Ritorno a casa, di Manoel de Oliveira (Francia/Portogallo 2001)

di Girolamo Di Noto

Ritorno a casa (Vou para a casa) di Manoel de Oliveira certamente costituisce una delle opere di maggiore riferimento tra quelle che il maestro portoghese, nella sua longeva carriera, ha saputo donarci.

Ammirevole, bello, triste, il film porta con sé – a dispetto del tema che tratta – una semplicità formale e un equilibrio che hanno del miracoloso se si pensa come sia difficile trovare oggi un artista capace di eliminare tutto ciò che è superfluo, ridondante, inutile. De Oliveira dirige un film di una leggerezza prodigiosa che ha per tema la stanchezza, il progressivo scivolamento nella solitudine di un vecchio attore, la morte. “La morte, come il sesso,” – scriveva Bazin – “al cinema non si può mostrare”. E De Oliveira, con uno stile rispettoso ed essenziale, resta fedele a questo principio.

Gilbert Valance, interpretato dallo straordinario Michel Piccoli, anziano attore di teatro, al termine di una rappresentazione, viene a sapere che sua moglie, la figlia e il genero sono morti in un incidente. Rimasto solo con il nipotino, a cui cerca di dare il giusto affetto, Gilbert prosegue la sua vita concedendosi piccoli lussi come comprare un paio di scarpe nuove, passa le giornate tra il caffè e il teatro, rifiuta l’offerta di girare un volgare telefilm e infine accetta una parte breve ma impegnativa in un film tratto dall’Ulisse di Joyce, ma per la prima volta qualcosa si inceppa, non trova più le parole e annuncia mestamente di ritornare a casa.

Il dramma vissuto dall’attore, la frana improvvisa che lo coglie, vengono tenuti in sospeso: l’attore sceglie di mostrare un pezzo di sé mantenendo il suo privato chiuso a doppia mandata. La morte non è spudoratamente esibita, è celata non certo per trascuratezza, ma per decenza. Michel Piccoli è straordinario in tal senso a padroneggiare un’espressività basata sulla misura, mai appariscente. Vive con dignità il suo dramma e dal momento in cui ne viene a conoscenza, non rende esplicito il suo dolore, lo custodisce nella sua intimità e anche lo spettatore vive, con rispetto, a distanza, questa tragedia. Dal momento che prende coscienza della triste notizia, nessuno sguardo, nessuna parola, impensabile il primo piano.

Quel che meglio rispetta la morte è la riservatezza e il silenzio. De Oliveira allude alla morte, ma non mostra. I cari perduti non li vediamo mai se non attraverso lo sguardo che il vecchio attore pone sulla foto dei suoi familiari poggiata sulla scrivania, se non attraverso l’affetto incondizionato che prova verso il nipotino. La grande lezione di stile di De Oliveira è quella di aver saputo rendere con struggente intensità lo smarrimento di un vecchio attore, non raccontandolo e descrivendolo in maniera diretta ed esplicita, ma cogliendolo attraverso metafore, risaltandolo attraverso l’opposizione tra campo e fuoricampo, tra scena e fuori scena, tra teatro e vita.

Il dramma che vive Gilbert, con tutto quello che porta con sé come solitudine, disperazione, vuoto, è raccontato con delicatezza e sobrietà in maniera indiretta innanzitutto attraverso il lavoro dell’attore. Le tre prove attoriali in cui vediamo impegnato Gilbert altro non sono che un modo per fermare il tempo, un tentativo di ingannare la morte, tenerla in disparte. Prima di ricevere la terribile notizia, l’attore sta mettendo in scena ‘Il re muore’ di Ionesco e le parole che vengono recitate sembrano quasi presagire quello che accadrà. Nell’opera, il re Berenguer osserva come i suoi valori si dissolvano di fronte all’inesorabile verità della morte, ossessivamente ripete la battuta “Non ho avuto tempo”, e quando nell’ ultimo dialogo la regina, interpretata da Catherine Deneuve, sussurra al re morente: “Tu non hai più le parole, il tuo cuore non batte più”, ecco come si comprende l’allusione del regista a quello che seguirà nella realtà. Il regista dà pienezza alla parola scenica e il testo rappresentato non è casuale ma scelto in funzione anticipatrice del dramma umano di Gilbert. Trascorso un certo tempo dalla tragedia, l’attore torna al teatro per interpretare Prospero ne ‘La tempesta’ di Shakespeare.

La tragedia si è trasformata in un universo meraviglioso. L’isola di Prospero, caratterizzata dalla presenza di un tempo volutamente sospeso, allude al modo in cui Gilbert vive la sua nuova realtà. Gli avvenimenti si succedono senza variazione e sussulti, come se fossero scritti in un copione, nell’illusione di controllare il proprio dolore, nel tentativo di non pensare al lutto che lo invade. Ogni gesto fa parte di un’abitudine ormai consolidata: guarda fuori dalla finestra appena alzato, saluta il nipote mentre si accinge ad andare a scuola, firma autografi, legge “Liberation” in un caffè alternandosi allo stesso tavolo, in una scena spassosa e senza dialoghi, con un altro avventore che invece legge “Le Figaro”, ma il desiderio di fermare il reale è destinato a fallire. Qualcosa si è spezzato, un inceppamento è ormai in corso e né il teatro con i suoi inganni, né la vita con le sue finzioni possono riuscire a sconfiggere e a tenere a bada ciò che è accaduto.

De Oliveira è straordinario nel manifestare il lutto e il disagio che ne consegue, attraverso immagini comuni, apparentemente banali, ma che sono invenzioni di pura poesia. Si pensi alla celebre sequenza del dialogo in cui sono inquadrate solo le scarpe. Il lutto è anche un mistero buffo, una lunga conversazione sull’ineluttabilità dell’essere soli inquadrata dalle ginocchia in giù. Si pensi ai luoghi lasciati che restano sguarniti di una presenza e di uno sguardo. Il tavolo vuoto di un caffè parigino, il manichino della vetrina di un negozio, chiara allusione della condizione dell’attore, fatto per adattarsi alle forme degli abiti altrui. Si pensi infine al set del film Ulisse di Joyce, abbandonato dall’attore, film che diventa una vera e propria presa di coscienza della frattura tra realtà e finzione e consapevolezza della propria fragilità. Gilbert dimentica continuamente le battute e scopre che recitare, e non solo quello, stanca.

Deve interpretare Buck Mulligan, un personaggio più giovane di lui e nella seduta di trucco che precede la messa in scena della sequenza, si riflette nello specchio, riconosce l’inganno, ‘il trucco’, e torna a casa.

Resta poi un’inquadratura mirabile, quella del bambino che osserva pensieroso il nonno salire affaticato le scale che lo portano al riposo. È l’uscita dal teatro, è la decisione di uscire di scena, potrebbe essere intesa come l’avvicinarsi prossimo della morte, ma anche un modo per non abdicare alla propria dignità.

Splendida e intensa l’interpretazione di Michel Piccoli, grandissimo attore da poco scomparso, amato da Buñuel per “il suo senso dell’umorismo, la sua generosità discreta, il suo granello di follia”, qui strepitoso nel mettere in scena un uomo oppresso da una crescente fatica di vivere, ma che accetta il fatale distacco dalle cose terrene con umanità e dignità.


 

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