Mank, di David Fincher (2020)

Di A.C.

Quasi impossibile parlare di Mank senza tirare in ballo le tanto discusse dichiarazioni rilasciate da David Fincher poche settimane prima dell’uscita del film sulla piattaforma Netflix:
Ritengo che la tragedia di Orson Welles risieda nel mix tra talento monumentale e oscena immaturità. Certo, c’è del genio in Quarto Potere, chi potrebbe metterlo in dubbio? Ma quando Welles dice: “Basta un pomeriggio soltanto per imparare tutto quello che c’è da sapere sul mestiere del cinema”, pfff … Diciamo che questa è l’osservazione di qualcuno che è stato fortunato ad avere Gregg Toland nei paraggi per preparare la scena successiva … Gregg Toland, dannazione, un clamoroso genio! 
Lo dico senza voler mancare di rispetto a Orson Welles, so cosa gli devo, come so cosa devo ad Alfred Hitchcock, Ridley Scott, Steven Spielberg, George Lucas o Hal Ashby. Ma a 25 anni non sai ogni cosa. Punto. Né lui, né altri.

Dichiarazioni che hanno aperto ad ampi dibattiti tra gli appassionati. Non possiamo dire con certezza se avessero più finalità pubblicitarie per il suo prodotto oppure veramente di audace polemica revisionista sulla caratura artistica di Orson Welles, ma in ogni caso mancano di una doverosa contestualizzazione da parte del regista statunitense considerando che, pur nella sua indiscutibile megalomania, Welles apparteneva ad una differente era cinematografica in cui fu iniziatore di alcune tecniche narrative allora mai adottate. Motivo per cui la sua arroganza giovanile non può essere certo equiparata a quella di un regista contemporaneo.
Qualunque sia la ragione che si cela dietro questa sua iniziativa, questa ha più che mai spinto molti ad attendere curiosamente al varco Fincher nella sua ultima fatica.

Hollywood, tra archi temporali alternati a cavallo degli anni ’30 e dei primi anni ’40, si svolgono le vicende personali e professionali dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz (fratello maggiore del regista Joseph): in parallelo la sua stesura della sceneggiatura di Quarto potere, in una casa di campagna in piena convalescenza da un incidente stradale e assistito da una diligente dattilografa, e tutti gli eventi e gli incontri antecedenti della sua vita che hanno poi portato alla creazione dell’iconico Charles Foster Kane.
Fincher decide di ripercorrere con lo sguardo sardonico del suo “Mank” un determinato periodo di storia hollywoodiana, tramite una narrazione frammentaria che ricostruisce uno spaccato molto accurato di tutti quei retroscena politici e sociali dietro il mondo dell’industria cinematografica, che all’epoca cercava di districarsi con difficoltà dalle conseguenze della crisi economica. Inevitabili, dunque, risvolti di attualità considerando la crisi economica del cinema odierno, acuita drammaticamente dalla pandemia.
Omaggio evidente nella forma a quel cinema passato e allo stesso Quarto potere, già dai titoli di testa per poi passare all’utilizzo della fotografia in bianco e nero, alle bruciature di pellicola nel passaggio da una scena all’altra, alla struttura in flashback e alla suddivisione in capitoli dei vari archi narrativi con la didascalia di una pagina di sceneggiatura. Ma non sembra esserci alcuna romantica nostalgia nell’operazione di Fincher, il quale invece traccia un resoconto critico e piuttosto cinico di quel periodo.

Herman J. Mankiewicz, a cui presta il volto un eccellente Gary Oldman in una interpretazione di calibrato istrionismo, si presenta inizialmente come una mosca bianca all’interno di un sistema produttivo fatto di compromessi politici, ipocrisie e freddo aziendalismo. Divergenza, la sua, che traspare nei rapporti con tutti: con i colossi della produzione dell’epoca quali Louis B. Mayer e Irving Thalberg, con William Randolph Hearst (un ottimo Charles Dance), potente tycoon dei media, e la moglie Marion Davies (Amanda Seyfried), rispettivamente ispiratori dei personaggi di Kane e della moglie Susan Alexander nella pellicola di Welles.
Fincher non ne fa però una disonesta agiografia, poiché nemmeno il suo Mank è esente dalla disamina critica dell’ambiente hollywoodiano circostante. Infatti dietro la sua insofferenza ideologica emergono le contraddizioni e gli egoismi di un uomo marchiato dal proprio egocentrismo, patetico Don Quijote che punta il dito contro i burocrati politicizzati quando lui stesso non è in realtà mosso da alcuna coscienza politica, ma solo dalla frustrazione, da lui riversata nell’alcol, di essere rimasto nell’ombra e di non essersi praticamente mai esposto nel momento decisivo.
Una summa di esperienze personali che Mank traspone nella stesura di Quarto potere, intesa da lui come un possibilità di rivalsa ma di fatto illusoria.

Un prodotto indubbiamente ambizioso quello di Fincher, che con perizia documentaristica ricostruisce quelle dinamiche politico-produttive di fatto connaturate al cinema stesso. Encomiabile nel lavoro di messa in scena, per quanto oscilli a tratti tra l’efficacia e il mero formalismo e che talvolta risulti dispersivo nella frammentazione del racconto; piuttosto chirurgico nell’analisi socio-politica e nelle sfaccettature dei suoi personaggi, inquadrati a 360 gradi. Forse pericolosamente equivoco nel momento in cui tratta, pur marginalmente, la figura di Welles e la genesi di Quarto potere, incensando a tal punto l’apporto creativo di Mankiewicz da indurre involontariamente (?) delle perplessità circa la paternità artistica dell’opera. Equivoco proprio intensificato dalle dichiarazioni rese da Fincher su Orson Welles e che fanno emergere legittimi dubbi di revisionismo storico-artistico.

In definitiva Mank è un ottimo film, molto ben diretto e recitato, e un eccellente lavoro di sceneggiatura (ad opera di Jack Fincher, padre del regista), anche se talvolta si addentra in terreni scivolosi mantenendo un equilibrio non sempre saldo. Un’opera che lascia certamente trasparire coraggio e intraprendenza, ma che in alcuni passaggi rischia di pagare caro una certa presunzione.
Che il valore di Fincher sia cosa assodata nel panorama americano degli ultimi 25 anni è indubbio, ma che Mank possa rappresentare il coronamento definitivo del suo cinema è ancora tutto da appurare.
Ai posteri l’ardua sentenza.

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