Il commissario, di Luigi Comencini (1962)

di Laura Pozzi

È curioso e particolarmente entusiasmante notare come la grandezza di Alberto Sordi si celi spesso nel sottobosco segreto di opere considerate approssimativamente minori. È il caso de Il commissario, film che suggella per la terza volta (dopo La bella di Roma e Tutti a casa) l’interessante sodalizio artistico dell’attore romano con Luigi Comencini. Una collaborazione che dieci anni dopo estrarrà dal cilindro magico un titolo di punta come Lo scopone scientifico (1972) e si concluderà nel 1979 con L’ingorgo (senza dimenticare L’ascensore, terzo episodio di Quelle strane occasioni, 1976) nerissimo apologo sulle miserie umane e pellicola fra le più pessimiste e corrosive del regista salodiano.

In quest’opera cupa, notturna e vagamente insonne, contaminata dalle sperimentazioni poliziesche del primo Germi, Sordi si cimenta con un genere, il giallo, poco incline ad avallare i (molti) vizi e le (scarse) virtù delle sue volubili creature, dando vita ad un personaggio fra i più complessi, sfuggenti e seminali della sua filmografia. Dante Lombardozzi, vicequestore alle dipendenze del commissario capo De Vita (uno strepitoso Alessandro Cutolo) sogna di far carriera all’interno del distretto. Pedante e ossessivo quanto basta per confinarlo nel tugurio di un sottoscala in compagnia dell’indolente e passivo brigadiere Polidori, la sua ambizione sembra trovare un pertugio quando alcuni ragazzacci di borgata scoprono il corpo senza vita dell’onorevole Simeone Di Pietro, influente e stimatissimo pedagogo investito da un’auto pirata. Il caso, dopo alcuni diktat imposti dall’alto per non infangare il buon nome della vittima, viene archiviato con l’arresto di Armando Provetti (Alfredo Leggi), losco criminale e magnaccia pregiudicato, abituato a farla franca con patetici siparietti teatrali volti a decretarne l’infermità mentale.

Lo spavaldo Provetti non ha però fatto i conti con la puntigliosa determinazione di Lombardozzi che, alla vigilia di Pasqua in barba a riti, cerimonie e festeggiamenti, si fa carico di riaprire le indagini dopo aver notato negli incartamenti un’evidente discrepanza tra la sua confessione e quella di un casellante più o meno vigile sul luogo del delitto. Desideroso di “svoltare” per acciuffare l’agognata promozione in grado di garantirgli un solido futuro con la paziente Marisa (Franca Tamantini) e di soddisfare le aspettative di un padre maresciallo pronto ad infondere dall’aldilà inquietanti e notturni dubbi amletici, l’intuitivo, ma poco smaliziato Dante si scontrerà con l’indifferenza e il falso perbenismo di un sistema corrotto, ostile, asservito ad un potere figlio di quel miracolo economico prodigioso e fecondo negli intenti, ma incredibilmente marcio e mendace nei fatti. Un giallo che via via s’infittisce, fino a stagliarsi su di un fondale noir grazie all’ambigua presenza della rossa Maria De Santis (Angela Portaluri) in arte Manicomio, donna di vita al servizio di Provetti e ultima “innocente” evasione dello sfortunato Di Pietro. Un’inchiesta condotta minuziosamente da un vice commissario dal cognome storpiato in Lombardini, dai capelli a “grifone”, dalle scarpe pacchiane, vicinissimo alla verità, ma lontanissimo da quell’encomio e da quella stima alle quali aspira febbrilmente per tutta la storia. Un’apparente e innocua risoluzione gli darà momentaneamente ragione, ma l’eccessivo zelo al quale non sa rinunciare, trasformerà la realizzazione di un sogno in un controverso e doloroso caso di coscienza capace di sovvertire il futuro e adombrare gli intoccabili propositi iniziali.

Scritto da Age e Scarpelli, musicato da Carlo Rustichelli e prodotto da Dino De Laurentiis, Il commissario offre a Sordi l’irrinunciabile occasione di porsi come fiero antagonista di se stesso e della sua maschera. L’Italietta che lo circonda, popolata da ignavi, lavativi e menzogneri pronti a tendere la mano per accaparrarsi succulenti pacchi pasquali, e a richiuderla di fronte alle rivendicazioni di una giustizia di facciata assoggettata agli interessi del più forte, è la stessa incarnata più volte dalla parte opposta della barricata.

Dante (un destino già scritto nel nome), nel corso dell’indagine, compie un viaggio all’interno di un paese tetro e opprimente come un girone infernale, preoccupato solo di preservare le apparenze, di salvaguardare i privilegi e di lavare i panni sporchi in casa, esaltandone il candore attraverso fallaci targhe commemorative. Pur mantenendo toni da commedia necessari a smussare gli angoli di un intreccio articolato e a tratti macchinoso, Comencini trova la giusta misura nel far convivere due generi antitetici, e nel contenere i guizzi e le travolgenti impennate di un Sordi sensibilmente attento a non strafare e a rispettare l’evoluzione del personaggio. Il faccia a faccia finale con Provetti, all’interno dell’aula di tribunale che deciderà le sorti di un viscido criminale per una volta estraneo ai fatti, restituisce la maestosità di un interprete capace di esprimere con uno sguardo la resa incondizionata di un uomo costretto a mentire e a rinunciare al suo sogno in nome di una giustizia puramente occasionale.

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L’irritante pignoleria iniziale, l’inusuale e originale intraprendenza nel conquistare il cuore di Marisa in un incipit da antologia, la saccenza da primo della classe rimbalzano inesorabilmente contro un muro di gomma impossibile da abbattere. Dante Lombardozzi è senza dubbio uno dei personaggi sordiani meno noti e studiati, eppure le sue logorroiche convinzioni e smanie di protagonismo non devono aver lasciato indifferente un fine e acuto osservatore come Carlo Verdone. L’insopportabile Furio aleggia di continuo nella triste parabola esistenziale del suo precursore, sottolineando che in un futuro prossimo sarà lui a raccogliere la difficile eredità di Dante. Anche se poi l’Albertone nazionale non intende minimamente rinunciare a se stesso e ai suoi cavalli di battaglia, trasformando la spietata provocazione di un sostanzioso piatto di maccaroni in un amarissimo e nostalgico “happy” end.


  • Il film è disponibile su YouTube

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