Morto Troisi, Viva Troisi!, di Massimo Troisi (1982)

di Laura Pozzi

Due anni dopo il folgorante esordio con Ricomincio da tre, Massimo Troisi torna dietro la macchina da presa e si scusa per il ritardo. Un mea culpa velato di sottile ironia e amara consapevolezza, assolutamente necessario per chi troppo maliziosamente aveva scambiato quel farsi attendere per un’indolenza tipica del suo carattere. In realtà Troisi ha sempre ricercato un percorso artistico alternativo al soddisfacimento delle aspettative temporali altrui, svincolando la sua arte da qualsiasi condizionamento mediatico che ne oscurasse la libera espressione. Il travolgente exploit di Ricomincio da tre rimasto in programmazione nelle sale per un anno, provoca nella sua vita uno sconvolgimento artistico esistenziale da domare ed esorcizzare il prima possibile. Conosciuto fino ad allora per gli esilaranti ed indimenticabili sketch con La Smorfia, si trova di colpo al centro della scena, acclamato e celebrato in tutto il paese, premiato in festival e TV nazionali e soprattutto considerato il nuovo salvatore della patria in un momento non propriamente idilliaco per la nostra cinematografia. Un ruolo ingombrante nel quale stenta a riconoscersi e che lo investe di una responsabilità troppo onerosa, difficile da sostenere.

Da tali premesse nasce Morto Troisi, Viva Troisi!, un folle mediometraggio di 50 minuti girato per RaiTre. Realizzato in collaborazione con Lello Arena e Anna Pavignano, verrà trasmesso in due sole occasioni: la prima nel 1982 all’interno di una puntata speciale di Che fai… ridi?, e la seconda il 4 giugno 1994 a poche ore dalla scomparsa. Un documento quasi dimenticato, rimasto a lungo sepolto negli archivi della rete nazionale, ma reso accessibile da RaiPlay più di venticinque anni dopo quel giorno funesto.

Una chicca imperdibile, un viaggio dissacrante e volutamente macabro sulla figura tabù della nera mietitrice. Troisi non ha paura di filmare il suo corpo senza vita all’interno di una bara e di giocarsi la sua personalissima partita a scacchi con la morte. Naturalmente affidandosi ai prodigiosi nonsense di una comicità stralunata e irriverente che lo vedrà protagonista al fianco dei nuovi, ma nello stesso tempo vecchi comici. Un’edizione straordinaria del Tg spalanca le porte su San Giorgio a Cremano. Un inviato Rai ci informa dell’improvvisa e prematura scomparsa di Massimo Troisi. Migliaia  di persone accorse da tutta Italia premono alle porte della camera ardente in attesa di porgergli l’ultimo saluto. Amici, colleghi e conoscenti sfilano in silenzio davanti alla salma posta al centro della sala. Si riconoscono fra gli altri Gianni Boncompagni, Nadia Cassini, Maria Giovanna Elmi, Mario Pastore, Giampiero Galeazzi, Riccardo Cocciante, un commosso Pippo (sì il fraterno amico di Topolino), uno sconsolato Pippo Franco, un taciturno Portobello, una tenera e impeccabile Lassie. Il cronista sottolinea come anche in questo caso Troisi abbia registrato il tutto esaurito. Ma nonostante ciò il mondo dello spettacolo è in lutto: luci spente, sipari abbassati,  schermi oscurati. Come da sue ultime volontà i proventi del primo film verranno destinati alla realizzazione di una casa di riposo per artisti intitolata a suo nome e le sue orecchie saranno donate a qualche bisognoso.

Il reportage ci conduce poi alla scoperta di un personaggio inedito, privato, che una volta spente le luci della ribalta ama assumere l’identità della principessa Anna d’Inghilterra. Autografi, premi, mondanità, Troisi non ne può più di essere Troisi. È disperato, smanioso, insofferente, non sa più come far fronte a quell’incontenibile popolarità. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono, tutti lo toccano, ma neppure le sfarzose vesti della principessa riescono a garantirgli un minimo di tranquillità. Si susseguono ricordi, omaggi, testimonianze. Suscita particolare attenzione quella di un inquietante e sedicente amico d’infanzia (Roberto Benigni) che intende mantenere l’anonimato celandosi dietro una grossa vetrata che ne occulta l’identità. Finalmente può esternare la sua contentezza per quella fine prematura e dipingere Troisi come un ladro, un losco seduttore (anche nei suoi confronti), un drogato poco incline alla pulizia. “Uno che amava sderenarsi con i sbrucellati”, così ripete ossessivamente il suo angelo custode (Lello Arena), alle prese con una bizzosa forza di gravità che non gli consente di spiccare il volo, costringendolo a confrontarsi con spinose questioni di carattere più o meno divino. Infine entriamo nella famosa casa di riposo per artisti dove troviamo riuniti intorno a un tavolo Carlo Verdone, Maurizio Nichetti, Roberto Benigni e Renzo Arbore. Tutti con acciacchi più o meno evidenti celebrano il vecchio collega lasciando l’ultima parola al cantautore foggiano che ammette di averlo sempre preferito più da vivo che da morto.

Dietro una comicità spericolata e dirompente, Troisi dà voce ad una serie di pungenti riflessioni sull’essere uomo e artista. Filmare la propria morte diviene per lui un passaggio obbligato, un modo per sfidare un destino tristemente segnato da un cuore “matto” che non smette di molestarlo fin dalla nascita. Nessuno in quel momento è al corrente della sua malattia, ma lui sente di avere poco tempo a disposizione. Questo lo porta inaspettatamente a decelerare, a dilatare i tempi, a concedersi il lusso di lasciar trascorrere anni tra un film e l’altro. Preferisce indugiare per non sciupare quegli attimi preziosi in produzioni di “comodo”, buone solo a garantire una posticcia e claustrofobica popolarità.

Ma non sono soltanto le precarie condizioni fisiche a destabilizzarlo, c’è la preoccupazione di un’opera seconda che soddisfi le aspettative del pubblico e che possibilmente replichi le gesta eroiche dell’esordio. All’inevitabile domanda “Che progetti hai?”, risponde lucidamente: “Sto aspettando di sbagliare il secondo film”. E in parte ha ragione, Scusate il ritardo nonostante (per chi scrive) sia il suo film più riuscito non potrà contare sull’affetto e il riscontro dell’opera precedente. Questo perché il tempo continua a passare, lasciando spazio ad umori più cupi, a sorrisi smorzati, a sentimenti irrisolti e all’amara conclusione che “un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra loro”. Con Pensavo fosse amore invece era un calesse, porta a compimento quel teorema amoroso iniziato dieci anni prima con donne sempre più a corto di gonne. Oltre che per il ritardo, il malinconico e disilluso Massimo non dimentica di porgere altre scuse, stavolta per un larghissimo e irreparabile anticipo deciso da qualcun altro: “Mi scuso con tutti coloro che non ho avuto il tempo di salutare, ma con tutta la buona volontà con la morte non si può proprio ragionare”. Lo sappiamo caro Massimo, con oggi sono ventisei anni che tentiamo inutilmente di accettarlo.


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