If…., di Lindsay Anderson (GB 1968)

di Laura Pozzi

Se…. un misterioso virus non avesse di colpo stoppato il mondo, su un gigantesco fermo immagine, l’attenzione di cinefili, addetti ai lavori e semplici appassionati di cinema volgerebbe in questi strani giorni su fatti e misfatti del festival di Cannes. L’apertura della prestigiosa kermesse prevista per il 13 maggio, come tutti sappiamo e come ufficialmente confermato dal direttore Thierry Frémaux, è stata annullata e la sontuosa Montée des Marches resta al momento un ricordo lontano.

Non è la prima volta che accade, era già successo nel secondo dopoguerra e nel bollente maggio sessantottino, quando i moschettieri della Nouvelle Vague capitanati da François Truffaut, Jean-Luc Godard e Claude Lelouch, per protesta contro la decisione di André Malraux di rimuovere Henri Langlois dal posto di direttore della Cinémathèque Française, irruppero nel bel mezzo della manifestazione creando un effetto domino che portò all’inevitabile sospensione. I premi non vennero assegnati, ma l’anno dopo il festival si presentò più arrembante e agguerrito che mai, consegnando la palma d’oro ad If…. di Lindsay Anderson. Anderson, insieme a Karol Reisz e Tony Richardson era stato teorico e fondatore del free cinema inglese e anche se il film arrivava in un momento non particolarmente esaltante, rappresentò il manifesto di quel periodo incandescente.

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Il free cinema nacque a metà degli anni ’50 come movimento di protesta contro una cinematografia nazionale considerata vetusta, obsoleta e scarsamente affine alla realtà circostante. L’Inghilterra, pur vittoriosa, uscì dalla guerra profondamente cambiata e politicamente indebolita dalle nuove superpotenze e la settima arte non poté reggere l’urto su binari paralleli, per questo “i giovani arrabbiati” provocarono uno strappo senza precedenti verso quel cinema figlio di una secolare tradizione letteraria e drammaturgica. I nuovi autori pur rimanendo fedeli alla tradizione ruppero gli schemi, puntando i riflettori sulle precarie e drammatiche condizioni di vita della classe operaia, prediligendo un cinema documentario, di carattere sociale, libero dalle rassicuranti convenzioni che fino ad allora avevano caratterizzato la cinematografia d’oltremanica.

Anderson, figlio di un ufficiale scozzese, incarnò alla perfezione lo spirito del tempo. Insofferente alle regole, all’autorità, alla disciplina, la sua spigolosa e arroventata personalità unita alla passione smisurata per il cinema di Jean Vigo, trovò in un luogo simbolo come il college l’epicentro ideale da dove innescare un personalissimo e sovversivo sisma “cinematografico”.

If…. si compone di otto capitoli (Il rientro, Il College, Tempo di scuola, Rito e avventura, Disciplina, Resistenza, Verso la guerra, I Crociati) e segue le monotone giornate, tra dogmi, precetti religiosi e gare sportive, di un gruppo di studenti. Le nuove reclute denominate “la feccia” subiscono quotidianamente abusi e soprusi da parte degli “anziani”, mentre all’interno dell’antichissimo college aleggia un preoccupante clima di degenerazione morale. Per ripristinare ordine e disciplina, ma soprattutto per salvaguardare una tradizione centenaria, i prefetti decidono di applicare un rigoroso programma di rieducazione che prevede per i disobbedienti umilianti punizioni corporali.

Costretti a vivere in una sorta di lockdown militaresco, tre studenti particolarmente irrequieti tra i quali l’angelo sterminatore Travis (Malcolm McDowell) si concedono al grido di Morte all’oppressore, Resistenza e libertà, istruttive e surreali fughe nella realtà, arrivando (complice la scoperta di un vero arsenale da guerra) ad elaborare un “tana libera tutti” particolarmente cruento. Anderson tiene fede al cinema di denuncia, ma il suo sguardo non si limita ad un’arguta e pungente disamina sulle opprimenti e intollerabili condizioni di vita del college. Ad un ambiente chiuso e claustrofobico, contrappone il travolgente disordine di un linguaggio cinematografico libero, surreale, sgrammaticato.

L’assoluta naturalezza con cui il regista passa da immagini a colori a quelle in bianco e nero senza apparente spiegazione, la visionaria ironia con cui inserisce personaggi assurdi e paradossali (vedi il cappellano nel cassettone), le misteriose incursioni di Travis nel mondo reale e le continue variazioni musicali la dicono lunga sull’innata capacità e voglia di sperimentare. Anderson si diverte a confondere, depistare, provocare, ipotizzando audaci soluzioni narrative in vista del devastante finale.

Un finale violento, metaforico, eticamente discutibile eppure incredibilmente indolore. Impossibile non provare empatia per quel futuro drugo che orfano di Ludwig van e del suo latte + manifesta in tempi non sospetti sintomi di ultraviolenza che Kubrick farà esplodere tre anni più tardi nella famosa Arancia ad orologeria. Ispirato dall’irriverente Jean Vigo, il dissacrante Lindsay rende omaggio al giovanissimo maestro rivisitando e armando la sublime anarchia di Zero in condotta. Anderson imbraccia il fucile, carica i colpi, preme il grilletto e fa tabula rasa di regole, di finti valori borghesi, di vecchio cinema avvalorando la tesi del suo giovane protagonista: “Un uomo solo può cambiare il mondo con una pallottola nel posto giusto”, e lasciando appesi i nostri dubbi agli emblematici puntini di sospensione di quel se….


Disponibile in VO su Youtube e in italiano su Prime Video

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