Eric Rohmer: i racconti delle quattro stagioni

“C’è un mondo che si chiude se non ha un pugno di felicità” (Paolo Conte)

di Girolamo Di Noto

Alcuni film ci fanno amare il cinema non solo perché sanno raccontare con leggerezza e garbo temi importanti, ma anche perché ci parlano di noi. Film che amiamo vedere e rivedere anche a distanza di anni e che aggiungono – ad ogni visione – rinnovate intensità di sguardi, dettagli sfuggiti, particolari che non siamo riusciti a cogliere, forse perché disattenti o ancora poco propensi ad accettarli. Rohmer, ad esempio, è uno di quei registi la cui filmografia ha da sempre lasciato incantati perché non solo costituita da ‘pezzi di cinema’ tenuti insieme, uniti dalla passione per la settima arte e per la vita, ma anche perché ha sempre messo in scena l’universo emotivo dei giovani con un senso di realismo che ha contribuito a farci sentire vive e vere le sue storie e a farci partecipare con intensità agli stati d’animo dei suoi personaggi.

Da non perdere, anche perché finalmente disponibile, grazie ad un’operazione culturale encomiabile, sulla piattaforma digitale di Raiplay, è il ciclo dei racconti delle quattro stagioni, di cui fanno parte quattro film che raccontano ciascuno una storia d’amore e di amicizia ambientata in una diversa stagione dell’anno. Racconto di primavera (1990), il primo dei quattro, racconta le vicissitudini di Jeanne, docente di filosofia, che accetta di passare le vacanze dalla sua amica Natasha e qui conosce Igor, il padre dell’amica e la sua giovane fidanzata Eve. Il secondo tassello del ciclo è rappresentato da Racconto d’inverno (1992), che racconta come il caso si prenda gioco di noi, attraverso la storia di Félicie, una donna indecisa tra due uomini che non la soddisfano. A seguire il più sottile e spietato dei Racconti, Racconto d’estate (1996), conosciuto anche con il titolo Un ragazzo, tre ragazze…, che segue due settimane estive di Gaspard, giovane neolaureato in vacanza in Bretagna, che attende l’arrivo della sua fidanzata, ma nel frattempo il caso, nelle sembianze di due meravigliose ragazze, lo mette alla prova. E infine, a concludere il ciclo, Racconto d’autunno (1998), la storia di Magalì, viticoltrice vedova di quarantacinque anni, che per gioco rischia di trovare il vero amore.

Cantore raffinato delle relazioni amorose, del corteggiamento, poeta della leggerezza e della seduzione, Rohmer mette in scena sguardi che si incrociano, fugaci incontri, slanci emotivi, prospettive di felicità e lo fa attraverso la parola. “In fondo, io non dico, faccio vedere. Faccio vedere persone che agiscono e parlano”. L’attività primaria dei personaggi rohmeriani è il parlare. Parlano per definire se stessi, per confrontarsi con gli altri, per sedurre, per esprimere una visione del mondo, una visione che non sempre corrisponde alle attese e che di lì a poco sarà incrinata dall’imprevedibilità degli eventi. Un indirizzo sbagliato può far perdere le tracce di un uomo che si ama, come nel caso di Félicie, donna combattuta, per uno stupido disguido, a dividersi tra due uomini, uno appassionato di filosofia, intellettuale, premuroso, ma troppo cerebrale e l’altro concreto, tutto casa e bottega, monotono e dalla vita troppo prevedibile.

L’indecisione assieme alla curiosità e alla voglia di non accettare compromessi caratterizzano i personaggi di Rohmer. La girandola di amicizie e di flirt di Gaspard nel meraviglioso Racconto d’estate ne è la prova più lampante. Il ragazzo instaura un’affettuosa amicizia con la coetanea Margot, diventa oggetto di attenzione di Léna, si infatua della più volitiva Solene e il tempo dell’estate riservato solitamente alla spensieratezza e allo svago diventa un doloroso faccia a faccia con la propria precarietà sentimentale.

I personaggi di Rohmer sono idealisti, queruli, curiosi: preferiscono tutte le incognite di un viaggio che non si sa dove andrà a finire alle mediocri sicurezze del compromesso. Le donne sono più interessanti, meglio controllate, hanno maggiore spirito di iniziativa. Gli uomini sono più nevrotici, snob, destinati a rincorrere una donna che amano, ma dalla quale non sono ricambiati. Finiscono quasi sempre ad essere ridimensionati al rango di confidenti, persone piacevoli, interessanti ma non attraenti. Le storie d’amore di questi racconti sono tenere e coinvolgenti, raffinate e profonde. Ogni film può essere visto come la variazione infinita di un unico tema, quello dell’attrazione-repulsione delle passioni. È facile lasciarsi incantare dalle fittissime conversazioni dei personaggi rohmeriani, dai piccoli flirt e ammiccamenti con cui si attraggono e si respingono. Nelle chiacchierate attorno a un tavolo, nelle passeggiate tra le vigne o lungo la spiaggia, è impossibile non rintracciare qualche aspetto che ci appartenga.

Rohmer parla di noi, nei suoi eroi teneri e imperfetti ritroviamo la nostra vita, i nostri desideri inespressi, il nostro bisogno di mettere ordine e anche la voglia smisurata di aprirsi al nuovo.La possibilità di una prospettiva di mutamento appartiene al ragazzo esitante del Racconto d’estate, alla vedova Magalì alle prese con nuovi profumi e colori, a Jeanne,Igor, Natasha del Racconto di primavera, a Félicie che, a teatro, assistendo alla resurrezione della regina Hermione del Racconto d’inverno di Shakespeare, comincia a credere che, anche nella sua vita, possa esserci spazio per un evento di tale portata. I luoghi in cui queste esperienze hanno vita si fanno carico dei pensieri e delle emozioni dei protagonisti.

Le strade della provincia francese danno loro la possibilità di intessere nuove relazioni, sulle spiagge recuperano aspetti della loro vita ormai dimenticati, i colori e i profumi del paesaggio rurale permettono di cogliere la bellezza e l’unicità della vita nonostante le delusioni possano essere sempre in agguato. “Ogni lettore, quando legge – afferma Proust – legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Questo ‘strumento ottico’ è, per Rohmer, senza dubbio, il cinema e con questa sua leggerezza, con questa sua visione così matura dell’arte e della vita, ci regala felicità e meraviglia.

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