Sapore di Mare, di Carlo Vanzina (1983)

di Roberta Lamonica

Locandina

Il 17 febbraio 1983 usciva nelle sale cinematografiche la cult comedy dei fratelli Vanzina, “Sapore di mare”. Il regista, Carlo Vanzina, scrisse la sceneggiatura con suo fratello Enrico, ambientando la pellicola dal sapore autobiografico nel 1964 e raccontando le avventure estive di tanti giovani di estrazione e provenienza diverse come diversa era l’Italia che si stava profilando in quegli anni, dinamica, mobile, ottimista. Tra questi, Paolo e Marina, fratello e sorella napoletani in vacanza in Versilia con i loro pittoreschi genitori; Luca e Felicino, fratelli ricchi e snob della Milano bene, l’intellettuale Gianni e le bellissime Selvaggia e Susan; i marchesini Pucci e il romano verace Maurizio. Un’estate passata tra bravate, amori, avventure, sogni, addii, spazzata via dai primi temporali post ferragostani ma ricordo indelebile di gioventù, libertà e spensieratezza.

Un film leggero, una commedia estiva che è riuscita comunque a conquistare un posto nel cuore di intere generazioni e questo grazie alla statura e alla capacità di interpretare mode, umori e cambiamenti di Carlo Vanzina.

Carlo Vanzina

Considerato in modo dispregiativo il regista dei ‘cinepanettoni’, Vanzina ha sempre preso le distanze da questa etichetta giornalistica e non cinematografica, come spesso specificava. Autore di commedie popolari e non di commedie all’italiana, Vanzina ha raccontato il nostro Paese con acume e senza riserbo, mostrando pregi e difetti della nuova Italia da bere, dell’Italia del fare e degli slogan promozionali, di quell’Italia in cui si prospettavano e profilavano discese in campo di varia natura. Ma Vanzina è stato soprattutto un uomo che il cinema l’ha visto e conosciuto molto da vicino. Il suo maestro, Mario Monicelli, non gli aveva risparmiato nulla, sebbene fosse un ‘figlio di’. Perché Carlo Vanzina era figlio del grandissimo Stefano Vanzina, in arte Steno. Un genio assoluto, Steno, ‘padre’ indiscusso della commedia all’italiana, ingiustamente meno celebrato rispetto a Dino Risi e Monicelli, per non parlare degli altri grandi maestri del nostro cinema del dopoguerra.

È per questo che, ogni volta che ci si avvicina a questo film, realizzato con mezzi relativamente limitati, si ha comunque la sensazione di assistere all’opera di un autore che la macchina da presa la sapeva usare e che il cinema lo sapeva declinare in molte delle sue possibili forme.

Isabella Ferrari

E la passione cinefila di Carlo Vanzina in Sapore di Mare è presente in diversi riferimenti cinematografici.
Il timido Gianni, intellettuale pallido e schivo, non poteva aver visto Il Laureato, film culto di Mike Nichols uscito in Italia nel 1968, in cui si narravano le disavventure amorose di Benjamin (Dustin Hoffman), giovane e timido figlio di papà, con la Signora Robinson, avvenente ultra quarantenne, interpretata da Anne Bancroft. Ma Carlo di certo lo aveva visto e rivisto e forse anche per questo rende Gianni un Benjamin nostrano che, nonostante le pagine di letteratura di cui si nutre nella sua bella villa in Versilia, prende iniziativa e crea una suggestione d’amore tutto da solo, passione incontenibile per la bella Adriana Balestra (Virna Lisi) – amica dei suoi genitori – compresa. Adriana, bellissima signora borghese, molto ricca e molto sola, non può far riandare con il pensiero alla controparte americana non avendo nulla da invidiare alla pur brava e seducente Bancroft.

Virna Lisi

E Carlo avrà avuto in mente anche American Graffiti, il film di George Lucas del 1973, per ricreare un Italian Graffiti versiliano, seppur essenzialmente girato tra Ostia e Fregene, per fare questo omaggio nostalgico alla sua gioventù e a quella dei ragazzi degli anni ’60 attraverso situazioni ed esperienze di un gruppo di amici ora comiche, ora patetiche, ora grottesche, ora sentimentali. Virna Liso fa brillare di una luce accecante ogni scena che la vede protagonista: il suo volto elegante, la sua bellezza distinta, la sua voce suadente, il suo mettersi allegramente al servizio di una pellicola non ‘blasonata’. Nulla da invidiare, dunque, alla Mrs Robinson di Nichols, forse solo un po’ meno cinica e con “il ricordo di un cuore che batteva forte”. David di Donatello e Nastro d’argento per la sua deliziosa interpretazione. Sceneggiatura non strutturatissima, recitazione spesso non all’altezza e gag forse un pò datate, ma emozioni sempreverdi per un film che si fa guardare e riguardare perché, diciamolo, il ricordo di quell’estate in cui ci siamo innamorati, in cui ci siamo illusi, in cui gli amici sembravano tutto, in cui il mondo era a portata di mano, in cui i tramonti erano sempre i più belli, ce l’abbiamo avuta tutti e ricordarlo ci fa provare sempre un po’ di nostalgia e tenerezza per ciò che il tempo ci ha tolto e non ci potrà più restituire.

Jerry Calà e Marina Suma

Un gruppo di ragazzi al mare, le loro famiglie borghesi, il benessere, il boom economico con gli industriali del Nord (ottimi i caratteristi Ugo Bologna e Guido Nicheli) contrapposti agli arrampicatori sociali del Sud (Gianfranco Barra e Annabella Schiavone), i simboli dell’estate in Versilia, La Capannina di Franceschi, la pineta, le corse in moto, i picnic, i baci, i falò.
Christian De Sica, ancora alle prime armi, rifiutò un ruolo ne Il Conte Tacchia, per il quale sarebbe stato pagato molto di più e che presentava un cast più ‘importante’; un lungimirante Jerry Calà, a fronte di problemi di budget in fase di produzione, accettò un cachet più basso in cambio di una percentuale sugli incassi, nel caso in cui il film avesse superato i 9 miliardi di lire. Li superò.
A far da contorno, giovani e promettenti attori del panorama cinematografico degli anni ‘80: da Marina Suma a Angelo Cannavacciolo, da Isabella Ferrari a Gianni Ansaldi; da Angelo Maggi (oggi doppiatore di Tom Hanks e Bruce Willis, tra gli altri) a Ennio Drovandi.

Karina Huff e Christian De Sica

“Ride pure se non ha capito niente/le lenticchie sul nasino un po’ all’insù/
I capelli un po’ arruffati/senza trucco senza inganno”
, cantava Claudio Baglioni nel 1973. Karina Huff, inglesina tuttopepe, da poco prematuramente scomparsa, dà al film quel tocco di esterofilia che era parte del mutamento e della mobilità culturale degli anni ‘60 ma che rispecchiavano ampiamente il gusto e gli umori degli anni ‘80. Si può dire che i Vanzina abbiano ben presente la direzione che sta prendendo la cultura e lo spettacolo nel Belpaese, il gusto per la vacuità di immagini cotonate come i capelli delle proto-veline del Drive-in, i paninari, le sfitinzie, e gli imprenditori senza scrupoli che costruivano città e si impadronivano di spettacolo e informazione, odiati da una certa parte di cinema nostrano che voltava la faccia con disgusto di fronte ai fim dei fratelli Vanzina e che poi si faceva produrre i film da Reteitalia. Allora Carlo ed Enrico, intelligenti osservatori e fini fustigatori dei costumi italici, cosa fanno? Un’operazione nostalgia che più nostalgia non si può, strizzando l’occhio a quel cinema balneare degli anni ‘60, che dava l’illusione che davvero si sarebbe potuti star meglio, che le speranze non si sarebbero infrante dietro una curva sull’Aurelia. E fanno accompagnare il tutto dalle hit leggere e disimpegnate di quegli anni (da Perdono a Guarda come Dondolo, da Alla mia Età a I Watussi) a contrappuntare le emozioni e le storie dei protagonisti, come fossero elemento imprescindibile dello scrigno di ricordi che si apre guardando il film.

Marina Suma nella scena finale dl film

Ormai celeberrimo il campo/controcampo con Marina Suma e Jerry Calà, 16 anni dopo, stesso posto, forse non stesso cuore. Lui appesantito e svuotato da una vita di disimpegno e bagordi, lei con lo sguardo pulito di chi ha scelto con saggezza il proprio futuro e il proprio destino, uno sguardo che per certi versi ricorda quello di Stefania Sandrelli /Luciana nel finale di ‘C’eravamo tanto amati’, capolavoro di Ettore Scola del 1974.
“Questo biglietto, vale per tutte le lettere che non ti ho mai scritto. A proposito, sei sempre la più bella”. Luca.
E davanti allo sguardo onesto degli anni ‘60, si abbassa quello corrotto degli anni ‘80, frutto di quei padri tutti lavoro e denaro, che perdevano di vista affetti e famiglia per dare cose e case e non tempo e amore.
Ed è subito Celeste Nostalgia.

Una irriconoscibile Alba Parietti

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