Il padre d’Italia (2017), di Fabio Mollo

di Nicole Cherubini

“Se la natura avesse voluto ce lo avrebbe permesso. Perché forzarla?”

“E la Madonna? Scusa, la Madonna? Era contro natura…Che cose brutte che dici.”

“Perché brutte?”

“Perché la natura ogni giorno fa un sacco di miracoli.”

Due persone fra tante, con sogni, problemi e aspirazioni varie ed eventuali, talmente diverse da risultare complementari, si incontrano. Ed è un incontro/scontro, quello tra Paolo e Mia: uno dei due sul punto di esplodere, l’altro che aspetta di essere innescato.

E’ anche l’inizio di un viaggio, geografico e dentro se stessi, ma quando Paolo si ritrova a portare questa sconosciuta incinta all’ospedale, ancora non lo sa.

Inizia così, “Il padre d’Italia”, seconda regia di Fabio Mollo, road movie diretto verso sud e verso una vita più autentica, più sincera.

Paolo è un ragazzo come tanti: come tanti fa un lavoro ordinario, è solo e non si perdona di aver lasciato andare il suo grande amore. Nella sua vita, come una scheggia impazzita, si abbatte Mia, cantante dai capelli fluo, senza fissa dimora e incinta di chissà chi. Disorientato, ma anche affascinato dal carattere istintivo e volitivo di Mia, Paolo finisce col rubare il furgone con cui lavora per portarla dal fantomatico padre del bambino. I due si imbarcano così in questo viaggio, da Torino alla Calabria, finendo per conoscersi e svelarsi.

In questo road movie (buona parte del film è stata girata sul furgone, mentre gli attori guidavano, con la troupe al seguito) il regista non si limita a filmare Mia e Paolo, ma li abbraccia completamente. Allo stesso modo, i due attori protagonisti (Luca Marinelli e Isabella Ragonese) non solo “recitano”, ma incarnano con grande sensibilità gli sguardi, i sorrisi ed i silenzi dei loro personaggi; in bilico tra la fine dell’adolescenza e l’età adulta. Quello in cui si trovano Mia e Paolo è di fatto un limbo: l’imminente maternità di lei costringe entrambi a confrontarsi con le rispettive figure genitoriali. Anche in questo i due sono a due poli opposti; tanto Mia è insofferente ad una famiglia tradizionale e tradizionalista, tanto Paolo continua a reiterare il ricordo della madre che lo abbandona per non tornare mai più.

Se si può trovare un fulcro, ne “ll padre d’Italia”, è questo: il fatto di mettere al mondo un figlio, di guidarne il cammino, richiede in primis di accettare profondamente se stessi. Il personaggio di Paolo, giovane uomo che vive con disagio la propria omosessualità, introduce tematiche più attuali che mai: chi può decidere chi ha diritto di avere dei figli? Può esistere solo una famiglia “tradizionale”?

La bellezza di questo film è data dall’approccio umanista del regista, che preferisce mostrare due, anzi tre giovani vite in divenire, restituendone le fragilità ma anche l’incanto; tralasciando sterili polemiche. Ciò che arriva allo spettatore, forte e chiaro, è un grande senso di leggerezza; quella leggerezza che solo uno spazio di libertà può dare. La libertà di essere donna, di essere uomo, di amare una donna, di amare un uomo, di avere dei figli, o di lasciare che siano altri a procreare. La libertà di incontrarsi e condividere tutto, anche se solo per un breve tempo.

Sul piano tecnico, oltre agli ottimi interpreti, la pellicola è interessante per il connubio tra musica e immagini: nelle scene girate in discoteca le luci colorate e il tappeto sonoro di musica elettronica (composta da Giorgio Giampà) amplificano ancora di più le emozioni dei personaggi. In “termini musicali” il momento più alto è però l’intensa cover di “There is a light that never goes out” degli Smiths eseguita dal vivo da Isabella Ragonese.

Per concludere, più che un film il “Padre d’Italia” è una ventata di freschezza, un bignami sui piccoli miracoli che costellano il quotidiano.

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