Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorrentino (2004)

di Laura Pozzi

Non è facile trovare e definire una figura emblematica come quella del migliore amico. Probabilmente si tratta di individuo di nome Dino Giuffrè che in cima a un palo della luce, in mezzo a una distesa di neve, contro un vento gelido e tagliente di colpo si ferma. La malinconia lo aggredisce e comincia a pensare. E pensa a Titta Di Girolamo. Titta Di Girolamo è il protagonista de Le conseguenze dell’amore, secondo film di Paolo Sorrentino dopo lo strepitoso e struggente (e per chi scrive il migliore) L’uomo in più. Toni Servillo ancora una volta protagonista, abbandona i corrosivi e irriverenti panni di Antonio Pisapia per indossare (magistralmente) quelli di un uomo misterioso, detentore di un segreto inconfessabile, che vive recluso in un albergo svizzero. Le sue giornate scorrono lente e ripetitive all’interno della hall, dove tra l’immancabile sigaretta e un block notes tra le mani osserva gli improbabili abitanti di un universo ovattato, sospeso, quasi distopico. Un uomo frivolo, una coppia di anziani che bara alle carte e una barista sinuosa e intrigante che da dietro il bancone lancia magnetici sguardi di sfida. Se l’uomo mostra disinteresse e muta insofferenza verso il prossimo, lo stesso non può dirsi di chi lo osserva dal buio di una sala, ovvero lo spettatore al quale riserva il lusso di raccogliere le sue confessioni più recondite. “La cosa peggiore che può capitare ad un uomo che trascorre molto tempo da solo, è quella di non avere immaginazione. La vita già di per sé noiosa e ripetitiva diventa in mancanza di fantasia uno spettacolo mortale

Una voce fredda, distaccata e imperturbabile ci introduce nell’esclusiva setta degli insonni, ci rende testimoni di appuntamenti settimanali con l’eroina, di un costoso lavaggio del sangue, e di traffici illeciti per conto di cosa nostra. Ex commercialista prestato alla mafia a cui ha consegnato le chiavi della propria esistenza in cambio di una “grazia” e di una vita sigillata all’interno di una valigia da consegnare due volte a settimana alla banca di fiducia, l’uomo un dead man walking è in parte umanizzato da un matrimonio fallito, dal rifiuto dei figli, dalle visite superficiali di un fratello/ragazzo (Adriano Giannini), ma soprattutto dal ricordo di un migliore amico – “quando uno è amico una volta, è amico tutta la vita”- che non vede e non sente da vent’anni. Gli unici progetti per un futuro avaro di stimoli da tenere a mente e da appuntare sopra un foglio di carta sono quelli di non sottovalutare le conseguenze dell’amore. Ma quel bancone (e quel cognome) esercitano un fascino oscuro e ineluttabile un potere catartico al quale nessun uomo neppure il più pragmatico e coerente può pensare di ignorare all’infinito. “Forse sedermi su questo bancone è la cosa più pericolosa che ho fatto in tutta la mia vita”. Di Girolamo lo sa è consapevole del rischio di quel probabile bluff che se condotto fino in fondo può assumere i fumosi contorni di una tragedia annunciata.

La tragedia di un uomo ridicolo che d’improvviso si trasforma in uomo frivolo non solo nel nome, ma nel sottile esibizionismo di gesti smisurati e inopportuni che una “necessaria” e cinica dark lady (Olivia Magnani, splendida e abbagliante rivelazione) rispedisce con una punta di cinismo ad un mittente sconosciuto determinato ad alterare i loro rapporti. Un ennesimo rifiuto che invece di rafforzare uno schema collaudato, invita a sperimentare la tattica dell’uomo in più tanto cara al suo autore. Ma come sappiamo nella vita non esiste il pareggio e Titta Di Girolamo ne è ulteriore conferma. Lo spunto come dichiara Sorrentino, nasce durante la presentazione nei festival internazionali del suo film d’esordio. Costretto a passare lunghe ore in albergo, in compagnia di misteriosi e facoltosi uomini d’affari, il regista napoletano si lascia incuriosire da quell’enigma che li circonda e li rende inaccessibili. Il risultato è un film ipnotico, dalle tinte giallognole, dalle atmosfere smorzate e rarefatte rintracciabili nelle pagine di Georges Simenon o Friedrich Dürrenmatt. Ma si tratta di un giallo atipico (non siamo in presenza di un delitto o di un colpevole da inchiodare) più vicino a un gangster movie che alle cavillose indagini di laconici ispettori.

Al suo secondo film Sorrentino mostra una padronanza registica capace di ricostruire attraverso il minuzioso spargimento di indizi le fila di un rompicapo inizialmente inestricabile. Alla pedante staticità di un’azione rallentata dalla piattezza interiore di un uomo disabituato alla vita oppone una regia acrobatica, avvolgente, articolata che inverte il senso di marcia come nella scena in cui il protagonista sotto effetto dell’eroina viene filmato con la macchina da presa capovolta a 180° per condividere con lo spettatore il disorientamento provocato dalla droga. Lo stile enfatizzato che troverà massimo vigore ed espressione nelle opere successive viene supportato da un soundtrack di pregevole fattura dove spicca il minimalismo orchestrale di Pasquale Catalano e l’utilizzo di un sonoro pronto ad irrompere ed contrastare il silenzio e vuoto relazionale dei personaggi. L’universo di Sorrentino è un luogo permeato da profonda solitudine, lacerato da un passato che cementifica qualsiasi ipotesi di futuro. I suoi iconici abitanti sono personaggi che vivono nella permanente attesa di un segnale, non necessariamente divino, ma pulsante di vita, leggerezza che per un attimo trasfiguri l’amara disillusione della vita in lieto inganno da cogliere al volo. Una deriva esistenziale spietata e malinconica, raggelata da un eterno inverno dell’anima, che solo lo sconsolato sguardo in macchina finale di Dino Giuffrè ha il potere di sciogliere per pochi preziosissimi secondi.  

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