Madres Paralelas, di Pedro Almodóvar (ES 2021)

di Laura Pozzi

Tornato per il terzo anno consecutivo alla mostra del cinema di Venezia (nel 2019 per ritirare il Leone d’oro alla carriera e nel 2020 per presentare in compagnia dell’enigmatica Tilda Swinton il cortometraggio The Human Voice) Pedro Almodóvar ha avuto con Madres paralelas l’onore di aprire con successo la selezione ufficiale. Una scelta a dir poco vincente che ha consegnato ad un’ispiratissima Penélope Cruz (ma tutto il cast è come sempre in stato di grazia) una strameritata Coppa Volpi come miglior attrice. L’interpretazione della dolente e radiosa Penélope, oramai alter ego femminile oltre che musa ventennale del regista è di quelle destinate a lasciare il segno, a imprimersi nella memoria, a rendere giustizia ad un passato di morte, disumano e cruento, attraverso il miracolo della vita . Il film ha raccolto applausi e consensi e appare quasi grottesco che alla fine il Leone d’oro sia andato a L’évenément – La scelta di Anne (di cui parleremo prossimamente), pellicola per certi versi speculare, volutamente ambigua e disturbante volta ad esaltare una scelta (comunque la si pensi) estrema e discutibile, decisamente poco incline e rispettosa della persona umana.

Janis (in omaggio a Janis Joplin) è un’affermata fotografa di Madrid. Quarantenne single e indipendente, durante uno shooting fotografico incontra Arturo (Israel Elejalde) un antropologo forense con il quale, complici alcuni scatti d’intesa stabilisce un feeling immediato e travolgente. L’attrazione tra i due è palpabile così come l’interesse per una fossa comune dove giace insieme ad altri “invisibili” il corpo del bisnonno di Janis fatto sparire dal regime di Franco durante gli anni della dittatura. Per la donna portare alla luce i resti dei desaparecidos vittime dei falangisti, restituirli ai familiari e onorarli con una degna sepoltura rappresenta una missione divina, resa più agevole dalla legge del 2007 sulla memoria collettiva promulgata dal governo Zapatero. In seguito ad uno dei loro incontri passionali e clandestini (Arturo è sposato con una donna malata di cancro) Janis resta incinta. Pienamente cosciente del suo ruolo precario e subalterno, porta avanti  con fierezza e determinazione una gravidanza fortemente voluta e assolutamente necessaria almeno idealmente nel portare a compimento la sua “missione”. Giunta in ospedale si trova a condividere la stanza con Ana (Milena Smit, una folgorazione) un’adolescente confusa e smarrita, vittima di uno stupro di gruppo mai denunciato. Le due neomamme danno alla luce due bambine costrette per motivi diversi ad un breve periodo d’osservazione. Questo dettaglio apparentemente insignificante, si rivelerà il tassello cruciale nel ricomponimento della storia. Nonostante la cospicua differenza d’età le due stabiliscono fin da subito un legame esclusivo,simbiotico dovuto in parte alla profonda solitudine che permea le loro esistenze. Se Janis rimasta orfana in tenera età sceglie di affrontare da sola la  nuova condizione, Ana deve nuovamente scendere a patti con l’assenza di Teresa ( Aitana Sánchez- Gijón perfetta nelle sue imperfezioni) una madre “teatrale” svagata e distante, innamorata di García Lorca, posseduta dal sacro fuoco dell’arte, ma lucidamente presente nel suo ruolo mancato.

Il parallelismo fra le due donne finisce col complicarsi quando  Janis attraverso una scioccante scoperta, si troverà un po’ per caso e un po’ per desiderio ad assaporare insieme ad Ana le iridescenti sfumature della propria esistenza. Il film oltre che di due madri (forse tre) si compone come nel miglior “almododrama” di due storie parallele. La prima apparentemente predominante e cinematograficamente la più avvincente è quella in cui il regista spagnolo rispolvera la sua dirompente vena creativa. Il rapporto tra Janis ed Ana, comincia ad inerpicarsi su strane traiettorie, tingendosi pian piano di giallo, lasciandosi ammaliare da una suspense drammaturgica e sonora dalle marcate reminiscenze hitchcockiane. La spregiudicata e pittoresca mala education è dietro l’angolo (fa capolino una vaga somiglianza tra l’efebica e androgina Ana e l’Angel di Gael García Bernal), ma senza gli eccessi e  i barocchismi di un tempo. Le tonalità cromatiche restano fedeli al passato, il rosso si prende ancora la scena, Janis e Ana  sono potenziali donne sull’orlo di una crisi di nervi (la presenza di Rossy De Palma è un piacevole déjà vu), ma stavolta Almodóvar frena gli impulsi, invita a riflettere, calma il respiro, oltrepassa se stesso e abbraccia una seconda storia non più individuale, ma collettiva, una storia che seppur messa a tacere o falsificata si rifiuta di stare zitta (cit. finale dello scrittore, giornalista uruguaiano Eduardo Galeano).  Un rifiuto che rivendica il suo dolore muto, reclama la sua urgenza, include generazioni, rivive attraverso un finale di rara potenza espressiva, il suo orrore senza fine. Non sempre le due storie scorrono con la medesima fluidità, l’equilibrio a volte latita, ma il cordone ombelicale che le tiene saldamente ancorate risulta impossibile da recidere. Non a caso Almodóvar si affida più di vent’anni dopo al carisma e alla sensibilità della Cruz per mitigare una ferita già sanguinante in Carne tremula. Quel film girato nel 1997 con protagonista Francesca Neri, si apriva nel 1970 con l’allora giovanissima attrice spagnola alla sua prima collaborazione con il regista, che in pieno coprifuoco vagava per le strade di una distopica Madrid, cercando di dare alla luce il suo  bambino. Più di vent’anni dopo le due storie tornano nuovamente a dialogare evidenziando un’evoluzione artistica che fa di Madres paralelas un film appassionato, imperfetto, un “abbraccio spezzato” dolorosamente vivo.

    

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