La vita di Adele, o dell’educazione sentimentale

di Marzia Procopio

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo/mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai./Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita,/camminare scalza per le stanze, e/ poi ti rannicchiavi sul letto,/gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia.

La voce intensa del poeta greco Ghiannis Ritsos ben compendia, nel giro di pochi versi, il nucleo de La vita di Adele (La Vie d’Adèle – Chapitres 1 & 2 il titolo originale), il film del 2013 di Abdellatif Kechiche ispirato alla bande dessinée Il blu è un colore caldo di Julie Maroh. La pellicola dura tre ore, 180 minuti di cui solo 10 o poco più sono dedicati alle scene d’amore e sesso che tanto scandalizzarono critica e pubblico a Cannes, dove il film conquistò la Palma d’oro non soltanto alla regia ma anche alle due attrici protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux.

Il film racconta una stagione d’amore irripetibile, la passione impetuosa fra la giovane Adèle (Adèle Exarchopoulos), che frequenta il liceo a Lille e vuole diventare una maestra, ed Emma (Léa Seydoux), studentessa di Belle Arti al quarto anno e aspirante pittrice, che diviene maestra ma contemporaneamente strumento di piacere e di scoperta per la più giovane e inesperta. In poco tempo l’attrazione fra le due diventa una vera e propria relazione, che nel giro di qualche anno sarà messa alla prova dalle differenze culturali e sociali e dalle diverse aspirazioni delle due protagoniste. Il titolo originale fa riferimento ai due capitoli che potremmo definire ‘prima e dopo l’amore’, perché – se l’amore è sempre conoscenza di sé e iniziazione – questo di Adèle ed Emma non fa eccezione.

Tanto è esteso il tempo del racconto – 180 minuti – tanto è stretto lo sguardo della macchina da presa sul volto di Adèle, un assedio che è movimento di indagine, dall’esterno all’interno, sull’interiorità della giovane. La lunghezza del film è funzionale all’ampiezza del ‘ragionamento’ – nel senso dantesco di ‘discorso’ – sull’amore e sul corpo femminile, su cui il cineasta tunisino, giunto al suo quinto lavoro, continua l’indagine minuziosa iniziata con Venere nera (Vénus noire) nel 2010: un lungometraggio insolito, che raccontava con lo sguardo fisso, quasi oppressivo della macchina da presa la breve vita di Saartjie Baartman, ragazza ottentotta dalla figura steatopigica che nei primi anni del XIX secolo veniva esibita dal suo padrone afrikaner nei salotti bene di Inghilterra, Francia, Olanda. Anche ne La vita di Adèle il regista scruta da molto vicino il corpo femminile, scegliendo stavolta non un corpo freak, ma quelli morbidi e sinuosi di Adèle Exarchopoulos e di Léa Seydoux. Alla sua uscita, il film fu accusato di autocompiacimento nella scelta insistita di mostrare i corpi nudi delle due protagoniste – opinione condivisa anche da Julie Maroh, autrice del fumetto da cui il film è tratto.

Stupisce un giudizio così: la carnalità dei corpi delle due giovani, la passione con cui intrecciano gambe, braccia, lingue, sono infatti scevre di qualsivoglia morbosità, perché evidentemente finalizzate a narrare per immagini l’incanto degli inizi, l’alterazione psichica dell’innamoramento, le paure e i silenzi dei sentimenti inespressi; specularmente, quando le scene appassionate iniziano a mancare, segnano le difficoltà del passaggio all’amore, la fatale disillusione che rivela le differenze di carattere, opinioni e cultura – quelle differenze che all’inizio sono le porte d’accesso alla scoperta di un mondo altro, poi divengono distanze difficili da colmare e infine fratture insanabili.

L’elemento linguistico e narrativo del film è costituito dalle lunghe, ravvicinatissime inquadrature su corpi, visi, sguardi, oggetti. Il regista si sofferma su ogni dettaglio del viso e su ogni gesto di Adèle, ad esempio quando, bulimica di cibo, libri, vita (e amore), trangugia scompostamente la cena o ascolta assorta la suggestiva lezione del suo professore di letteratura su La vita di Marianna di Pierre de Marivaux. Primi piani insistiti sugli occhi – sguardi talvolta estranei talaltra intensi – sui gesti e sull’andatura, goffi e poco eleganti, sui capelli sempre scarmigliati e sui rari, luminosi sorrisi: il vitalismo di Adèle, ancor prima e ben più che nelle tanto discusse scene di sesso, è tutto qui. Il sesso è nel film ‘lingua’ di un ragionamento ampio e articolato sulle fasi dell’amore e sulla sua portata trasformativa, ragionamento che il cineasta può dipanare grazie alle due eccellenti protagoniste: riprendendone i corpi con i movimenti di macchina sicuri del regista d’esperienza, Kerchiche ottiene un effetto di grande realismo.

Ma dopo la passione, ecco la disillusione: i due mondi resi temporaneamente affini dall’attrazione si rivelano ora inconciliabili; non solo differenze sociali e culturali – la famiglia di Adèle è semplice, piccolo-borghese, raffinati e progressisti invece sono la madre di Emma e il suo compagno – ma soprattutto il diverso orizzonte d’attesa esistenziale di ciascuna: Emma ha per sé delle ambizioni e considera il desiderio di Adèle di diventare maestra una sorta di ripiego rispetto alle potenzialità letterarie della giovane; Adèle, per contro, ‘si accontenta’ del suo lavoro con i bambini e mette al centro della propria esistenza la donna che ama devotamente.

Queste differenze segnano irrimediabilmente il delicato passaggio fra due capitoli della vita della coppia. Con qualche brusca ellissi, nel finale Adèle lascia finalmente andare il passato, quell’amore che non può trattenere e che ha dovuto piangere molto a lungo per potersene congedare una volta per tutte. È un passato importante, che le ha permesso di ri-trovarsi nella solitudine, e su quel fondo che si tocca quando si viene abbandonati: di trovare se stessa e di trovare, finalmente, il proprio posto nel mondo. Quel distacco definitivo da Emma, che le confessa nel loro ultimo incontro di provare per lei una tenerezza inestinguibile, permette ad Adèle di incamminarsi verso il suo futuro, verso una vita che le piace e che ha difeso sempre, anche se inconsapevolmente, dalle insistenze di Emma a ‘volere’ di più: il regista segue Adèle vestita di blu mentre si incammina da sola verso casa, verso i capitoli successivi della sua vita. Perché “il blu è un colore caldo”, e la vita di Adèle è appena iniziata.

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