Paper moon (Luna di carta), di Peter Bogdanovich (Usa, 1973)

di Girolamo Di Noto

Generalmente, quando si pensa a Peter Bogdanovich, il più cinefilo dei registi americani, recentemente scomparso, il primo accostamento che viene in mente è una sala cinematografica: intento a perdersi nella visione di un film del suo amato Ford o a ritrovarsi nel piacere estetico di una sofisticata commedia americana degli anni Trenta e ad un certo punto riportato nella realtà non solo perché il film è terminato ma perché sarà “l’ultimo spettacolo” in programmazione. Regista di qualità eccelsa e grande intelligenza, Bogdanovich è stato prima di tutto un cinefilo appassionato, o se vogliamo giocare con le parole, un cine-figlio cresciuto all’ombra di padri famosi che non ha fatto altro che ricordare, far rivivere attraverso il meccanismo della citazione e uno stile intriso di ironia e malinconia.

La sua evoluzione creativa è consistita in primo luogo nello studiare, in veste di critico, i meccanismi dell’emozione nei cineasti che ha ammirato e in seguito, una volta diventato regista, nel farne il principio strutturante della sua opera. Se ne L’ultimo spettacolo, considerato il suo capolavoro, si assiste alla chiusura dell’unico cinema della città che ha proiettato come ultima pellicola Il fiume rosso di Hawks e se in Ma papà ti manda sola si rievoca la screwball comedy, Paper moon, commedia ambientata ai tempi della Depressione, sembra più imparentata con Furore di Ford e Accadde una notte di Capra.

Racconta la storia di un simpatico imbroglione (Ryan O’Neal), nella depressa America rooseveltiana degli anni Trenta, e di una piccola orfana (Tatum O’Neal, figlia nella realtà del protagonista), che attraversano il paese arrangiandosi come possono per sopravvivere. Come il film di Ford, anche Paper moon è un road-movie, privo però della forma epica fordiana: l’orfanella Addie e lo scapestrato venditore di bibbie nelle loro disavventure, tra terre arse dal sole e strade che si perdono su un orizzonte senza fine, vivono il disincanto delle loro azioni, incarnano l’emblema di una società diventata furba e che si ingegna pur di racimolare qualcosa.

La magnifica fotografia in bianco e nero di Laszlo Kovacs mette in luce il racconto picaresco di una strana coppia di outsider il cui rapporto inizia nel segno dell’indifferenza e della diffidenza per arrivare ad una tenera e affiatata complicità. Nel corso del viaggio si alternano bisticci e battibecchi, pericoli scampati, inseguimenti notturni: i due si arrangiano come possono, inseguono con il loro trabiccolo scassato la loro luna e pur se il titolo suggerisce che è luna di carta è un’illusione che pur sempre bisogna inseguire. “It’s only a paper moon”, viene sottolineato nella colonna sonora, “but wouldn’t be make believe if you believed in me” (” Non sarebbe una finzione se credessi in me“). Un’illusione a cui si è deciso di credere per sentirsi vivi dentro in un mondo che è morto fuori.

Bogdanovich si concentra sul cinema del passato ripercorrendolo nei suoi temi e nelle sue forme pur nella consapevolezza dell’impossibilità di dire qualcosa di nuovo. “Tutti i buoni film sono già stati fatti”, evidenzia con amarezza il Maestro. La sua è una ricerca del cinema perduto: Bogdanovich, da questo punto di vista, è stato un umanista dello sguardo, il cantore di un cinema nostalgico i cui film reggevano sui volti, sulle storie senza aver bisogno di nessun effetto speciale. “Chi se ne frega degli effetti speciali. Voglio le persone come nei film di Renoir o di John Ford, non L’uomo ragno o I fantastici Quattro. Non so che farmene di tutti questi supereroi “.

I due protagonisti incarnano perfettamente “le persone” di cui ha bisogno il regista. Portano con sé qualcosa dei personaggi fordiani come il legame di solidarietà, fondamentale per affrontare il pericolo, recano l’umanità di quelli di Capra, personaggi che non si danno mai per vinti, che non perdono la speranza. Tra i due è la bambina il personaggio più vispo: aspetto mascolino, modo di fare spigliato e smaliziato, Addie sa già il fatto suo. Ispirata a Shirley Temple, privata però del suo infantilismo zuccheroso, Addie è un concentrato di furbizia e intelligenza: ha un viso innocente che nasconde un’indole furbetta, fuma, riesce a nascondere i soldi dalla perquisizione del padre anche se dietro un’apparente sicurezza mostra anche la fragilità di una preadolescente. Meritatissimo premio Oscar, Tatum O’Neal, nonostante la tenera età, riesce a cavare le giuste emozioni di risentimento, rabbia, testardaggine dal suo personaggio, rendendolo indimenticabile.

Paper moon resta ancora oggi una deliziosa commedia sociale dai toni amari, una nostalgica cartolina dell’America di provincia, un film di grande rilievo che è parte integrante di un cineasta sensibile e acuto che, nella duplice veste di critico e regista, si è reso testimone del desiderio di adagiarsi nell’arte cinematografica come rifugio e di riprodurne la potenza poetica della memoria.

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