Tenet, di Christopher Nolan (USA/2020)

di Laura Pozzi

Tutto quello che posso darti è una parola: Tenet

Aprirà le porte giuste; e anche alcune sbagliate.

Usala con cautela.

L’attesa è finita. Il 26 agosto 2020 Tenet, ultimo chiacchieratissimo e altrettanto misterioso film di Christopher Nolan, è uscito dal lockdown approdando nei cinema con un seguito di circa 600/800 copie. Numeri abituali, seppur da capogiro, per un blockbuster tenuto in tempi non sospetti strategicamente segreto, ma che visto oggi assume le monumentali proporzioni di una sfida irripetibile. Sì, perché fra le tante porte che Tenet può (e deve) aprire, la più importante è quella della sala cinematografica, l’unica in grado di garantirne la sopravvivenza. Ironia della sorte, spetta al regista britannico l’ardua impresa di invertire il flusso del tempo, stavolta non limitandosi alle ormai collaudate sperimentazioni metacinematografiche, ma tentando di mistificare una realtà capace con sorniona indifferenza di spingersi ben oltre il suo cinema. Del resto chi meglio di lui, abile stratega e fine prestigiatore, può raccogliere una sfida tanto ambita? Probabilmente nessuno, anche se il rischio di incorrere in un film ricordato esclusivamente per il particolare momento storico, che l’ha trasformato in un simbolico Caronte in grado di traghettare il pubblico verso la dimora d’appartenenza, è reale.

Non a caso l’incipit si apre su uno spettacolare e adrenalinico bluff all’interno del teatro dell’opera di Kiev, dove è in atto un attacco terroristico. Tra rimandi hitchockiani e riferimenti più o meno ovvi alla dolorosa tragedia del teatro Dubrovka di Mosca, il Protagonista (ma è davvero lui?), un uomo senza nome e identità, presumibilmente agente in missione per conto della CIA, è incaricato di rubare un oggetto misterioso contenente plutonio. Si tratta in realtà di un depistaggio, perché la missione non è altro che un test volto a verificarne le potenzialità allo scopo di arruolarlo insieme a Robert Pattinson contro i catastrofici piani di Sator (Kenneth Branagh, magnifico), un mefistofelico antagonista pronto a far esplodere la terza guerra mondiale grazie ad un algoritmo in grado di invertire l’entropia del mondo. Una guerra atipica giocata su un fronte puramente temporale, con un’unica arma a disposizione: Tenet, parola palindroma che insieme a Sator, Opera, Arepo e Rotas compone il quadrato del Sator, un’iscrizione latina dal senso e significato indecifrabile. A completare la squadra l’algida dark lady o se si vuole la proverbiale Bond girl di turno, una madre coraggio inquieta e tormentatissima nonché moglie di Sator.

Ora già dal titolo si avverte un certo disimpegno, o comunque una sottile solerzia a non prendersi troppo sul serio, pungolando lo spettatore con un titolo fascinoso e altrettanto cervellotico. Prima di lanciarsi alla ricerca di astrusi significati e domandarsi di cosa parla un film di Nolan, si dovrebbe cercare paradossalmente il modo di comprenderlo il meno possibile, provando ad arrendersi ad un rompicapo che non ambisce a nessuna spiegazione. È impossibile raccontare la trama, così come venirne totalmente a capo, è un duello perso in partenza e un inutile dispendio di energie. Mr. Nolan serve su un piatto d’argento il suo show, che non prevede cilindri magici da cui estrarre conigli, ma un totale abbandono dei sensi, perché – come suggerisce uno dei personaggi – “Non devi capirlo, ma sentirlo”. Una frase chiave per entrare e uscire indenni da un bolide stordente, esagerato, roboante, visivamente esaltante, ma sostanzialmente privo d’anima. Il mondo è al crepuscolo, nessun amico al tramonto, solo un’ansia frenetica di invertire, rimescolare, confondere, destrutturare. Un senso di straniamento pervade la storia, è facile perdersi e assentarsi fra congetture di personaggi poco empatici non solo al tramonto. Nolan punta tutto sull’azione realizzando scene ad altissimo potenziale come l’inseguimento in autostrada o il disastroso rullaggio del Boeing 747, ma alla lunga rischia di cannibalizzare uno script dagli spunti notevoli. L’ossessione del tempo stavolta sembra sfuggirgli di mano rendendolo vittima di un’inversione che fa rima con involuzione. Un giocattolone, anzi, un videogiocattolone con qualche ambizione di troppo, che i trucchetti di Nolan rendono ingiocabile. Così le sue magie restano confinate sullo sfondo di un egocentrico e megalomane mago di Oz e il suo film assomiglia un po’ all’uomo di latta, affascinante, ma senza cuore.

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