Undine – un amore per sempre, di Christian Petzold (Germania, Francia 2020)

di Laura Pozzi

La magia di Undine (sorvolando su un poco incisivo sottotitolo italiano), film di Christian Petzold in concorso all’ultimo Festival di Berlino e in uscita nelle sale dal 24 settembre distribuito da Europictures, è già percepibile nella prima macro-sequenza, dove un uomo e una donna seduti al tavolino di un bar discutono la fine di un amore giunto al capolinea. L’uomo, Johannes (Jacob Matschenz), sancisce l’inevitabile rottura, mentre la donna, Undine, (Paula Beer) con il volto rigato dalle lacrime ascolta visibilmente sconvolta le ragioni di chi vuole inutilmente opporsi ad un destino già scritto. La discussione termina con un perentorio “Se mi lasci dovrò ucciderti, questo lo sai”. L’ammonimento della donna è spiazzante, audace, involontariamente comico nel disperato tentativo di trattenere un uomo già altrove, ma consente abilmente e verosimilmente di oltrepassare il limite del reale per abbandonarsi ad una dimensione fantastica del tutto inedita nella poetica dell’autore tedesco. L’atmosfera è illusoria, la città è deserta, Undine corre al lavoro dopo aver congedato l’ex amante con la promessa di rivedersi di lì a poco. La tensione è alta, ma sospesa, così come lo smarrimento provocato da un incipit insolito e folgorante, mitigato dalle sublimi note di Bach.

Petzold, famoso in Italia per La scelta di Barbara, Il segreto del suo volto e La donna dello scrittore, è un regista da sempre affascinato dalle misteriose e complesse dinamiche dell’universo femminile e da una Storia che a più riprese ha offeso il suo Paese costringendolo ad assemblare i pezzi di un’identità costantemente vilipesa. Anche qui non fa eccezione: Berlino, la città dai mille passati distrutti, mostra il suo volto plastico in netta contrapposizione alle sue origini paludose, mentre Undine, una storica di architettura e guida turistica al Markisches Museum, illustra da una prospettiva “fluida” il suo sviluppo urbanistico a folle di appassionati. Una città oltraggiata, ridotta in macerie, deturpata da un muro, ma “sognata” dagli angeli. Il regista mantiene la tradizione, sconfina nel soprannaturale e si affida allo sguardo puro e incontaminato di una creatura marina figlia di una leggenda molto amata nella cultura flolkloristica germanica. Undine (Ondina), dal latino unda-onda, è una ninfa priva di anima, una sirenetta andersiana ante litteram che vive nei fondali di un lago. Determinata ad acquisire lo status di umana e a garantirsi l’immortalità, si innamora, ricambiata, di un uomo che fatica ad onorare il patto d’amore e ad esserle fedele. Di lì l’inevitabile vendetta e lo spettro di una maledizione che prevede la morte dell’amato e un riluttante ritorno a casa.

Nel film l’evanescente e strepitosa Paula Beer (giustamente premiata con l’Orso d’argento come miglior attrice) non ci pensa proprio ad essere salvata dalle acque perpetuando i rituali di un mito antico e soffocante, e non la si può di certo biasimare se con la complicità di Petzold mostra un comprensivo moto d’orgoglio verso poeti e scrittori che nel corso del tempo non hanno voluto o saputo preservarle un finale alternativo. Undine vuole vivere, vuole restare umana, continuare ad amare e “galleggiare” in un mondo che non le appartiene, ma dal quale si lascia romanticamente travolgere. Subito dopo aver perso Johannes torna in quel bar dove ad attenderla c’è lo sconosciuto Christoph (Franz Rogowski , già ammirato in Un valzer tra gli scaffali), un sommozzatore che oltre a riparare turbine si lascia ammaliare dalle spiegazioni di quella ineffabile creatura. Silenzi, timidi sguardi, un imbarazzo tangibile e mille pezzi di un acquario che andando in frantumi inonda i corpi e rompe le acque per la nascita di un nuovo amore destinato (forse) a durare. Ma la maledizione è nell’aria e, come la morte, corre sul filo. Petzold realizza una fiaba visiva dai contorni onirici e dal ritmo indolente, impreziosita da immagini eleganti, sofisticate, geometricamente perfette. Un film in continua apnea emozionale, meravigliosamente sconvolgente, immerso nel liquido amniotico di un amore totalizzante, mitologico, la cui evoluzione nasconde un solido substrato politico.

La scelta di ambientare sott’acqua buona parte del film, oltre a permeare la storia d’incanto, contiene una lucida riflessione sul potere distruttivo di un progresso travestito da futuro e sulla “pericolosa”e quasi automatica tendenza ad accantonare il passato. Il regista costruisce un mondo a due piani: quello acquatico dove custodire la leggenda, incontrare il pesce gatto, rivivere L’Atalante di Jean Vigo e quello terreno dove la modernità tiranneggia e riduce in amabili resti la magia del mondo sottostante. Una convivenza resa possibile e assolutamente credibile da un amore incantato e da una coppia d’attori (già felicemente sperimentati ne La donna dello scrittore) fiammeggianti, capaci di resistere a una forma dell’acqua assoluta e dirompente.

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