” di vivere la sessualità alle fondamenta della cultura operaia: “Vedi? La fabbrica si distingue dal fumo, come una bandiera. Ma lo sai che un lavoratore quando vede il fumo della sua fabbrica è come un bambino davanti al panettone? Guarda, ci sono i fumi grigi, rossi, verdi… Ecco, vedi, la mia fabbrica è quella là a sinistra, quella col fumo giallo dopo il gasometro”.

E la ragazzina impara, impara così bene da cominciare – sia pure confusamente, sia pure contraddittoriamente – a sviluppare la propria personalità, a diventare autonoma, ad incontrare un uomo che le sembra più adatto a lei: giovane come lei, meridionale come lei, poliziotto della “celere” che si è beccato un manufatto di metallo sulla testa ad una manifestazione operaia, ma proletario come tutte le persone del mondo di cui lei impara a fare parte (un giovane Michele Placido). E che se riuscirà ad averla come amante, la perderà come donna – Vincenzina non ha nessuna intenzione di passare dalla subalternità ad un uomo a quella ad un altro.

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Siamo di fronte al più classico stile da commedia all’italiana: al tocco lucido, razionale e a volte cinico di Monicelli si aggiunge l’ironia e l’intelligenza della sceneggiatura di Age e Scarpelli, con le scene relative al “tradimento” ed alla gelosia del Blasetti, che l’operaio tenta invano di scacciare come sentimenti borghesi, assolutamente esilaranti. Ad impreziosire e rendere unico il film però è il lavoro realistico che realizzano Enzo Jannacci e Beppe Viola, il compianto giornalista e scrittore, che sono dei profondi conoscitori del dialetto e della cultura popolare ed operaia della Milano dell’epoca. Sia nei dialoghi che nell’ambientazione il loro ruolo risultò importantissimo in questo racconto della milanesità.

Jannacci sarà anche uno dei protagonisti del doppiaggio e Viola reciterà una piccola parte (la maschera al cinema che litiga con “il Blasetti” e non lascia entrare nel cinema la minorenne Vincenzina per un film vietato ai minori). Ne risulterà un quadro malinconico e inquieto, a tratti di struggente poesia. Nel finale Vincenzina, da civile ex moglie nell’Italia che ha da poco legalizzato il divorzio, accetta di invitare a pranzo nel fine settimana l’ex marito per farlo stare con il figlio, “un sabato sì e un sabato no”. Se nel 1960 Visconti aveva chiuso con un raggio di speranza il dramma di Rocco e i suoi fratelli mostrando Luca, il minore dei fratelli, entrare fiducioso nei cancelli dell’Alfa Romeo, nella Milano del 1974 Monicelli, nel chiudere il racconto di questo romanzo popolare, attraverso Vincenzina fa una riflessione ben diversa: “Forse le donne che stanno a casa una cosa sola non capiscono degli uomini: quanto è brutto il lavoro in fabbrica”.

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