L’ultimo spettacolo, di Peter Bogdanovich (The Last Picture Show, USA 1971)

di A.C.


Anni ’50. In un piccolo paesino del Texas hanno luogo vicende di ciclica quotidianità tra le vicissitudini degli adolescenti del luogo e le frustrazioni delle generazioni precedenti, in una fase di transizione che di lì a poco avrebbe catapultato quegli stessi adolescenti nella realtà del mondo con lo scoppio della Guerra di Corea.
Bogdanovich torna indietro nel tempo per catturare quel breve momento di passaggio di una generazione ancora stagnata nella propria crisalide ma, in qualche modo, consapevole di una giovinezza già inesorabilmente al termine.

Sonny, Duane e Jacy sono i simboli di questa generazione e, nelle loro diversità caratteriali, sono accomunati da un senso di restrizione e oppressione in quella piccola realtà di provincia in tandem con una forte angoscia per il futuro. Un ‘veterano’ del paese, ‘Sam il leone’, come unico insegnante di vita: un uomo saggio ma visibilmente segnato dai rimpianti e troppo ancorato a quel microcosmo per poter dare loro le risposte che cercano.

Il cinemino locale come unico punto di riferimento ed elemento simbolico del film. Dapprima luogo di svago e ritrovo per i giovani e poi vero spartiacque esistenziale che, dopo la sua ultima proiezione, chiude definitivamente i battenti segnando la fine di un’epoca e il passaggio dall’età giovane a quella adulta dei suoi protagonisti.

La scelta del b/n (suggerita da Orson Welles) restituisce perfettamente quell’atmosfera di tempo perduto, in uno scenario che sa di limbo: quella provincia dall’aspetto arido e decadente che avanza nella sua routine fino a determinare un vero e proprio stato di inedia. Non casuale, infatti, la scelta di Anarene, città fantasma del Texas, come nome del paesino di ambientazione dell’opera.
Bogdanovich ripercorre un’epoca con una regia asciutta e dal taglio decisamente malinconico che sa di nostalgia di un’America e anche di un Cinema che non esistono più. Un passaggio dal vecchio al nuovo, dalla società americana di belle speranze a quella della presa di coscienza del post-Vietnam, dal cinema classico a quello della New Hollywood. Non a caso, infatti, viene scelto Il fiume rosso di Howard Hawks come spettacolo di chiusura del cinema del paese, un film appartenente a quel mito antico e contenente tematiche di conflitto generazionale.

Un cast perfettamente in sintonia in cui emergono un giovanissimo Jeff Bridges e uno struggente Ben Johnson, icona di quel cinema western passato omaggiato dal regista.
Un vero e proprio caposaldo della nostalgia che, all’alba della New Hollywood, porta il resoconto amaro del passato e volge alla preoccupante incertezza del futuro.

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