Un’altra donna, di Woody Allen (Another Woman / USA 1988)

di Laura Pozzi

Lo scorso 19 giugno Gena Rowlands, indimenticabile Woman under the influence e indomita sposa di John Cassavetes, ha fieramente tagliato il traguardo dei 90. Lo stesso giorno sir Ian Holm, noto ai più come Bilbo Baggins nel Signore degli anelli, si è congedato dal mondo, dopo aver convissuto e lottato per anni contro una terribile e incurabile patologia. Una spiacevole coincidenza per due interpreti dotati di un talento e un carisma inestimabili che nel 1988 il sagace Woody Allen volle mettere insieme e far convolare a nozze nel suo diciassettesimo lungometraggio: Un’altra donna.

Un film concepito e cucito addosso (nonostante le divergenze) a una Rowlands spinosa e diffidente che già in passato aveva rifiutato “la corte” del regista newyorkese. “Sto scrivendo una parte apposta per Gena, ma non voglio scriverla per poi sentirmi dire che non è adatta. Voglio sapere se Gena si sente adatta a recitare la parte di una professoressa di filosofia che riflette sulla sua vita.” Allen, al telefono con un agente, è perentorio e mette subito in chiaro i suoi propositi: senza di lei il film non ha ragione di essere e presto capiremo perché. Le riprese iniziano in autunno e il cast iniziale prevede la presenza di Ben Gazzara e Jane Alexander, ma quello finale conterà Mia Farrow, Ian Holm, Gene Hackman e un vecchio leone come John Houseman, mitico collaboratore di Orson Welles dai tempi del programma radiofonico La guerra dei mondi fino a Citizen Kane.

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Marion Post (Gena Rowlands), direttrice della facoltà di filosofia, dopo aver richiesto un periodo di aspettativa per dedicarsi alla stesura del nuovo libro, affitta un bilocale a Manhattan in cerca di pace e ispirazione. Arrivata alla soglia dei cinquanta, la donna – come confessa la sua voce fuori campo nel prologo iniziale – si sente professionalmente realizzata e sentimentalmente appagata, tanto da eludere qualsiasi bilancio esistenziale “Se qualcosa sembra funzionare, lasciala stare”. Sposata in seconde nozze con Ken (Ian Holm), stimato cardiologo e padre di una figlia avuta da un precedente matrimonio, il loro legame in apparenza saldo e moderato inizia a mostrare qualche crepa e cedimento durante un ricevimento in casa di amici.

Nell’ascoltare le esaltanti gesta erotiche di una coppia coetanea si rendono conto di come il sesso sia una componente puramente accidentale nella loro fittizia, ma rassicurante comfort zone quotidiana. Un giorno, durante la permanenza nel nuovo alloggio-rifugio, Marion caduta in uno stato di profondo dormiveglia viene ridestata da una voce proveniente dall’appartamento vicino. È un uomo in terapia che sta confessando al proprio analista la sua omosessualità. Il tentativo di porre fine con dei cuscini a quelle inopportune intrusioni verbali (dovute al cattivo funzionamento di una griglia d’areazione posta sul muro), deflagra nel momento in cui ascolta incuriosita i turbamenti di Hope (Mia Farrow), anima fragile in preda a demoni interiori. Rimasta intimamente colpita da quell’angosciosa eppur composta disperazione, sbircia nello spioncino della porta e scopre con leggero stupore che si tratta di una donna in stato interessante.

La condizione di Hope spalanca di colpo una porta interiore su un passato tenuto segretamente in ostaggio. Di lì il passo è breve per tornare a quei lontani, ma roventi baci rubati con Larry (Gene Hackman) alla vigilia delle nozze con Ken, alle amate poesie di Rilke, alle mortificazioni paterne inflitte al fratello Paul per favorire i suoi studi o a quel primo matrimonio tinto di giallo con Sam, anziano maestro deceduto misteriosamente dopo aver scoperto un’interruzione di gravidanza dovuta alla giovane e arrogante ambizione della donna. Tuttavia le confessioni di Hope non si limitano a permeare di ombre e nebbia un passato oscuro e poco invitante, ma riflettono come in uno specchio le anomalie di un presente ambiguo, contraffatto, letargico.

Un “vaso di Pandora” che cela i tradimenti di Ken, fomenta il rancore della vecchia amica Claire, disarma le umiliazioni di Paul, ma soprattutto convince la vulnerabile Hope a concludere la terapia dopo un doloroso confronto avvenuto con quella sconosciuta triste e sola, incrociata per sbaglio davanti a La speranza di Klimt. Hope (ammesso che esista e non si tratti di una proiezione mentale di Marion) non aspira a diventare un’altra lei o a convivere tacitamente con un’altra donna pronta a riemergere da qualche anfratto del passato. Così come Marion è più che mai determinata nel concedersi una seconda opportunità, cullando il ricordo nell’amletico dubbio che si tratti di un qualcosa che si ha, o un qualcosa che si è perduto.  

Il film, come prevedibile, viene accolto male, i critici americani e non solo si scagliano contro Allen definendo l’opera “una sonata d’autunno in beige minore”, “l’ennesima imitazione bergmaniana”, “l’ultimo capitolo della trilogia del terrore dopo Interiors e Settembre”. Non c’è da stupirsi e lo stesso Woody probabilmente non si aspetta un trattamento diverso da chi non sa andare oltre le apparenze. È vero, c’è molto Bergman: dalla presenza di Sven Nykvist, ai chiari riferimenti a Persona già facilmente intuibili nel poster locandina, alla maschera sul volto indossata per gioco da una giovane Marion e rimasta indelebile per anni, fino a quel lunghissimo sogno (ben 9 minuti) in cui si cerca disperatamente un rassicurante e materno posto delle fragole.

Ma c’è anche molto Allen: Mia Farrow è realmente incinta durante le riprese e a fine lavorazione darà alla luce il piccolo Satchel (conosciuto oggi come Ronan Farrow), primo ed unico figlio biologico della coppia. Ma sorvolando momentaneamente sulle ricercate influenze svedesi, notiamo come Un’altra donna rappresenti uno dei film più personali, sperimentali e tecnicamente innovativi del regista americano. Ma soprattutto uno dei più rischiosi, visto l’azzardo di spodestare dal trono un’icona del cinema underground per ‘inaridirla’ all’interno di un castrante universo finto borghese. Il film, come accadeva in Cassavetes, poggia interamente sulle spalle della Rowlands ma Allen non è interessato a rievocare quella “moglie” scolpita nell’immaginario collettivo della settima arte. A lui interessa immortalare e cimentarsi con quel cinema libero e indipendente che trova nei coniugi Cassavetes i massimi esponenti. Per farlo ha bisogno di Gena, (John morirà di cirrosi epatica un anno dopo) ma una Gena diversa, equilibrata, quasi sacrale. Un’altra Gena, che per una volta faccia a meno di John e accantoni quell’irripetibile universo cinematografico. Solo in questo modo la storia e il dichiarato amore verso uno dei suoi mentori possono risultare credibili e compiersi definitivamente.

Per la Rowlands un vero tour de force emotivo in totale simbiosi con quello della protagonista. “Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii placata” . Con queste parole Marion/Gena esce definitivamente di scena, lasciando ai posteri un’interpretazione magistrale. Per Allen, Marion Post rappresenta il personaggio femminile più riuscito e maturo della sua filmografia. I due non ripeteranno l’esperienza di una nuova collaborazione, ma quell’amore perdurerà nel tempo trovando il suo apice quattro anni più tardi in Mariti e Mogli. Un titolo-omaggio che non ha bisogno di presentazioni.

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