Nitrato d’argento, di Marco Ferreri (Ita/Fra/Ung 1996)

di Bruno Ciccaglione

I due giovani amanti, partigiani della resistenza francese, per nascondersi dai nazisti che li cercano, sono seduti nella galleria di un cinema affollatissimo. Pur di non essere catturati dalla Gestapo che irrompe brutalmente nella sala, i due giovani – assieme ad un compagno – decidono di saltare giù. Mentre rantolano tremanti sul pavimento della platea, dalla folla che li circonda spunta un bambino, che ricongiunge le mani dei due innamorati, che saranno così uniti per sempre. Quale metafora migliore per raccontare la “morte del cinema” di fronte al sopruso ed alla violenza del potere che irrompe nella sala, di questa scena di Nitrato d’argento (1996), ultimo film di Marco Ferreri?

marco-ferreri

Attraverso un percorso che parte dalle prime proiezioni private, poi attraversa il momento delle grandi sale cinematografiche nell’epoca del muto, e toccando diverse parti del mondo giunge fino ai giorni nostri, la pellicola, che in passato era impressionata con un procedimento chimico che usa il nitrato d’argento (da qui il titolo), fa scorrere sul grande schermo una quantità di immagini diverse, più o meno famose, di filmati d’epoca o di opere cinematografiche. Ma nel film di Ferreri quello che avviene sullo schermo è solo uno degli elementi chiave di quanto avveniva nelle sale cinematografiche. Ferreri rivolge la macchina da presa soprattutto verso la sala, per raccontare il cinema come luogo di socialità centrale per tutte le classi sociali, ma fondamentale soprattutto per le fasce popolari. Nei cinema c’è l’acqua calda nei bagni, la possibilità di imparare a parlare correttamente la lingua, di imparare a leggere (dalle didascalie del cinema muto), di scoprire e sperimentare la sessualità, di concepire dei figli, di elaborare il lutto.

Partigiani

Il film è un susseguirsi di episodi che ci raccontano il rapporto con l’esperienza del cinema per il pubblico che lo frequentava. Le idee sono a volte davvero geniali, anche se la messa in scena in alcuni casi è un po’ arruffata (si tratta chiaramente di una produzione povera): dalle donne che gettano contemporaneamente centinaia di rose verso lo schermo per l’estremo saluto a Rodolfo Valentino, ai giovani concepiti nel cinema, che celebrano il proprio matrimonio nel cinema stesso, in un rito collettivo che ricorda le comunioni; dagli insulti alle attrici presenti in sala per i comportamenti dei loro personaggi sullo schermo, alle scene di amore e di sesso che invariabilmente accompagnano l’esperienza dell’andare a cinema.

Malinconico, Ferreri racconta di un’epoca in cui il cinema era il luogo dove andare a fare il bagno, l’albergo diurno in un’epoca in cui le case erano fatiscenti, il luogo del sesso. “Quello che ha ucciso il cinema è che la gente poteva anda’ a scopa’ nelle case o per strada! – dice a Pappi Corsicato nell’intervista contenuta nel DVD – Una volta, se due si mettevano a scopa’ per strada c’era subito qualcuno che chiamava la polizia. Adesso se ti fermi a guardare due che scopano per strada, quelli ti dicono: guarda che chiamo la polizia, vedi di andartene!”

ferreri

Marco Ferreri è stato il regista provocatore per eccellenza: anarchico, scostante, visionario. Alcuni dei suoi film saranno ricordati per sempre a dispetto, o forse proprio a causa, delle controversie e dei sentimenti forti che hanno scatenato, da un amore incondizionato al disgusto più assoluto: da La donna scimmia a Dillinger è morto, da La grande abbuffata a Ciao maschio e così via.

Qui la dichiarazione è estrema: il cinema è morto. Gli spettatori sono ridotti a dei manichini, unici ad occupare una sala altrimenti vuota. L’immagine è sibillina: un cinema nella cui sala non c’è più la vita vera delle persone non è più il cinema del nitrato d’argento. Ma anche un cinema in cui il valore di quello che c’è sullo schermo è diventato irrilevante, perché il pubblico è di plastica. Ci sono solo un paio di momenti in cui davvero percepiamo l’amore del regista per quello che avviene sullo schermo e sono le sequenze dedicate a De Sica e quelle dedicate a Chaplin. Soprattutto quest’ultimo riesce – con le risate fragorose e collettive che le sue gag comiche scatenano – a entrare nella vita delle persone, addirittura provocando la nascita anticipata di un bambino grazie al riso incontrollato che prende la madre incinta (interpretata da Iaia Forte). Per il resto, il cinema come “arte” e quindi l’andare al cinema come rito culturale interessa relativamente poco a Ferreri.

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Da rito sociale e quindi collettivo il cinema si è trasformato in rito culturale, quindi comunque in un rapporto individuale, quando non esclusivamente commerciale. Il pubblico è autonomizzato e la relazione che il cinema promuove è tra ciascuno spettatore e l’opera, non più tra gli spettatori, ponendo così le basi della marginalizzazione della sala cinematografica. Questo intravede il visionario Ferreri nell’impatto delle immagini e della cultura televisiva – con le immagini più sciocche, come quelle più drammatiche – sul cinema. Resta qualche cinema porno, a mantenere in vita la carnalità delle relazioni nel buio della sala, ma anche qui a farla da padroni, suggerisce Ferreri, saranno presto i “marchettari”. La pay-tv era agli albori, le piattaforme quasi non esistevano, i nuovi supporti neppure. C’era sì la televisione, ma parliamo ancora di un mezzo unidirezionale e prevalentemente generalista. L’interattività, che tanti oggi teorizzano come centrale nel rapporto attuale con i “prodotti” culturali sulle piattaforme digitali, in realtà fa un po’ sorridere di fronte al tipo di relazioni che nascevano, vivevano e morivano, nel buio dei cinema di una volta. Il cinema è morto, viva il cinema!


 

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