Dolls (2002), di Takeshi Kitano.

di Nicole Cherubini

“Perché tu sai come farmi uscire da me/ Dalla gabbia dorata della mia lucidità/ E non voglio sapere quando/Come e perché questa meraviglia alla sua fine arriverà.”

Musa (Marlene Kuntz)

Marionette, niente più che marionette manovrate da un destino capriccioso…O sono ben altri fili a legarci, quelli che ci rendono predestinati?

E’ con uno spettacolo di bunraku, espressione del teatro classico giapponese, che si apre Dolls, in cui le marionette del titolo si esibiscono grazie alle mani di abili burattinai. Lo spettacolo introduce i tre episodi del film, in cui personaggi con storie differenti, che neppure si incontrano, sembrano arrivare tutti ad uno stadio terminale, un punto di rottura.

Matsumoto sta per sposare la figlia del suo capo per accontentare i genitori, quando viene a sapere che la sua ex-ragazza ha tentato il suicidio. Hiro, uno yakuza in età matura, incontra la sua fidanzata di gioventù e pensa di poter cambiare vita. La giovane Haruna, celebre idol, rimane sfigurata in seguito ad un incidente; si ritira dalle scene e rifiuta qualsiasi visita. Cosa può fare il suo fan più affezionato per poterla incontrare ancora una volta?

Kitano, con una regia discreta, sonda con pudore i sentimenti dei suoi personaggi, cogliendoli nel momento in cui i fili della realtà sembrano tirarli e stringerli. Il regista non è però interessato a facili sentimentalismi o alla commozione gratuita, ma ritrae le sue “marionette” nell’attimo in cui, come Alice che attraversa lo specchio, spezzano i fili che li legano, approdando all’irrazionalità, all’indefinito.

Ecco che Matsumoto abbandona tutto e tutti per fuggire con Sawako, a costo di vivere come due vagabondi. Così come il fan di Haruna rinuncia alla vista; perché stare con lei in un campo di rose è di per sé il culmine della gioia, della bellezza.

Come due marionette viventi, vediamo Matsumoto e Sawako percorrere un nuovo cammino, il loro cammino, stavolta legati da un solo filo, il filo rosso del destino (“akai ito”). Il paesaggio naturale non funge solo da sfondo, ma da metafora del rapporto fra gli amanti, che attraversano tutte le stagioni; barcollanti, ma pur sempre uniti.

E’ un film poco parlato, Dolls, privo di effetti speciali e picchi di tensione, che pure riesce a colpire nel mostrare la disarmante fragilità dei suoi personaggi; disposti a perdere l’equilibrio per potersi librare, per poter vivere appieno almeno una volta. Anche a costo di cadere, proprio come i vagabondi legati nella neve candida.

La colonna sonora è affidata a Joe Hisahishi, che con le sue composizioni per pianoforte, mai invadenti, contribuisce ad attribuire fascino all’opera. In definitiva, un film che può apparire criptico, ma che non può non colpire per la bellezza con cui intende svelare la vulnerabilità dell’essere umano.

Takeshi Kitano è una figura imprescindibile del cinema nipponico contemporaneo, ma non si occupa solo di cinema. E’ infatti attore, regista, sceneggiatore, montatore, pittore, romanziere, conduttore radiofonico e quant’altro. Al cinema è conosciuto maggiormente per i suoi ruoli in film di genere hard-boiled, ma nella sua produzione da regista appaiono anche titoli più intimisti, come appunto Dolls e gli splendidi Il silenzio sul mare e L’estate di Kikujiro.

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