La vita agra, di Carlo Lizzani (1964)

di Girolamo Di Noto

Molteplici ragioni possono indurre un regista a cimentarsi nell’adattamento di un romanzo per un proprio film. Ciò che ha spinto Carlo Lizzani a mettere in scena La vita agra di Luciano Bianciardi è stato il fascino che il testo ha esercitato su di lui. Nel romanzo Bianciardi, con l’acume e l’ironia che lo hanno sempre contraddistinto, analizzava l’allora nascente boom economico con un occhio di riguardo per le sue crepe. La vita agra è la storia di una solenne incazzatura. C’è il miracolo economico, l’espansione dei consumi, la storia di un uomo con idee rivoluzionarie che cerca di combattere ‘il sistema’ ma che finisce con l’esserne integrato.

Lizzani, regista da sempre incline a raccontare la realtà, è maestro nel saper descrivere situazioni, ambienti e caratteri con taglio documentaristico, un occhio alla commedia all’italiana, qualche sprazzo di Nouvelle Vague ed è abile nel saper anticipare certe atmosfere da alienazione industriale in chiave grottesca. Protagonista del film è un anarchico, Luciano Bianchi (Ugo Tognazzi) che arriva a Milano con l’intenzione di far saltare la sede della società che lo ha licenziato e che è responsabile della morte di quarantatre minatori, ma che alla fine rinuncia ai propri propositi diventando un pubblicitario di successo. Arrivato a Milano con l’idea della rivoluzione, sospeso tra la storia d’amore extraconiugale con Anna (Giovanna Ralli) e lavori di traduzione a cottimo accettati per mantenere la moglie e il figlio rimasti in Emilia, Luciano si ritrova ingabbiato in una città che divora le coscienze dei suoi abitanti per piegarle al suo volere.

A contatto con l’alienante vita cittadina, l’impeto rivoluzionario pian piano si smorza e si assiste alla progressiva trasformazione di intenti di un personaggio dapprima idealista, incazzato con il mondo, critico verso il consumismo e poi integrato nella società che inizialmente si prefigge di combattere. Luciano Bianchi passa dalla missione alla compromissione. La sua storia è attraversata dall’ossessione di distruggere il grattacielo, il famigerato ‘ torracchione’ , ma finisce col diventare un adattamento mediocre dei suoi sogni, dal sapore agro della rassegnazione. L’alienazione che attanaglia il protagonista è presente soprattutto nello splendido ritratto in bianco e nero che il regista dona su Milano, una città ” dove i passanti sono troppo occupati a passare”, dove non trovi le persone, ma soltanto il loro spettro.

Tutti corrono, una macchina dietro l’altra, ma ciascuna per i fatti suoi. Ritmi convulsi in fabbrica, per le strade, negli spazi privati. Una patina di egoismo e diffidenza sui gesti delle persone, sui discorsi con cui fingono di intendersi. Una Milano sempre più proliferante di grattacieli, una città non più fatta a misura d’uomo, ma su misura dei suoi irraggiungibili sogni e desideri. Bianciardi, definito dai Baustelle in una loro bellissima canzone l’ultimo ” romantico a Milano “, nel suo romanzo, attraverso la sua penna corrosiva, riesce bene a rendere l’idea di una metropoli sprofondata nel suo illusorio e vacuo benessere: ” È solo una gran macchina caotica, senza cielo sopra e senza anima dentro”. Luciano si muove tra gente estranea e ostile ” con la faccia rinceppata e piena di rancore “. La sua vita è fatta di reiterate mortificazioni, fastidi continui, rapporti umani fasulli.

L’ufficio diventa luogo grottesco e kafkiano per eccellenza, nel quale le segretarie leccano e chiudono buste anche quando sono vuote, i colleghi perdono man mano ogni consistenza fisica e sembrano ” ectoplasmi, marziani travestiti da terricoli” e le scene dei colloqui di lavoro sono calate in una vaga atmosfera orwelliana. Lavora notte e giorno in una stanzetta misera che divide con la compagna e fuma e beve e traduce sognando di cambiare il mondo. L’unico posto ancora puro che frequenta è la Latteria Pirovini, l’ultimo avamposto in cui regna un poco di libertà, un mondo non ancora attaccato dal pensiero del successo e del denaro. Qui Luciano disserta di felicità, ideali, utopie, mentre un giovane Jannacci, in un cameo, si esibisce nel suo repertorio e canta una prima versione de L’ombrello di mio fratello.

 Tognazzi è straordinario nel dare vita, con il suo volto, la sua mimica, la sua esuberanza, ad un personaggio provinciale che inizialmente crede fermamente nei propri ideali, ma che poi finisce col diventare un arrivista, annichilito nei meccanismi di quella società che vorrebbe combattere. Luciano diventerà un apprezzato copywriter e l’esplosione del torracchione avrà pieghe diverse, travestita dall’accensione natalizia delle luci della grande facciata del grattacielo. Trovata pubblicitaria con cui il protagonista vuole sorprendere e gratificare il direttore della società. E quando Luciano gli rivelerà che voleva far saltare il grattacielo, la risposta del Presidente sarà sconfortante:” E perché non l’ha fatto? Avremmo preso i soldi dell’assicurazione!”. Rimane, alla fine, solo l’avere e non l’essere. Rimane uno spaesamento interiore, l’amara e agra rappresentazione dell’altra faccia del miracolo italiano nella seconda metà degli anni ’50.

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