Cosa resta della rivoluzione?, di Judith Davis (Francia/2018)

 di Andrea Lilli

Wanted Cinema, casa distributrice sempre a caccia di novità nascoste, torna nelle nostre sale ben disinfettate proponendoci un’intrigante opera prima francese, leggera e autoironica, ma a tratti conturbante, non del tutto prevedibile. Judith Davis esordisce da regista sul grande schermo, esattamente cinquant’anni dopo il Maggio francese, con Cosa resta della rivoluzione (2018), nato da Tout ce qui nous reste de la révolution, c’est Simon, spettacolo teatrale da lei scritto e interpretato con la compagnia L’Avantage du doute (Il Beneficio del dubbio), i cui attori sono riutilizzati nel film.

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Voilà: il dubbio. Non dare nulla per scontato o immutabile è il primo comandamento di un bravo rivoluzionario, che sa bene come l’esercizio del dubbio prevenga i guai derivanti dalle facili illusioni, dalle false certezze. Per Cartesio, è proprio il dubbio l’unica cosa di cui possiamo essere certi nella nostra esistenza. Si può dubitare di tutto, volendo: che il cielo cada sulla testa, che la Terra sia piatta, che il cinema non sia un’arte… Ma è impossibile dubitare del fatto di dubitare, cioè di pensare (da cui il cogito ergo sum del filosofo e matematico -guarda caso- francese).

Nel film, il dubbio atroce che assale Angèle (la stessa Judith Davis), figlia di ex militanti operaisti del ‘68 e ‘fedele alla linea’ in continuità con gli ideali dei genitori, è quello di essere l’ultima sentinella rimasta a difendere un fortino ormai abbandonato: l’esercito si è ritirato, intorno è il deserto, e oltre le torri i nemici, sì ci sono ancora, ma non sono più riconoscibili come una volta. Sembra che improvvisamente tutti si siano venduti, adattati o rassegnati al Sistema di Potere. Angèle continua a combattere, sebbene a certi ideali sociali credano pochi dinosauri oltre a lei, anima inquieta di un gruppetto di attivisti eterogenei, frammento residuale dei bei tempi di lotta studentesca e operaia che furono.

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Lei e il padre, Simon, irriducibile maoista che invece di seguire la compagna ha preferito restare coerente, e in città. La madre, Diane (Mireille Perrier), si è ritirata in campagna da anni. La sorella Noutka – nome di un popolo nativo americano – ha disertato la causa sposandosi con un manager, borghese arrivista cinico meschino, e si fa chiamare Béa dai colleghi di lavoro.

E il dubbio cresce, e si complica dopo gli incontri con l’eccentrico e libero insegnante Saïd, che in questa buia solitudine accende una luce nuova, colorata. Merde, Angèle! Non sarà che mentre difendevi gli oppressi e progettavi un nuovo mondo stavi trascurando i tuoi sogni e bisogni, i desideri più personali, la tua vita intima, ciò di cui solo tu sei responsabile, perché gli altri non ci penseranno? Non te lo meriti un bacio, un innamorato, uno che ti spiega con passione i disegni dei bambini o Le sang du poète di Cocteau, uno che ti insegue per condividere il mondo, per vederlo con i tuoi occhi, verdi come quelli della Duras quando scrive di cinema? Il dubbio aumenta.

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In una delle scene più ironiche e impietose, Angèle propone al minigruppo politico: “Oggi dobbiamo dire ciò in cui crediamo, ciò di cui siamo certi, qualunque cosa accada. La nostra spina dorsale sicura. Una certezza, almeno una”. Silenzio. Altro silenzio. Ancora silenzio. Poi, una compagna confessa: “Ogni volta che ho una certezza, penso subito all’opposto”.

Non basta. Altra picconata sulle sicurezze interne: Angèle scopre (grazie a Saïd) che la favola di Diane, militante marxista e madre menefreghista che non aveva tempo per le figlie, è un’invenzione di Simon. Si erano conosciuti in fabbrica, dove entrambi andarono a lavorare per vivere con gli operai e fare la rivoluzione. Un grande amore, due amate figlie. Poi però Diane cedette: nel ’97 finalmente ammise che la rivoluzione non era all’orizzonte e che la realtà non era più prerivoluzionaria, nemmeno lontanamente. Propose a Simon di trasferirsi con lei e figlie in campagna, via da quel cemento triste di battaglie perse. Fu il padre a rifiutarsi di mantenere unita la coppia e la famiglia, recinti oppressivi cui non poteva certo sacrificare la propria militanza antiborghese rivoluzionaria, allevando la quindicenne Angèle a propria immagine e somiglianza, mentre la sorella maggiore si sarebbe gettata fra le braccia dell’odiato nemico.

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Insomma è una rapida successione di eventi che costringe Angèle, ex ragazza ormai donna ultratrentenne, architetto urbanista con la testa saldamente tra le nuvole, ad allargare lo sguardo su di sé e sul suo passato, mentre barcollano e si affievoliscono le stelle fisse che orientavano il percorso esistenziale. Tra uno spiazzamento e l’altro, il ridimensionamento del padre, la riabilitazione della madre, la compassione della sorella, si prepara un finale che si può immaginare, e che tuttavia lascia un retrogusto amaro, un’ombra di vuoto insieme a tanta delicata dolcezza – interrotta solo dall’acidità dello sfogo alcolico, isterico del genero, il frustrato maritozzo di Noutka.

Cos’è che non convince, che manca tra i sorrisi arguti e le (facoltative) riflessioni di questa commedia brillante, cosa non torna in questa resa dei conti soft, che Judith Davis ha esplicitamente definito autobiografica?

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Ci sono tante narrazioni cinematografiche del maggio ’68. Senza pretendere di spiegarcelo, Cosa resta della rivoluzione – titolo ambiguo, la traduzione fedele sarebbe Cosa mi resta della rivoluzione – cerca piuttosto di ridurne la mitologia ad uso incoraggiamento nipoti, però nel tentativo di riproporzionare il ’68 la scrittura di Judith Davis dimentica di offrire, a chi ne sappia poco o nulla, appoggi sufficienti a capire almeno un po’ il perché e il come di quelli che sono stati per il potere politico francese i due mesi più temibili dall’ultimo dopoguerra ad oggi. Non basta l’accenno veloce e quasi caricaturale della conoscenza in fabbrica fra Simon e Diane, a dare un’idea seppur minima di un movimento di solidarietà fra studenti e operai che fu straordinario, che fece nascere nuove prospettive, nuovi sogni di emancipazione per gli uni e gli altri.

Per capire meglio cosa fu il Maggio francese – anche riguardo alle ricadute sui percorsi personali, sulle relazioni familiari – bisogna allora andare a rivedere altri film, dopo questo, e non solo i più noti. Ricordiamoci pure di quelli minori, quelli dimenticati, come Il tempo di vivere (1969) di Bernard Paul, nella cui colonna sonora possiamo trovare versi antichi ma ancora belli, vivi, eco di una rivolta sociale i cui effetti si prolungarono ben oltre il suo fallimento politico:

Viens, écoute ces mots qui vibrent
Sur les murs du mois de mai
Ils nous disent la certitude
Que tout peut changer un jour

Viens, je suis là, je n’attends que toi
Tout est possible, tout est permis

Nous prendrons le temps de vivre
D’être libres, mon amour
Sans projets et sans habitudes
Nous pourrons rêver notre vie

(Georges Moustaki)


  • In sala dal 27 agosto 2020

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