David Bowie, amato immortale

di Marzia Procopio

Ricorre oggi il quinto anniversario della morte di David Bowie (8 gennaio 1947 – 10 gennaio 2016), che l’altro ieri avrebbe compiuto 74 anni e il cui mito non accenna ad affievolirsi. Per ricordarlo, esce in questi giorni un vinile a tiratura limitata con due cover di John Lennon e Bob Dylan cantate proprio dal Duca Bianco. L’evento è anche la celebrazione della sua creatura più famosa, Ziggy Stardust, nato nel 1972: extraterreste glamour, alieno profetico, avveniristica incarnazione generazionale, manifesto rivoluzionario della fluidità e libertà di genere reso indimenticabile anche dalla splendida fotografia di Mick Rock. Diventando Ziggy Stardust Bowie compie “la sua transizione più completa e riconosciuta, quella che da semplice essere umano lo trasforma in un’icona immortale” (stylemagazineitalia) dimostrandosi eccellente nel “fare di se stesso un capolavoro”, ma non effimero bensì sempre più inossidabile, anche grazie al racconto della malattia e della morte nel testo di Lazarus tratto dall’ultimo album, Black star, e nel video,  generoso e sofisticato lascito artistico dell’uomo, della Rock Star e del performer.

Nella sua carriera musicale, David Bowie era incarnazione della metamorfosi, essendo sempre capace di reinventarsi e di sfidarsi in ognuna delle sue fasi creative. Parte di questo incessante processo di creazione prevedeva l’interpretazione di personaggi sul palcoscenico e nei video musicali, tra cui gli alieni Ziggy Stardust appunto e Aladdin Sane, l’aristocratico White Duke e una versione inquietante del clown Pierrot. Bowie interpretò personaggi anche a teatro, anche se l’impegno sul palcoscenico rimane un lato meno esplorato della sua carriera in relazione al suo mestiere principale. E se anche altri grandi nomi della musica si sono avventurati nella settima arte, non tutti i musicisti possono dire di aver recitato con registi come Christopher Nolan, Martin Scorsese e David Lynch. Nonostante la sua colossale eredità nella musica, la sua carriera cinematografica è anche ricca di momenti memorabili e caratterizzata da un grande eclettismo. Per omaggiarlo, noi di Re-movies ripercorriamo i suoi passi attraverso gli studi cinematografici e i loro momenti migliori.

1976 –The Man Who Fell to Earth, dramma di fantascienza diretto da Nicolas Roeg e basato sull’omonimo romanzo del 1963 di Walter Trevis, è il suo esordio in un lungometraggio. Nella trama, il musicista interpreta un alieno umanoide (così come Ziggy Stardust e Aladdin Sane) che arriva sulla Terra con la missione di ottenere acqua per salvare il suo pianeta destinato a morire. Bowie compose anche la colonna sonora del film, ma il suo lavoro fu ritenuto inadatto e scartato dai produttori provocando l’ira dell’artista.

1981 – Christiane F., 13 Years Old, Drugged and Prostituted, biopic basato su eventi realmente accaduti a un’adolescente che abusa di droga a Berlino Ovest: dopo aver usato l’LSD per la prima volta, Christiane va a un concerto di Bowie. Christiane F, noi i ragazzi dello zoo di Berlino divenne un film di culto anche grazie alla partecipazione di Bowie, che cedette sue canzoni al film e ne compose la colonna sonora. Indimenticabile la scena pervasa dalle note della potente ballata Heroes.

1983 – The Hunger, film d’esordio di Tony Scott con Bowie accanto a Catherine Deneuve e Susan Sarandon. Unendo horror e thriller con un’estetica neo-noir, il film vede Bowie nel ruolo del vampiro John Blaylock, che presto si rende conto che, nonostante l’immortalità, non sarà giovane per sempre. A causa di scene violente e piene di sesso, Bowie pensava che il film sarebbe stato troppo controverso per il momento in cui usciva; l’opera fu invece apprezzata dal pubblico ‘gotico’ ed elevò la canzone Bela Lugosi’s Dead della band post-punk Bauhaus allo status di classico underground.

In realtà la prima breve apparizione dell’artista, seppur non accreditata, era stata nel film di guerra del 1969 The Virgin Soldiers, prima della sua enorme celebrità. Nel 1983, il musicista tornò al genere sotto la direzione di Nagisa Oshima, nel ruolo del maggiore Strafer, un militare britannico preso in ostaggio dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Nel campo di prigionia, argomenti come l’onore, la colpa e l’attrazione omoerotica sono affrontati nel rapporto tra Strafer e il capo del campo di prigionia, il capitano Yonoi (Ryuichi Sakamoto): Furyo, In The Name of Honor concorse per la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1983.

Il camaleontico Bowie incarnava uno stravagante Jareth, il re goblin in Labyrinth – The Magic of Time, ultimo film diretto da Jim Henson (1936 – 1990), il creatore dei Muppets, con la produzione esecutiva è di George Lucas. Nel film, una quindicenne Jennifer Connelly all’inizio della carriera interpreta l’adolescente Sarah, che faticosamente si prende cura del fratello minore. Quando il ragazzo scompare misteriosamente, lasciandola disperata, Sarah viene a sapere che il ragazzo è stato rapito da Jareth e portato in un mondo stravagante pieno di strane creature. Per salvarlo, Sarah dovrà attraversare un labirinto complesso e ascoltare le canzoni dai testi non proprio ortodossi di Bowie. Ma è con Absolute Beginners del 1986 che l’artista raggiunge anche il pubblico mainstream dei ragazzini degli anni ‘80: il film non fu ben accolto dalla critica, ma la traccia omonima, scritta e cantata da Bowie, raggiunse la vetta delle classifiche di tutto il mondo, e la performance del Rock Chameleon risalta nella trama della storia, che nella Londra di fine ‘50 racconta la storia d’amore impossibile tra un aspirante fotografo (Eddie O’Connell) e l’aspirante stilista Patsy Kensit, allora star della musica britannica e internazionale.

Nel 1988 arriva The Last Temptation of Christ (L’ultima tentazione di Cristo) di Martin Scorsese: quando diciamo che Bowie è una sorta di ‘metamorfosi ambulante’, un buon modo per dimostrarlo è chiedersi quale altro attore avrebbe potuto interpretare egualmente bene sia un elfo nefasto che Ponzio Pilato. In questo controverso film, infatti, Bowie incarna il governatore della provincia romana della Giudea che condanna Gesù a morte sulla croce anche se sa che Cristo è innocente. Il dialogo di Pilato con il Messia (Willem Dafoe) è uno dei momenti salienti del film: “Sto solo dicendo che il cambiamento arriverà attraverso l’amore, non attraverso l’omicidio”, dice Gesù. Pilato cinicamente gli risponde: “In entrambi i modi, questo è pericoloso. Questo è contro Roma, è contro il mondo. Uccidere, amare è la stessa cosa. Non importa come vuoi cambiare le cose. Non vogliamo che cambino”. Anche David Lynch lo volle nel 1992 nel film Twin Peaks: The Last Days of Laura Palmer, prequel della serie Twin Peaks, in cui Bowie interpreta un agente dell’FBI dal pesante accento americano che parla di cose senza molto significato. Perfetto.

Nel 1996 in Basquiat – Traces of a Life, biopic dello street artist di Brooklyn Jean-Michel Basquiat, Bowie interpreta se stesso come uno dei suoi idoli insieme a Andy Warhol, il mentore che aveva aiutato Basquiat a conquistare il mondo. Per il suo ruolo nel film, basato su eventi reali, Bowie indossava anche le stesse parrucche che indossava nella vita. Nel 2001, alla commedia Zoolander un cameo del musicista aggiunge molto valore, non sfigurando accanto a Ben Stiller e Owen Wilson. L’ultimo ruolo importante nel 2006 in The Great Trick di Christopher Nolan, in cui Bowie incarna uno dei suoi idoli personali, il fisico Nikola Tesla, il più importante personaggio di supporto della trama, poiché influenza direttamente la disputa tra gli illusionisti interpretati da Hugh Jackman e Christian Bale. L’inventore di Tesla Coil consegna una delle sue creazioni a Robert Angier (Jackman), che la usa nelle sue presentazioni, senza che il pubblico conosca il sinistro segreto dietro i suoi trucchi. Una delle battute più belle di Bowie è quando spiega: “La scienza esatta, signor Angier, non è una scienza esatta”.

Amava dire: “Non so dove sto andando ma vi prometto che non sarò noioso”. Non ci ha delusi.

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#ducabianco #postpunk

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