Alberto Sordi: storia di una voce

di Paola Salvati

Alle volte le fortune nascono da un fallimento. Essere espulso dall’Accademia dei Filodrammatici per una cadenza dialettale troppo marcata, non adatta alla recitazione, può essere la spinta per fare proprio di quell’accento romanesco il proprio segno distintivo vincente.

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Doppiaggio

Fu così che un giovane diciassettenne non si arrese e si ritrovò in fila fuori dagli studi romani della Metro Goldwyn Mayer. In tanti avevano deciso di tentare di sfiorare Hollywood, anche solo attraverso un microfono, partecipando al concorso per le nuove voci di due comici americani. Ma lui, che studiava seriamente canto lirico, non aveva alcuna preparazione in quel campo. La musica era la sua passione. Con un papà maestro di basso tuba nell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, fu naturalmente influenzato e presto entrò come soprano nel coro delle voci bianche della Cappella Sistina. Passò alla lirica a causa del precoce cambio di timbro e calcò le scene operistiche.

Era stato solo una volta in una sala d’incisione della Fonit, l’anno prima, per un disco di fiabe per bambini. Lui era un po’ titubante, ma il suo destino no. Perché proprio in quegli studi bui della sala di doppiaggio, si accese la luce della sua carriera: era rossa, ad indicare l’inizio del suo provino e con esso il principio di un lungo e dorato percorso. Fu breve il pezzo, ma per sua fortuna conteneva una piccola canzoncina, che con le sue capacità canore segnò la svolta.

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Da quel momento sarebbe stato la voce italiana di Ollio, così bassa da abbinarsi bene a quel personaggio paffuto. Era il 1937. Di lì a poco iniziò, insieme a Mauro Zambuto (Stanlio), a doppiare tutti i film comici della famosa coppia (fino all’ultimo film del ’51) con un irresistibile accento angloamericano.

Il successo decretato dal pubblico lo spinse a sfruttare questo segno distintivo, che presto portò nei teatri di avanspettacolo col personaggio di Albert Odisor (anagramma del suo nome). Nel 1950 ebbe l’occasione di conoscere e doppiare Hardy dal vivo, nascosto dietro il sipario, assieme a Zambuto, in occasione di una tournée italiana del duo comico.

La sua voce fu prestata anche a tanti altri attori, come ad esempio Robert Mitchum ed Anthony Quinn, riconoscibilissima in ogni pellicola in cui abbia lavorato.

Terminerà questa esperienza nel ’56, preso oramai in modo totale dalla veste di attore.

Va ricordato che è stato istituito un premio al doppiaggio a suo nome, all’interno della manifestazione ‘Leggio d’oro’.

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Radio

Il connubio instaurato col cinema comico gli indicò la strada da percorrere. Capì che la radio poteva essere la giusta via per la notorietà. Nel 1947 iniziò a lavorare come Signor Dice nei programmi ‘Rosso e Nero’ e ‘Oplà’, condotti da Corrado.

Un altro colpo di fortuna: durante una gita in barca, fu lui a recuperare gli occhiali insostituibili del direttore della Radio, Pugliese, caduti in mare. Ottenne così di poter inserire il suo nome nel titolo di un nuovo programma radiofonico, fatto con un unico personaggio, cosa mai accaduta prima. Il 18 novembre del 1948 va in onda ‘Vi parla Alberto Sordi’ e da quel momento il suo nome cominciò ad essere popolare tanto quanto la sua voce. Le famiglie si radunavano davanti alla radio, per ascoltare il ‘compagnuccio della parrocchietta’, ragazzo dell’Azione Cattolica ingenuo e irritante.

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Racconta Sordi: “oggi sembra strano che cose tanto semplici potessero far ridere. Le parolacce erano vietate. Allora era diverso,  ridevamo diverso e forse ridevamo di più. Non avevamo ancora perso il gusto per le piccole gioie, date dalle piccole cose“.

Inventò altri personaggi, come Mario Pio e il Conte Claro. E questo gli valse nel ’49 il premio Maschera d’argento come miglior attore radiofonico. La radio è stata una vera palestra per Sordi: quei personaggi che mettevano in risalto i difetti dell’italiano medio ebbero un tale successo di pubblico da ispirarne tanti altri ed arrivare al cinema con Mamma mia, che impressione! di De Sica. Fu il film I vitelloni del suo grande amico Fellini a segnare il definitivo passaggio di Sordi al cinema e la conclusione dell’esperienza radiofonica.

Canto

Alla radio nacquero canzoni e motivetti, rimasti legati a lui come tormentoni e che ritmicamente hanno sempre scandito le sue apparizioni anche in tv. Divertente il suo vezzo di cantare, dimezzando la doppia consonante o di sfumare il finale delle parole, per scherzare sull’impostazione settentrionale dei conduttori Rai. Il nostro poliedrico Albertone è stato autore di canzoni e cantante.

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Un primo brano, eseguito nel periodo del doppiaggio di Ollio, è Guardo gli asini (che volano nel ciel) sull’aria di A zonzo. Incise poi diversi dischi, anche 45 giri di canzonette da lui scritte e cantate: Nonnetta, il Carcerato, il Gatto, il Milionario.

Nel 1957 si iscrisse alla S.I.A.E. come suonatore di mandolino, strumento che imparò a suonare sotto le armi, e ottenne così la qualifica di ‘compositore melodico’. Grande successo ebbe Ma ‘ndo Hawaii, pezzo da avanspettacolo da lui scritto, che canta e balla con una fantastica Monica Vitti in Polvere di Stelle. Per Il marchese del Grillo scrive e canta il brano ironico Mia cara Olimpia. Parteciperà persino al festival di Sanremo con un sua indimenticabile canzone E va, e va!, col suo marchio di fabbrica allegro, irriverente e comico.

Si avvarrà per gran parte della sua carriera della collaborazione del compositore Piero Piccioni, autore di quel pezzo di samba, famosa sigla del programma Storia di un italiano a lui dedicato. Però Alberto è sempre rimasto legato al suo primo amore: il canto lirico.

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Mi permette, babbo! è un film del ’56 in cui interpreta Rodolfo, storia di un non fortunatissimo giovane basso, che ricalca in buona parte la sua storia. Esilarante insieme ad Aldo Fabrizi, anche lui nel cast di alto livello.

Andava fiero della sua voce da baritono e dei suoi esordi nella lirica: “Sappia che sarei potuto diventare l’esploratore degli abissi delle note musicali”. 

Quelle note emesse dal suo strumento, la voce, riecheggiano ancora nelle nostre vite. Una voce importante, utilizzata in tutte le forme artistiche possibili. Baritonale, profonda, rassicurante, vivace e allegra, portatrice sana di buon umore, che in assoluto mi piace ricordare per la sua bella risata.

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