Sonatine, di Takeshi Kitano (1993)

Di A.C.

Murakawa è un gangster della malavita giapponese prossimo al ritiro, il quale riceve dal suo boss l’incarico di negoziare una pace con un clan rivale.
La missione fallisce in partenza e sfocia in una serie di rappresaglie violente, e Murakawa e i suoi sottoposti superstiti si nascondono su una spiaggia isolata in attesa di un ristoro pacifico delle trattative.
Il film che ha di fatto consacrato su scala internazionale Takeshi Kitano, regista e interprete della pellicola, facendo conoscere al mondo il connubio di sentimento e violenza che ha spesso contraddistinto la sua poetica.

Sono diversi gli elementi ricorrenti nel cinema di Kitano: la presenza di personaggi anti-eroici, il rapporto dell’uomo con la morte e la natura, la ferocia nascosta della società giapponese di cui la Yakuza è spesso volto e incarnazione.
“Sonatine” condensa tutti questi elementi in quella che dietro le fattezze di un gangster-movie è una storia di umana introspezione. Perché Kitano non guarda al mondo della malavita in senso stretto, ma agli uomini che lo abitano, indipendentemente dalle ragioni per cui hanno scelto tale percorso. Guarda alle loro vite condannate ad un’esistenza fatta di violenza senza alcuna possibilità di redenzione, e il cui epilogo non può essere altro che quello di una morte violenta.

Non vi è alcun eccesso di elaborazione nella costruzione del racconto, perché come suo solito il regista giapponese preferisce far parlare la naturalezza dei suoi personaggi, i loro gesti, i loro sguardi e anche i loro silenzi. Ne restituisce ogni singolo momento, dai più divertenti ai più tragici, senza forme di sensazionalismo.
Emblematica in tal senso la parte centrale del racconto, che vede il gruppo di esuli Yakuza condurre una serie di giornate dedite al divertimento spensierato sulla spiaggia, la quale funge da luogo di pace, dove il tempo si ferma e l’attesa di una probabile morte viene vissuta con attimi di scherzi e sorrisi. Una quiete temporanea da una routine di violenza e morte, che Kitano alleggerisce con una comicità a tratti “keatoniana” e che poi non esita a interrompere bruscamente nel momento in cui il destino reclama il suo tributo.

Più che comprensibile ricondurre il cinema di Kitano alla poetica degli anti-eroi di Melville e Peckinpah, ma laddove il loro umanismo pessimista trovava nella morte una catarsi, Kitano la spoglia di ogni possibile conforto.
Infatti in quest’opera il “redde rationem” è quantomai crudele, nichilista e lapidario. Kitano non cerca neanche per un istante di dare alla morte un’aura di romanticismo, di dare una parvenza di redenzione o di speranza. Cosa che mette inequivocabilmente in chiaro nella scelta finale del suo personaggio, che di fronte alla possibilità di ricominciare decide comunque di non proseguire, perché una scintilla di luce non può in alcun modo coprire una vita di assuefazione alla violenza e all’orrore.


“Quando hai avuto paura della morte per troppo tempo, cominci a desiderarla.”

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