Brutti, sporchi e cattivi, di Ettore Scola (Italia 1976)

di Bruno Ciccaglione

Attraverso un piano sequenza di più di tre minuti, all’interno di una baracca della periferia romana, assistiamo al lento risveglio di un nucleo familiare di almeno una dozzina di persone. Tra gorgoglii di stomaci, gocce d’acqua che scolano da qualche tubo rotto, rumori corporali vari ed una musica assieme ossessiva e tristissima, la macchina da presa posta al centro della stanza compie una panoramica che ci anticipa – con squarci di luce a rompere il buio dell’ambiente – l’atmosfera laida, la promiscuità sessuale, la miscela di odio e di violenza quotidiana che caratterizzerà tutto il film. Un bambino che piange e che ciascuno cerca di affibbiare a qualcun altro, malamente celate sotto una coperta due persone stanno facendo sesso nell’indifferenza generale, un ladro incappucciato rovista un po’ per la baracca ma si allontana in silenzio, quando si trova davanti la doppietta di quel che presto scopriremo essere il patriarca di questo gruppo familiare: Giacinto (uno straordinario Nino Manfredi), che dorme col fucile.

È l’inizio di Brutti, sporchi e cattivi (1976) di Ettore Scola.

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Il film, ambientato nelle baracche delle periferie romane, racconta del conflitto crescente tra Giacinto e i componenti della famiglia sottoproletaria, che con pugno di ferro lui tiene sotto il tiro della sua doppietta: dalla madre in sedia a rotelle alla moglie, ai figli con relativi generi e nuore, fino ai nipoti. L’origine del conflitto: i soldi, naturalmente. Perso un occhio in un incidente sul lavoro, è stato risarcito con una somma significativa – “lu milione mio!” (di lire, ovviamente) – che non intende condividere con nessuno e che preserva gelosamente, nei nascondigli più strani, dalle grinfie dei “congiunti”, che provano in tutti i modi ad accaparrarsi il malloppo.

In un crescendo che, manco a dirlo, vedrà sconfitti tutti, scoperto che Giacinto rischia di sperperare rapidamente tutti i soldi dopo aver conosciuto una sua nuova fiamma (Iside), i familiari decidono di avvelenarlo. Fallito miseramente il tentativo, non tarderà la reazione furiosa di Giacinto, che li condurrà tutti di nuovo al punto di partenza, ma in condizioni ancora peggiori: tutti insieme ammassati nella stessa baracca dell’inizio del film, ma stavolta condivisa con un altro nucleo familiare, altrettanto numeroso del loro, con cui Giacinto ha fatto un ben poco vantaggioso “affare”.

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Per Ettore Scola, forse uno dei più grandi talenti comici del cinema italiano – prima nelle riviste di satira, poi come “negro” (ghost writer, diremmo oggi) e finalmente comparendo ufficialmente come sceneggiatore e dialoghista di una quantità di film comici, da Un americano a Roma a I mostri – che come regista sarà da molti ritenuto come “un umanista nel cinema italiano”, Brutti, sporchi e cattivi è un film anomalo.

Nel volume Ettore Scola, un umanista nel cinema italiano, Ennio Bispuri scrive: “Come tutti gli artisti che scendono in profondità nell’analizzare il rapporto tra gli esseri umani e la loro esistenza, Scola ci parla dei nostri problemi, ma li osserva da una prospettiva che li pone su un piano superiore rispetto a quello che si esaurisce nel quotidiano e nel divenire concreto e banale. Affronta tematiche che spaziano nella filosofia e nella vita che si consuma nel Tempo, come gli ideali che tramontano, le difficoltà dell’amore e dell’amicizia, la drammaticità delle scelte, l’imponderabilità degli eventi esterni che ci condizionano, il sopraggiungere inesorabile della vecchiaia e della morte”. Utilizzando modalità narrative differenti e affrontando in un certo senso anche “generi” cinematografici differenti, i film di Scola hanno sempre raccontato, pur nei contesti più amari, una certa fiducia verso gli esseri umani e non di rado un sincero amore verso l’umanità.

Qui invece viene fuori, forse in modo più forte che altrove, quel tipico cinismo millenario dei romani. Se guardando Brutti, sporchi e cattivi si ride anche molto, le trovate grottesche e le battute sono fulminanti, c’è tuttavia un fondo nero che pervade il film: qui si danza sulla propria tomba. Se a molti resta impressa la canzone di Trovajoli Ma ‘ndo vai?, che col suo ritmo funky accompagna la comitiva familiare nel girovagare del camion con terrazza del venditore ambulante Cesaretto, non si dimentichi che siamo diretti all’idroscalo di Ostia, dove i suoi familiari hanno deciso che avverrà l’avvelenamento di Giacinto. Dopo questo momento apparentemente festaiolo e leggero, con la messa in atto del delitto torna infatti il tema principale della straordinaria colonna sonora di Armando Trovajoli, il Tema della goccia, che restituisce tutta la profondità sinistra di una piccola apocalisse (del resto Scola e Trovajoli sono come Fellini e Rota, come Leone e Morricone: si intendono perfettamente e lavoreranno una vita insieme con risultati eccellenti).

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Chi si illude che il titolo del film sia ironico e che qui si possa dunque trovare qualcosa di bello, pulito e buono deve ricredersi, di fronte a un film che colpisce come un pugno allo stomaco. Programmaticamente, Scola vuole raccontare il sottoproletariato delle borgate in un’epoca che potremmo dire post pasoliniana. Addirittura Scola aveva chiesto a Pasolini di realizzare una prefazione filmata – come a volte si fa in letteratura, con uno scrittore affermato a presentare un giovane autore. Vestito da Pierrot, con il bianco immacolato del costume a spiccare in mezzo alla fanghiglia grigia dove si svolge il film, Pasolini avrebbe raccontato la trasformazione delle borgate e dei loro abitanti, rispetto ai tempi in cui erano state oggetto della sua opera, sia letteraria che cinematografica, descrivendo ciò che egli chiamava la “rivoluzione antropologica degli italiani”.

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Il presagio apocalittico della scena dell’avvelenamento fu purtroppo in qualche modo realizzato: a poche decine di metri da dove fu girata la scena, solo pochi giorni dopo che il set era stato chiuso, in una mattina di novembre fu trovato il corpo di Pasolini e di quella prefazione filmata rimase solo l’idea. Anche se in molti altri film si distaccherà da una visione tipicamente pasoliniana, Scola con questo film paga indubbiamente un tributo: all’illusione consumistica dei personaggi del film – ciascuno sogna, appropriandosi del famoso “milione”, di portare a compimento il proprio imborghesimento – e che sono pronti a tutto pur di realizzare quel sogno, si contrappone il potere arcaico e laido di Giacinto: il più brutto, il più sporco, il più cattivo di tutti, ma che forse proprio per questo, alla fine ci risulta il più simpatico.

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