Crimini e misfatti, di Woody Allen (Crimes and Misdemeanors / USA 1989)

di Laura Pozzi

C’è già un delicatissimo match point da giocare in Crimini e misfatti, opera fra le più acute e graffianti realizzata da Woody Allen nel 1989. Pellicola dalle unghie affilate, dal ghigno beffardo, contaminata da plumbee atmosfere e da tormenti bergmaniani già felicemente sperimentati in opere precedenti quali Interiors (1978), Settembre (1987), Un’altra donna (1988). Costruito e giocato su un duplice registro narrativo inizialmente autonomo, Allen sfida, ma contemporaneamente affida i suoi dubbi e domande esistenziali a due storie antitetiche, legate a doppio filo dall’assenza/presenza dello sguardo.

Judah Rosenthal (un grandissimo e mai abbastanza celebrato Martin Landau) è un affermato e illustre oculista dalla (doppia) vita apparentemente perfetta. Cresciuto all’interno di una comunità ebraica sotto i rigidi precetti di un padre intransigente, la subdola e ovattata realtà che lo circonda e lo vede leader indiscusso al fianco della remissiva Miriam e dell’ormai adulta Sharon, viene messa sotto scacco quando l’instabile e tormentata hostess Dolores Paley (Anjelica Huston), sua amante da due anni minaccia di raccontare tutto alla moglie. Un’attrazione fatale nata a bordo di un aereo, tramutatasi lentamente in una polveriera emotiva pronta a deflagrare e a ridurre in polvere un solido e ventennale equilibrio familiare. Ma la donna, ormai vittima di incurabili nevrosi, non vuol sentire ragioni e dopo un biennio di bruciante passione sente l’ossessivo e maniacale bisogno di dare una svolta a quel rapporto per lei irrinunciabile, ma per Judah poco più che un occasionale passatempo necessario a movimentare una vita coniugale giunta ad un binario morto.

Uomo di scienza, pervaso da profondo scetticismo e convinto assertore di un mondo duro, spietato e privo di valori, l’unico rapporto con il quale fatica a trovare un compromesso è quello con Dio, definito sarcasticamente “un lusso che non mi posso permettere”. Un’entità costantemente negata, ma inspiegabilmente vigile e di colpo incombente quando l’omicidio più volte scongiurato appare l’unica via per far tacere l’amante. Tutto ciò senza sporcarsi le mani, perché il vile atto, commissionato al fratello Jack e messo in pratica da un ignoto sicario, rimarrà impunito. Inizialmente funestato da un malcelato senso di colpa che lo porterà più volte sull’orlo del baratro, l’impenetrabile Judah con il passare del tempo scoprirà come il suo crimine, destinato a restare senza colpevole, non rimescola le carte in tavola e non suscita l’interesse di quel Dio, che dall’alto dei cieli sembra rivolgere lo sguardo altrove. Un delitto senza castigo inesorabile, reso agghiacciante da un inevitabile senso di onnipotenza che non solo  rafforza le sue convinzioni, ma lo porta a vestire i panni di un fiero e sprezzante carnefice, capace di narrare con la massima naturalezza il suo crimine in terza persona a uno spaesato Cliff Stern (Woody Allen), documentarista incompreso, dal cuore spezzato. Quest’ultimo, reduce dall’ennesima sconfitta amorosa ad opera di Halley Reed (Mia Farrow), produttrice associata con la quale aveva idealizzato una possibile liaison dopo aver collaborato ad un documentario sul detestato cognato Lester (Alan Alda), scialbo individuo dal vincente appeal, non può che tornare alla sua fallimentare vita di coppia con Wendy e ai suoi pomeriggi al cinema con l’amata nipotina. Unici momenti spensierati di un’opaca e grigia esistenza, dove lo sguardo si redime, si raffina e si consola grazie alla purezza delle immagini e alla magia di improbabili, ma opportuni happy end.

Ma questo è cinema appunto e il geniale Woody stavolta tende a sottolinearlo come non mai. La realtà è altro e ha ben poco a che spartire con la settima arte e con impraticabili “vissero tutti felici e contenti”, soprattutto quando si tratta di sopravvivenza.

Non è un mistero che Allen annoveri tra i suoi padri putativi Ingmar Bergman, e se Crimini e misfatti non si può definire un vero e proprio omaggio alla poetica del maestro svedese, di certo ne possiede gli stilemi e l’inconfondibile fotografia di Sven Nykvist. Se per Bergman parte dell’infelicità umana è da imputare al prolungato e assordante silenzio di Dio, per Allen il quesito o meglio l’assenza è da ricercarsi nella fugacità di uno sguardo assente, distratto, spento o più semplicemente annoiato, umiliato e offeso dal genere umano. Judah Rosenthal è un uomo ossessionato da questo pensiero, tanto da farne una professione, ma nonostante ciò la sua visione del mondo si limita ad un’osservazione puramente professionale. Il suo è uno sguardo circoscritto, delineato da una fessura, illuminato da una lampada artificiale, riflesso in un occhio estraneo.

Una scena particolarmente significativa è proprio quella in cui, colto alla sprovvista da un’insidiosa lettera di Dolores indirizzata alla moglie, confessa i suoi timori a Ben, un rabbino prossimo alla cecità. A dispetto del suo scetticismo, l’uomo che avrebbe più di un motivo per non credere all’esistenza di una potenza superiore, non riesce a concepire un universo privo di struttura morale, di punti di riferimento necessari per intraprendere la via del perdono. Per questo suggerisce all’amico di raccontare tutto a Miriam, confidando nella sua indulgenza. Consiglio che resterà confinato fra le quattro mura del suo studio, e quando Ben a distanza di tempo gli chiederà aggiornamenti in proposito, Judah risponderà che la questione è felicemente risolta grazie all’improvvisa ragionevolezza della donna. A quel punto il rabbino parlerà di fortuna, anticipando un tema che tornerà preponderante sedici anni dopo nello stupefacente Match Point.

L’analogia tra Judah Rosenthal e Chris Wilton (Jonathan Rhys Meyers) balza agli occhi, così come la sorprendente evoluzione.

Il passare del tempo oltre a non insegnare nulla non muta di una virgola, ma al contrario amplifica il sordido comportamento degli uomini, più che mai intenti a curare il proprio orticello, a soddisfare le proprie pulsioni, a preservare i propri interessi con un colpo di pistola, se necessario. Ma se a prima vista Match point ricalca un po’ ingenuamente e quasi morbosamente il suo lontano predecessore, ad un analisi più approfondita notiamo come gli anni per Woody non siano passati invano. Se un tempo il mandante di un crimine ammetteva o in qualche modo tollerava la presenza e il giudizio del divino, ora l’unica giustificazione possibile viene affidata al caso e alla fortuna. Dio non solo ha chiuso gli occhi per sempre, ma ha affidato le sorti del mondo ad una pallina da tennis che deciderà all’ultimo secondo se oltrepassare o meno la rete avversaria.


 

2 risposte a "Crimini e misfatti, di Woody Allen (Crimes and Misdemeanors / USA 1989)"

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