Io so che tu sai che io so, di Alberto Sordi (1982)

di Valentina Longo

Io so che tu sai che io so (1982): dalla regia di Alberto Sordi, una commedia sulla realtà familiare del medio borghese romano, carica di ironia ma non priva di profonde riflessioni che, tutt’oggi, risultano particolarmente attuali.

Protagonisti della storia sono Fabio e Livia Bonetti, rispettivamente interpretati da Alberto Sordi e Monica Vitti, e Veronica, loro figlia sedicenne, interpretata da Isabella De Bernardi. Lui lavora in banca, mentre lei fa traduzioni per arrotondare; la famiglia abita in un appartamento di proprietà di Elena Vitali (Micaela Pignatelli), moglie di un politico ed economista molto noto e, ai tempi della storia, di stanza a Londra per lavoro.

A fare da prologo alla storia sono alcuni eventi che si riveleranno cardine: inizialmente Livia telefona a Fabio in banca per esternargli la sua felicità e chiedergli di passare il resto della giornata insieme, ma lui rifiuta per vedere una partita di calcio; tornato a casa ha un breve dialogo con la figlia e nota che, sebbene non comunichino poi molto, lei mette sempre i suoi abiti e non ne capisce il motivo; in seguito Livia e Fabio discutono su un uomo che ogni sera rimane fermo sotto la loro finestra, per poi concludere la serata in lite. Il giorno dopo Fabio sorprende di nuovo quell’uomo all’interno del cortile del palazzo e scopre che lavora per un’agenzia di investigazione, che era stata incaricata dal signor Vitali di pedinare la moglie. Durante il pedinamento, durato cinque settimane, sono state fatte registrazioni e riprese video, ma il soggetto non era la proprietaria di casa: poiché la macchina dei Bonetti era dal meccanico, Livia aveva preso in prestito la macchina della signora Vitali e, perciò, la donna che l’uomo aveva pedinato e ripreso era lei. Quella stessa sera i due assistono a una lite telefonica tra Vitali e la moglie a sfondo di gelosia. Il giorno dopo il capo dell’agenzia chiama Fabio per parlare della valigia che contiene le bobine su Livia e, in un primo momento, lui decide di far finta che non esistano. La sera vengono a sapere che il signor Vitali è morto e, dal momento che le dinamiche sembrano quelle di un suicidio e la morte è avvenuta dopo una telefonata da parte dell’agenzia, cominciano a sospettare che il motivo fosse l’infedeltà della moglie; ma la donna che era stata pedinata era Livia, quindi ciò che gli era stato riferito riguardava proprio lei. Per questo motivo, entrambi cercano di entrare in possesso della valigia: Livia per nasconderla, Fabio per scoprire cosa quelle bobine contenessero. Infine, quest’ultimo riesce a prenderle e a portarle alla loro casa in campagna: comincia così il suo film privato, che gli aprirà gradualmente gli occhi su tutto ciò che non sapeva della sua famiglia.

Sebbene questo sia solo un prologo, è fondamentale per intuire e assimilare i temi che girano intorno al resto del film. Risulta chiaro che, anche se affrontato in chiave ironica, il perno di tutto è l’infedeltà. Nonostante aleggi come uno spettro sui vari personaggi, non si concretizza se non all’epilogo: Fabio ha tradito la moglie con una collega, ma la storia è terminata mesi prima. Nella prima bobina che viene visionata si scopre che Livia ne era sempre stata consapevole e aveva addirittura incontrato l’amante per chiederle di stargli accanto quando lei l’avrebbe lasciato. In tutta questa sequenza è permeante il sotto-tema della sessualità: già accennato durante la chiamata di Livia a Fabio a inizio film, viene sottolineato nel dialogo tra le due donne, completo di racconti e descrizioni che, sebbene esplicite, rimangono elegantemente allusive.

Il secondo tema, affrontato con la visione della seconda bobina, è quello del ruolo genitoriale. La pellicola, questa volta, mostra Livia andare a recuperare la figlia dalla strada, in cerca di soldi per procurarsi una dose di droga, da cui è dipendente. Questo evento risulta come un fulmine a ciel sereno per Fabio, che aveva sempre attribuito gli atteggiamenti di Veronica all’adolescenza. Nel confronto con entrambe le donne della sua famiglia, la sera, comprenderà appieno quanto cieco fosse stato ai segnali che lei gli inviava: Livia gli spiegherà, infatti, che mettere i suoi indumenti era un modo per Veronica di comunicare affetto e desiderio di attenzione, mentre che lei non parlasse con lui era dovuto al senso di colpa nei suoi confronti.

Con la terza e ultima bobina il registro cambia drasticamente, toccando i toni del dramma. Sebbene la prima parte della bobina gli offra finalmente l’occasione di provare gelosia nei confronti della moglie, che si vede intrattenere rapporti confidenziali con un estraneo, al termine della visione scopre di essere affetto da una grave malattia, terminale, di cui Livia non gli aveva parlato. Il ragazzo con cui si incontrava spesso, anche di notte, lavorava all’Università e a lui si era affidata per svolgere le analisi di Fabio. I ragionamenti sulla morte vengono sostenuti da un’atmosfera ricca di contrasti: a una musica dai toni cupi e malinconici si accompagna una giornata di sole e un’improvvisa vitalità della campagna, laddove nei giorni precedenti si era lasciato intendere che non vi fosse nessuno a parte lui. È, comunque, una soluzione destinata a durare poco: il particolare lungometraggio di cui è stato spettatore continua con la rivelazione di un equivoco nelle cartelle, per cui Fabio non è in fin di vita. Ma gli ultimi minuti comprendono la conversazione con cui era iniziato il film, quella in cui Livia esternava la sua felicità dopo la scoperta dell’errore e Fabio la rifiutava per la partita di calcio; la visione termina con Livia nella casa di campagna, persa dal rimorso dopo essere andata a letto con il ragazzo dell’Università, e lui che le comunica il risultato della partita che il marito stava guardando in quel momento da casa.

Si può affermare che Io so che tu sai che io so sia assimilabile a un cerchio che si chiude: comincia e finisce con la chiamata che Fabio riceve da parte di Livia; parte dal suo tradimento e termina con quello della moglie; inizialmente si trovano in una situazione di apparente tranquillità poiché lui è ignaro di tutto ciò che lo circonda, ma anche alla fine, dopo aver appreso ogni cosa e aver affrontato la moglie, si ritorna alla tranquillità e alla normalità, quasi come se nulla fosse successo. Anche il percorso che le riprese compiono durante il film segue un moto circolare: la storia comincia per Fabio nella casa di campagna e l’ultima inquadratura di Livia, dopo averla seguita per alcune delle zone più periferiche di Roma, è proprio nella casa di campagna. Persino simbolicamente si può rintracciare una circolarità, sia a livello diegetico che a livello extradiegetico. All’interno del film, la morte del signor Vitali dà il via all’intreccio, il cui epilogo vede Fabio contemplare la sua stessa morte; inoltre, parte e finisce con uno scambio, dell’oggetto del pedinamento e della cartella clinica. Per quanto riguarda l’extradiegesi, Io so che tu sai che io so è l’ultimo film a vedere il forte duo con Monica Vitti, che con Alberto Sordi aveva condiviso il successo di altre pellicole, quali Amore mio aiutami (1969) e Polvere di stelle (1973).

La vera particolarità di questo film, però, è la profondità impressa nella figura femminile (si potrebbe osare a definirlo un taglio femminista). A uno sguardo più ravvicinato, si nota bene come il personaggio di Livia sia la vera forza del film: nell’ombra ha affrontato l’amante del marito, recuperato la figlia, affrontato la malattia di Fabio e persino vendicato Veronica investendo l’uomo che l’aveva portata alla dipendenza. È l’elemento che riduce a semplice e inerme spettatore l’uomo, Fabio, e che sopporta non solo la consapevolezza di tutto ciò che lui apprende con dolore, ma aspetta pazientemente che lui assimili ogni nozione e lo guida nella comprensione, ben sapendo che l’ultima scoperta potrebbe portarle dei seri problemi.

Anche le altre donne presenti mostrano, in un modo o nell’altro, punti di forza: l’amante di Fabio ha il coraggio di troncare la relazione con lui quando capisce che non avrebbe avuto un futuro; Veronica riesce a uscire dalla sua dipendenza e a riunire i genitori; anche la signora Vitali ammetterà il suo tradimento davanti ai giornalisti e alla televisione, nonostante avesse avuto la possibilità di nascondersi dietro la teoria del complotto per quanto riguardava la morte di suo marito. Ma, dopotutto, l’uomo è veramente più debole: lo dimostra il fatto che “un uomo con tante responsabilità e tanta cultura come il signor Vitali” scelga di suicidarsi per aver scoperto il tradimento della moglie. Come dice spesso il personaggio di Livia, l’uomo “è come un bambino, non può cavarsela da solo”.


 

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