Nel Nome del Padre (1993), di Jim Sheridan

di Roberta Lamonica

“Io voglio che sappiano che finché mio padre non sarà dichiarato innocente, finché tutte le persone coinvolte non saranno dichiarate innocenti […], io continuerò a lottare! Nel nome di mio padre! Nel nome della libertà!” (Gerry Conlon)

Locandina

Nel Nome del Padre (In the Name of the Father) è un film del 1993 del regista irlandese Jim Sheridan, con Pete Postlewhite, Daniel Day-Lewis e Emma Thompson.

Alle 8 di sera del 5 ottobre 1974, l’IRA fa esplodere una bomba in un pub a Guilford in Inghilterra, uccidendo cinque persone. La Polizia incrimina quattro giovani hippie senza un alibi apparente ma anche senza evidenza della loro colpa. Tra loro Gerry Conlon (Daniel Day-Lewis) e Paul Hill, due sbandati appena arrivati da Belfast. Il padre di Gerry, Giuseppe (Pete Postlethwaite), cerca di aiutare suo figlio ma viene incriminato anch’egli per complicità nell’attentato. Il processo-farsa vede tutti condannati e solo grazie all’interessamento di Gareth Peirce (Emma Thompson), i Conlon e gli altri condannati per l’attentato dinamitardo vengono alla fine scagionati e liberati.

Il film è ispirato a un increscioso fatto di cronaca, quindi, eppure la macchina da presa, dopo l’inizio inaspettato con la bomba e le scene concitate di guerriglia urbana a Belfast, si sofferma su due uomini – uno giovane e ribelle, l’altro maturo e pacato – e stabilisce che quello e non le bombe o l’IRA o i Troubles, sarà il centro tematico del film. Gerry, perdigiorno immaturo e pateticamente naïf, non è un incallito criminale o un pericoloso sovversivo. Ed è per questo che la sua storia è ancora più mostruosa e il suo destino kafkiano.

In un’interpretazione al solito pregevole (anche se Day-Lewis nei panni dello youngster non è sempre completamente a fuoco) l’attore inglese carica il suo Gerry di tutto il peso di crescere sapendo di non essere mai all’altezza, di deludere il padre.

Per Jean Luc Marion “E’ il padre che dà la vita, un bene che il figlio non potrà mai restituirgli o ‘ripagare’, anche se fosse il migliore dei figli possibile. Ricevere la vita è un’esperienza che rende impossibile pareggiare qualsiasi bilancio esistenziale e carnale”. E se a questo limite ontologico della condizione di figlio, si aggiunge il peso di un padre che è uomo senza macchia e senza ambizioni secolari, un Padre da Sacra Famiglia biblica, si può comprendere l’aggressività, la rabbia e il risentimento apparentemente esagerato di Gerry. Giuseppe è un uomo probo, buon marito per la donna che ancora ama dopo tanti anni di unione e buon padre per Gerry e le sue sorelle. Modello di virtù cristiana inarrivabile. Giuseppe, appunto, l’uomo che fa un atto di fede assoluta, l’uomo che crede perché accetta e si fida. Giuseppe che accompagna suo figlio all’inferno (la condivisione della cella è una delle poche libertà che Sheridan si è preso rispetto alla storia) e lo vive fino alla fine, “in sacrificio” per lui.

Sheridan, irlandese della working class, di ortodossa educazione cattolica, ha dichiarato in un’intervista che “Non ci sono troppi ‘padri esemplari’ nella letteratura irlandese – forse giusto Leopold Bloom. Sono sempre attratto da storie che esplorano la relazione padre-figlio. Volevo fare di quest’uomo mite e ‘comune’, l’eroe del mio film”. E Sheridan è riuscito a creare due importanti figure paterne: Ray McAnally ne Il mio piede sinistro e Peter Postlethwaite,appunto in Nel Nome del Padre.

L’interpretazione misurata, tutta in sottrazione di Postlethwaite è memorabile. Il contrappunto tra l’irruenza e la sconsideratezza di Gerry e la sua resilienza nell’affrontare il fardello dell’ingiustizia, resta un momento di cinema indimenticabile. Nel Nome del Padre è un film sulle vittime, quelle che reagiscono e quelle che non lo fanno, e sulla diversa modalità in cui si può affrontare la lotta all’ingiustizia. Per l’IRA le vite umane non hanno valore e tutti possono indistintamente diventare un obiettivo. Per la Polizia non importa chi sia condannato, fintanto che la percezione dell’opinione pubblica nei loro confronti sia positiva. Per i “4 di Guildford” la giustizia è nebulosa e incomprensibile.

E allora il rapporto padre-figlio diventa terreno su cui costruire un senso di giustizia che trascenda gli eventi e faccia appello a un ideale superiore comune. La formazione di Gerry, la sua vera libertà, si realizza dietro le sbarre della prigione e passa attraverso l’esperienza del confronto con i detenuti e con suo padre. Sempre Marion, “Il padre si fa notare dal figlio in ciò che gli fa mancare e si manifesta nella misura in cui scompare. Il padre indica l’unica indiscutibile trascendenza che ogni vita umana può e deve riconoscere nella propria immanenza”. Quando Giuseppe si ammala e inizia ad avere bisogno del sostegno emotivo di Gerry (molto toccante la scena in cui Giuseppe afferma la sua umanità parlando al figlio della sua paura di morire) avviene per Gerry l’agnizione e l’accettazione dell’insegnamento del padre come unica via dì salvezza perseguibile.

Jim Sheridan intreccia temi e sotto trame in modo sapiente, coeso e con un ritmo rapido e avvincente. Ogni personaggio è tratteggiato in modo deciso e ogni situazione viene presentata in tutte le sfumature che contraddistinguono la vita nella sua verità. Splendida Emma Thompson nel ruolo dell’attivista dei diritti civili Gareth Peirce: il suo discorso in tribunale è incredibilmente potente e rappresenta uno dei punti più alti della sua carriera d’attrice.

Perfetta la colonna sonora di Trevor Jones che sottolinea con personalità l’atmosfera del film, a tratti malinconica, a tratti finanche violenta. Nel Nome del Padre è un film in cui la responsabilità storica non viene evitata ma piuttosto viene filtrata attraverso l’impatto che la Storia ha sul rapporto tra Gerry e suo padre nel nome del quale, egli porterà avanti la sua battaglia per i diritti civili. Fino alla fine.

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