Naked, di Mike Leigh (1993)

Di A.C.

Grande responso a Cannes per quest’opera di Leigh, premiato per la regia così come il suo attore protagonista David Thewlis. Quest’ultimo davvero strepitoso nei panni di Johnny, un vagabondo dalla vita dissoluta e senza prospettive, in fuga da Manchester dopo aver commesso uno stupro e che vaga senza alcuna meta precisa per Londra tra vecchie conoscenze e incontri improvvisati.
Riconducibile alla poetica realista del Free cinema, nuova ondata cinematografica britannica nata verso la fine degli anni ’50, il cinema di Leigh si è sempre distinto per attenzione e precisione nella rappresentazione del quotidiano popolare. In “Naked” questo sguardo traspare nella sua accezione più cupa e morbosa, restituendo l’immagine di una Londra tetra, marcia e disperata a fare da sfondo al racconto.

Johnny nel suo aspetto trasandato e nella sua personalità scontrosa è un nichilista senza speranza, convinto dell’impossibilità di una vita felice, sprezzante verso qualunque sentimento e scettico verso il futuro dell’umanità.
Il suo pellegrinaggio “filosofico” per le strade di Londra lo porta al confronto con personalità differenti: il portiere di un albergo che gli concede gentilmente riparo e con cui apre a un intenso dibattito esistenziale su Dio e sull’umanità; una compassionevole ex-fidanzata e la sua disperata coinquilina che rispondono alla sua sgradevolezza con solidarietà ed empatia; una donna incapace di accettare l’appassimento dell’età e che nella ricerca di un conforto trova da lui solo un responso brutale; una giovane dal viso segnato dal tormento con cui fallisce ogni forma di contatto; uno “yuppie” perverso che converte la sua insoddisfazione in piacere sadico a discapito degli altri.

Una carrellata di personaggi a tratti grotteschi che Leigh inserisce in questa sua parabola esistenziale tragicomica e dalle tinte tenebrose, dove ogni aspetto della vita viene dissacrato con ironia salace e con un cinismo che sa quasi di violenza psicologica.
Leigh filtra il suo sguardo pessimista tramite quello del suo protagonista, incarnazione di una gioventù arrabbiata e totalmente allo sbando, pronta ad attaccare con veemenza tutto e tutti indistintamente e a svelare crepe negli altri per non dover affrontare le proprie.
Ma per quanto tenda a distinguersi col suo carisma (auto)distruttivo, Johnny non è affatto elemento anomalo all’interno di una società del cui malessere è invece schietta e consapevole espressione.

Il regista britannico combina l’efficacia del suo stile asciutto con la frenesia dei suoi personaggi; una narrazione composta di controcampi e long-take in un profluvio di dialoghi dal ritmo frenetico, quasi incessante.
Thewlis si cala in maniera impressionante nei panni del suo “filosofo dannato”, riuscendo ad alternare diversi stati emotivi e a tenere sulle spalle il peso dell’opera.
Un film che sa quasi di un viaggio negli abissi, ma l’inferno rappresentato non è in un campo di guerra o in un paese del Terzo Mondo, ma nella vita quotidiana della società occidentale che spesso cela il suo male dietro apparenze quasi insospettabili.

“Vedi, la questione è, Brian… che Dio è un Dio odioso! Per forza! Perché se Dio è buono, perché c’è il Male nel mondo? Perché ci sono il dolore, l’odio, l’avidità, la guerra? Non avrebbe senso! Ma se Dio è uno schifoso bastardo, sai dirmi perché c’è il Bene nel mondo? Perché ci sono l’amore, la speranza, la gioia? Guardiamo in faccia la realtà! Il Bene esiste per essere fottuto dal Male! È l’esistenza stessa del Bene che permette al Male di prosperare… E dunque Dio è cattivo! E non importa quante esistenze passate o future hai a disposizione… Perché tutte saranno condite di dolore, di angoscia, di malattia e di morte. Vedi Brian, Dio non ti ama! Dio ti disprezza! Così non c’è speranza, e l’umanità è solo una componente del meccanismo attraverso cui il Diavolo crea se stesso…”

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