Dietro la maschera (Mask), di Peter Bogdanovich [USA 1985]

di Andrea Lilli –

Essere è essere percepiti.

George Berkeley

Dietro la maschera – Mask è l’ultimo film del periodo più creativo di Peter Bogdanovich regista, ed è uno dei titoli con cui si chiude la New Hollywood, quel ventennio fausto tra gli anni Sessanta e gli Ottanta in cui il cinema americano si rinnovò profondamente, affrontando temi fin allora tabù e sperimentando nuove forme artistiche, prima che le case di produzione più potenti del mondo facessero marcia indietro, ritornando a canoni cinematografici legati alle convenienze di una comoda, spesso ipocrita, ma sicuramente remunerativa logica commerciale del cinema inteso come intrattenimento, più che come introspezione. Dunque Mask è un film doppiamente cruciale, ed è una sfida due volte ardua: affronta temi poco attraenti – le difficoltà esistenziali di un adolescente affetto da una grave malattia, insieme a quelle di una madre single e tossicodipendente – e li affronta in piena epoca Reagan, ossia nel periodo storico statunitense meno favorevole a narrazioni senza pregiudizi su queste materie.  

Nel 1980 David Lynch, altro cineasta americano “fuori norma”, con The Elephant Man aveva osato occuparsi di ciò che di normale sta dietro la maschera straordinaria costituita da una grave patologia deformante il viso di un individuo, e, soprattutto, dei comportamenti aberranti che stanno dietro le maschere ordinarie, quelle delle facce “normali”. Bogdanovich raccoglie la sfida di Lynch, e rilancia: racconta la storia vera di un ragazzo californiano, Roy Lee Dennis detto Rocky, e di sua madre, Florence detta Rusty.

Peter Bogdanovich (Kingston, 1939 – Los Angeles, 6 gennaio 2022) con i protagonisti: Cher ed Eric Stoltz

Nato nel 1961, Rocky morì nel 1978 a causa di una rara malattia genetica, la displasia craniodiafisaria, detta leontiasi perché provoca una fatale ipertrofia della testa, che diventa grande come quella di un leone ma non così bella. Colpisce una persona ogni 22 milioni. Rocky combatté contro la sua sfortuna ben oltre i sette anni di vita pronosticati, e prima di arrendersi dimostrò una volta di più come un disabile non cerchi la compassione, la commiserazione delle persone normali: vuole semplicemente avere i loro stessi diritti. Frequentare le loro scuole, passeggiare per le loro strade, fare amicizie, progettare viaggi in Europa dopo la scuola, iniziare amori, secondo le proprie possibilità, come tutti. Insomma, come ogni tipo di malato, un portatore di handicap non vuole e non deve essere identificato con la propria malattia.

 Gesù! Chi è quello?
– Mio figlio.

Bogdanovich non volle inventare troppo: la storia vera era già una sceneggiatura sufficientemente originale. Senza ricorrere agli studios girò Mask nel quartiere e negli interni in cui vissero insieme Rocky e Rusty, e i loro conoscenti vennero coinvolti come comparse. Il film rappresenta il rapporto affettuoso e burrascoso in famiglia, gli eccessi di Rusty, la sua forza e le sue fragilità, i sentimenti e l’autocontrollo del figlio. Il loro rapporto, fondamentale come quello tra l’”Elephant Man” e sua madre, non è così semplice. Rocky lotta insieme alla madre contro le stupidità e i pregiudizi degli altri (nonni materni compresi) e allo stesso tempo contro di lei a causa delle sue dipendenze tossiche. Una madre comunque attenta e premurosa da lucida, che spedisce in missione una prostituta quando il figlio lamenta la sua astinenza forzata. Il tutto tra l’emicrania dell’uno e lo sballo dell’altra, e al netto dei convegni della banda di motociclisti di cui madre e figlio fanno parte, rudi bikers dal cuore d’oro che difendono il mostruoso e simpatico Rocky mentre corteggiano la bella e dannata Rusty. Tra loro si distinguono il baffuto Gar (Sam Elliott), destinato a salvare Rusty dalla perdizione, e il muto (o quasi: commoventi le tre parole che pronuncia a fatica) Dozer: un altro ab/norme, un altro abile portatore di disabilità. Tipici anti-supereroi di Peter Bogdanovich, allergico al mondo Marvel e agli effetti speciali.

Come si vede, il regista mette sul fuoco molti argomenti difficili, eppure riesce a non bruciarne nessuno rigirandoli con leggerezza, grazie principalmente al carattere del protagonista, che vince l’aspetto ripugnante con le armi dell’ironia mettendo di buon umore tutti quelli che lo avvicinano. E se tra questi c’è una ragazza cieca, può sbocciare perfino l’amore. Tra le scene più toccanti – oltre al finale triste ma non patetico – quella in cui Rocky “insegna” i colori a Diana (Laura Dern), che non li conosce; e un’altra, dove Rocky vede il suo viso ridimensionato in proporzioni normali da uno specchio deformante. Giacché se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi (A. de Saint-Exupéry), in certi casi gli occhi diventano perfino un ostacolo. Anzi, un handicap. Il paradosso, la magia, è che sia il cinema a farci vedere e capire questa cosa. Di più: che sia un film con protagonista Cher, uno dei volti più frequentati dalla chirurgia estetica.  

Diana (Laura Dern in uno dei suoi primi ruoli)

Un cenno sulle musiche. Bogdanovich volle rispettare i gusti del vero Rocky pianificando una colonna sonora dominata da brani di Bruce Springsteen, il cantautore preferito dal ragazzo, ma la casa di produzione Universal Pictures non lo accontentò. Il film uscì nelle sale con un soundtrack differente, farcito comunque di classici del rock anni Settanta, da Little Richard ai Beatles, da Suzi Quatro ai Grateful Dead. Il regista tuttavia si prese la rivincita nel 2004, con la pubblicazione in DVD e Blu-ray della sua versione (director’s cut), che oltre ai brani di Springsteen contiene otto minuti di pellicola cestinati dai produttori nel 1985 (*).


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