La donna che canta, di Denis Villeneuve (Incendies, Can/Fr 2010)

di Laura Pozzi

Il silenzio sarà rotto, una promessa mantenuta e sulla mia tomba potrà posarsi una lapide con il mio nome.” -La donna che canta-

In questi giorni il nome di Denis Villeneuve, acclamato ed adrenalinico regista di Sicario (2015), Arrival (2016), Blade Runner 2049 (2017) è sulla bocca e sulla rete di tutti. Non è difficile capire il perché data una stagione cinematografica tartassata e vessata da continui annunci e smentite non sorprende la decisione di posticipare l’uscita del suo attesissimo Dune prevista per metà dicembre, ad ottobre 2021. Una notizia temuta, ma in gran parte prevedibile dettata da una prudenza mascherata da saggezza che cristallizza ancora una volta la  prova generale di una decisiva e credibile ripartenza post covid. Nel frattempo per ingannare l’attesa ci si può inoltrare nella filmografia di questo cineasta e scoprire come già nel lontano 2010 il suo incendiario e sconosciuto talento corrodeva lo sguardo e disarmava i pensieri di un attonito pubblico veneziano sul labile confine di un orrore dolorosamente celato. La donna che canta (tradotto dall’originale Incendies) presentato a Venezia nella Giornata degli Autori e successivamente candidato agli Oscar come miglior film straniero nel 2011 è la quarta pellicola del regista canadese ed è quella che lancia la sua fulminante carriera verso la meritata consacrazione internazionale. Un film ardimentoso, denso, stratificato, difficile da raccontare date le innumerevoli sfaccettature e le scioccanti rivelazioni di cui si compone, ma assolutamente da vedere e custodire nella memoria.

Una di quelle opere quasi impossibili da metabolizzare che mostra con lucida fierezza la versatilità di un regista profondamente ispirato, mai banale, audacemente spregiudicato nel padroneggiare una materia rovente con spietata determinazione. Villeneuve mette tanta (per alcuni troppa) carne al fuoco, ma conosce bene i tempi di cottura e sa che alcuni piatti vanno assaporati freddi. Come le sue immagini geometricamente perfette, intimamente glaciali, eppure intrise di dolore, rabbia, disperazione, speranza. La storia tratta dalla pièce teatrale di Wajdi Mouawad è un doloroso e lancinante viaggio nella memoria di una donna, Nawal Marwan, che improvvisamente senza alcuna ragione apparente si chiude in un misterioso mutismo. Un’abituale giornata in piscina in compagnia della figlia Jeanne accende una miccia tramutandosi nel sogno/incubo di una tragedia greca dal sapore mediorientale. Assorta nei suoi pensieri nota qualcosa che la turba, le blocca il respiro, le toglie il fiato conducendola in breve tempo alla morte. Alla lettura del testamento i gemelli Jeanne (Mélissa Désormeaux-Poulin) e Simon (Maxim Gaudette) ricevono l’incarico dal notaio Lebel di consegnare due lettere scritte dalla donna poco prima di morire. Una indirizzata al loro padre creduto morto e l’altra ad un fratello di cui ignorano l’esistenza. La delicata missione si basa su una promessa non mantenuta che nella mente della donna le impedisce una completa e definitiva sepoltura.”Seppellitemi senza bara, nuda e senza preghiere con il volto rivolto al suolo, spalle al mondo”. Questo il disperato appello di Nawal.

Ma se per Jeanne le ultime volontà materne possiedono le incognite e gli interrogativi di un complesso teorema matematico, per lo scontroso Simon si sommano alle incomprensibili stravaganze di una donna volutamente distante, custode di mille segreti, ambiguamente affetta dall’impossibilità di essere normale. Nawal Marwan (l’intensa e indomita Lubna Azbal) nel corso della sua tormentata esistenza è stata privata del suo amore “non cristiano” per Wahab, ha rinunciato al loro figlioletto, si è arruolata nella sanguinosa guerra del Libano, ha scontato 15 anni di prigione, è stata ripetutamente violentata, ma non si è mai piegata ai suoi aguzzini. Ha deciso di resistere e contrapporre a tanta disumana ferocia  la struggente malinconia di un canto che la identifica e le consente di accettare l’inaccettabile. Villeneuve si avventura in un campo minato sprofondando nelle sabbie mobili di un territorio impervio attraverso lo sguardo e la veemenza di una donna disposta a tutto pur di ritrovare suo figlio e tener fede a quella promessa che rappresenta la sua unica ragione di vita.

Al regista non interessa spiegare o analizzare i conflitti religiosi di una terra precipitata negli abissi della guerra, piuttosto è determinato a percepirne i riflessi, a fiutarne l’odore acre, a trovare un compromesso capace d’interrompere l’inevitabile spirale di odio che ne consegue. Nawal è costretta a vivere e combattere due guerre, una pubblica e una privata, con la stessa implacabile freddezza con la quale spara ad un nemico colto nel mezzo di una riunione famigliare. Un atto di giustizia dovuto e per certi assurdi versi “comprensibile” che accomuna vittime e carnefici. Amore, odio, vendetta, perdono, un mix di sentimenti incandescenti che dialogano incessantemente su diversi piani temporali attraverso una catarsi purificatrice che sfocia in una verità agghiacciante, insostenibile. E che riporta all’inizio a quel feroce sguardo da cecchino di un bambino che sulle note dei Radiohead buca lo schermo e ci sfida ad entrare nel “suo” mondo, nella sua storia, nella follia di una guerra impressa con tre decisivi e devastanti punti tatuati sul tallone. “L’infanzia è un coltello piantato in gola che non si tira via facilmente”. L’orrore del conflitto non genera mostri, ma incolpevoli figli della violenza costretti a far quadrare i conti anche laddove la matematica (“uno più uno, può fare uno?” si domanda un annichilito Simon) diventa un’opinione.

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