The Elephant Man (1980), di David Lynch

di Roberta Lamonica

“La mia vita è bella, perchè so di essere amato… Io sono fortunato! “ (John Merrick)

Locandina

The Elephant Man è un film del 1980 di David Lynch. Ispirato a una storia vera già messa in scena con la pièce teatrale Elephant Man, di Bernard Pomerance interpretata da David Bowie e prodotto da Mel Brooks, il film acclamatissimo, ricevette anche otto nomination agli Oscar ma non ne ottenne alcuno. Tuttavia, il trucco prostetico applicato al protagonista, John Hurt, colpì così tanto l’Academy da spingerla a creare la categoria relativa l’anno seguente.

John Hurt nei panni di John Merrick

Il film, in un b/n strepitoso firmato da Freddie Francis, racconta la storia di Joseph Merrick, vissuto nell’Inghilterra della seconda metà del diciannovesimo secolo e affetto da quella che oggi è conosciuta come sindrome di Proteo, malattia rarissima che causa, tra le altre, significative deformità fisiche. Joseph (John nel film) vive in un circo degli orrori, fenomeno da baraccone impietosamente esposto alla morbosa curiosità di rozzi spettatori. Vessato e trattato come una bestia da Bytes, impresario violento e ubriacone che trae profitto dalle sue sfortune, John ritroverà il rispetto della società civile e la sua dignità di uomo, grazie all’incontro con un medico pietoso, il Dott. Treves.

John Merrick e il Dott.Treves

The Elephant man si presenta come un melodramma con tratti horror, dalla narrazione lineare e dalla struttura tradizionale e realista; in questo sembra apparentemente allontanarsi dall’onirismo caratterizzante gran parte dell’opera di Lynch. Eppure, nella pressione magmatica e incessante dell’ incubo che apre il film e nella scena finale che ci rimanda allo stupore sospeso e sognante di Méliès, ritroviamo i tratti distintivi del cinema del grande regista del Montana.

David Lynch

Il regista ha dichiarato in un’intervista “Mi piacciono le condizioni umane distorte. Fanno risaltare ciò che distorto non è.” Ed è ribaltando nello spettatore la percezione della deformità di John Merrick che Lynch riesce a mostrare la profonda e intima deformità dell’Inghilterra del ‘compromesso vittoriano’ nella quale è ambientato il film. Utilizzando la lente distorta attraverso cui questa società borghese guarda il mondo, Lynch sviluppa i temi centrali del film: l’ambiguità che sottende i comportamenti umani e lo scarto tra apparenza e realtà. La riproduzione dell’epoca é fedele, sia per quanto riguarda la cura dei dettagli degli ambienti, che la caratterizzazione dei personaggi. E la cifra comune dei personaggi principali del film è l’ambiguità: il linguaggio del corpo, certi sguardi (più che i comportamenti, a volte) sembrano suggerire una mancanza di totale sincerità nelle intenzioni di chi li mette in atto. Ciò contribuisce a creare un velo di inquietudine nello spettatore che, all’interno di una narrazione lineare, perde la capacità di orientarsi e capire cosa sia sincero e cosa no.

Anthony Hopkins nei panni del Dott. Treves

Il Dott. Treves (Anthony Hopkins), per esempio, che incarna la decency di una borghesia che si sta imponendo come classe sociale dominante nella società britannica, è inizialmente mosso da motivazioni tutt’altro che nobili, quando si prende a cuore la sorte di John. Spinto da un’ambizione e da un desiderio di auto affermazione irrefrenabili, faustianamente determinato ad andare oltre i limiti di ciò che la società reputa accettabile e presentabile, il Dott. Treves contrappone allo squallore e alla volgarità del circo in cui John viene esibito come mostro, il dotto consesso di medici dall’aspetto severo, gli uomini di scienza che però differiscono dalla working class solo per la compostezza del loro malcelato ribrezzo.

Il crudele Bytes ( Freddie Jones)

La caritatevole attrice, Mrs Kendal (Anne Bancroft), che dona a John libri, attenzioni e sprazzi di bellezza, ha i tratti di un’ambigua figura materna, presenza/assenza ossessiva, nel film: le visite a John, la dedica pubblica alla fine dello spettacolo hanno il sapore del pentimento, del regret di qualcuno che ha sacrificato molto di sé sull’altare del successo e del narcisismo e che, come da retaggio calvinista, vuole fare ammenda. La stessa presenza, seppur fuori dalla storia, della regina Vittoria e dei reali inglesi, ha un retrogusto di filantropia ostentata e senza cuore, una manifestazione socialmente necessaria di decency, appunto, e propriety. John sembra percepire in modo distinto la grande ambiguità che circonda la sua esistenza. Consapevole che l’unica verità nella sua vita è data dall’immutabilità della sua condizione, opporrà alla falsità delle convenzioni, la dignità di scegliere, con determinazione e consapevolezza, il suo destino.

Il finale

Nonostante il ritorno continuo di John alla figura idealizzata di questa madre “bellissima”, di questa foto gualcita che diventa il vessillo e la ‘prova’ della sua umanità, è interessante notare come la figura femminile sia caratterizzata in modo molto debole e connotata negativamente, nel film. Se si eccettuano le infermiere dell’ospedale, le donne del film sono mondane volgari e sguaiate, inanimati angeli del focolare e ambigue artiste di teatro, come Mrs Kendal, appunto. È un universo filmico in cui la madre/natura è matrigna ostile, che condanna all’infelicità i suoi fiori più delicati (il dickensiano, ragazzo di Bytes, che vive nel circo con lui ne è altro esempio). La dimensione del voyeurismo è molto presente e sempre ‘incorniciata’ dal limite dello sguardo, inserita in contesti oppressivi e claustrofobici: il tendone di un circo, l’aula dell’università, la piccola stanza d’ospedale in cui John vive, il palchetto del teatro dal quale guarda lo spettacolo, l’occhio morboso della società, che è quello dello spettatore.

La famiglia del Dott. Treves, tipica espressione del compromesso vittoriano

John resta il quadro bizzarro e gotico in una cornice, definito dall’occhio avido di chi lo guarda. Grande è il lavoro di normalizzazione della mostruosità operato da Lynch. Il mostro John, The Elephant Man, diviene lo specchio in cui la società si guarda, immagine riflessa di ciò che essa teme di se stessa: la sua brutale disumanità e crudeltà “No!!! Io… non sono un elefante!! Io non sono un animale, sono un essere umano!!! Un uomo… un uomo!”, urla un esasperato e disperato John; questo urla la società di fronte alla sua stessa mostruosità.

Il ‘mostro’

Egli passa dall’essere indistinta figura nascosta da un sinistro cappuccio nel fumo di una Londra notturna e cupa, alla luce piena e bianca della sua stanza e dei luoghi in cui è ‘accettato’, ormai ‘tollerato’ come sfortunata deviazione dalla norma. Ecco quindi che la dimensione del sogno, la pace del sonno e i riferimenti al subconscio onirico diventano fuga liberatoria dalla cornice di una società che tollera (ma non accoglie realmente al suo interno) l’Altro, la diversità.

John e la cattedrale

La cattedrale che John ha costruito con l’aiuto della sua immaginazione, guardando oltre il muro dei pregiudizi e dell’aderenza alla norma, quell’omaggio alla bellezza che nasce da uno sguardo che va oltre, al di là delle apparenze, è il traguardo di John Merrick, quello su cui può scrivere la parola ‘fine’. Nella scena finale, il sogno e la dolce reminiscenza da esso evocata saranno l’unico viatico per ricongiungersi all’eterno femminino che ha perseguito per tutta la sua vita, la Madre, la rinascita luminosa oltre il buio ingiusto e crudele della sua esistenza terrena.

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