La prigioniera, di Henri-Georges Clouzot (Francia 1968)

di Greta Boschetto

La prigioniera (La prisonnière) è un film del 1968 diretto da Henri-Georges Clouzot con Laurent Terzieff, Bernard Fresson e Elisabeth Wiener.

Prigionieri d’amore, sessuali, delle nostre manie: l’essere umano è il frutto delle sue stesse ossessioni, sia quando vengono sfogate che quando rimangono latenti nell’animo.
Prigionieri di fantasie morbose che ci fanno abbandonare il nostro giaciglio confortevole per avventurarci in torbidi abissi di masochismo erotico e sadismo sentimentale, prigionieri in sentieri tortuosi e onirici chiusi nei labirinti più segreti della nostra mente: apparentemente, percorrerli sembrerebbe voler comprendere che a volte il male (così avrebbe dovuto intitolarsi inizialmente il film, “Le Mal”) non significa solo malvagità ma libertà, quella di poter scegliere di essere schiavi per diventare veramente padroni di se stessi, scoprirci deboli pensando di essere i più forti e viceversa. Ma Clouzot vuole essere qui ancora più misantropo, mostrando via via una continua labilità dei ruoli.

Ultimo lavoro di Clouzot e unico a colori (L’Enfer fu purtroppo abbandonato a metà, ma in questa sua ultima pellicola fortunatamente si riescono a cogliere tutte le sperimentazioni lì rimaste incompiute), La prigioniera chiude una carriera dedicata allo studio e all’esplorazione degli angoli più torbidi dell’animo umano.

Lo snodo centrale della trama è semplice: lui, lei e l’amante di lei: ma Clouzot da un mondo apparentemente semplice ci apre un altro mondo, quello dell’amore, che ci tortura nella nostra cronica incapacità di amare davvero. Le atmosfere sono torbide e claustrofobiche ma rimangono sempre elegantissime, i rapporti tra i personaggi sono tenuti sempre sul filo della tensione dialettica, fisica e sessuale, una dimensione cerebrale dell’erotismo mai volgare, coinvolgente e travolgente, come la scena in cui Stan (l’amante, il mercante d’arte tenebroso, raffinato e tormentato) insegna a Josée (lei, che fugge da una relazione fintamente emancipata e aperta ma che in realtà nasconde molta frustrazione) a dominare verbalmente una terza persona, in quel momento solo immaginaria.

I prigionieri nel film lo sono davvero soprattutto delle convenzioni borghesi, che continuano ad alimentare nel loro inconscio anche quando fingono di allontanarsene, senza capire mai veramente quanto siano plasmati nella mediocrità, nella menzogna, nell’ansia borghese di tramutare le pulsioni sessuali in una normale e accettabile relazione, che spaventa il sadico appena si accorge di essere davvero innamorato.
Il teorema di Clouzot è la freddezza, la crudeltà dei rapporti umani, l’infelicità costante.

E così, mentre ci si crede più liberi e felici, ci si ritrova di nuovo prigionieri del bisogno di affetto e di attenzioni, così disperati nel sentirci soli da diventare impotenti.
In un clima cupo e disperato, nonostante il film sia girato con colori pop e con scenografie optical tra gallerie d’arte e opere cinetiche, il triangolo amoroso protagonista di questa pellicola si spingerà fino ai propri limiti, conoscerà il tormento e la gelosia, l’umiliazione e la distruzione, rifiutando inizialmente la facile morale per arrivare poi ad una apparente guarigione in ospedale dopo un sogno allucinato e psichedelico.
Ma guarire da certe pulsioni, da certe passioni, non significa semplicemente reprimere una parte di noi stessi?


 

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