Via Castellana Bandiera, di Emma Dante (2013)

di Loredana Castellana 

Emma Dante (Rosa) e Elena Cotta (Samira) sul set

L’ostinazione che tiene in vita, e che una volta abbandonata… il vuoto, un salto nel buio e, forse, persino la morte. Ostinazione come metafora di sopravvivenza al dolore, al vuoto e al dramma personale da un lato, ma anche ottusità incomprensibile e insostenibile dall’altro. Quella testardaggine spirituale di un cuore ribelle, chiuso nel proprio pensiero, dolore sordo che non accetta ragioni. È questo il leit-motiv del film Via Castellana Bandiera e anche di quasi tutti i suoi personaggi. 

Tutti i volti dell’ostinazione, da quello più luminoso, legato alla necessità di lottare tenacemente per la vita, per una vita migliore o in ogni caso degna di essere vissuta, anche quando il mare azzurro e profondo non ti concede che quattro polpi per “sbarcare” il lunario; a quello più oscuro, che fa ammalare di depressione perché ci porta in una direzione non nostra, non naturale, una strada che non ci appartiene. 

Il film racconta una storia che parte da Palermo, dai piedi del monte Pellegrino, ma che poi allarga il suo piano d’azione ad un livello più umano e universale, perché racconta di uno stallo, di un blocco esistenziale che sembra non avere un tempo né una via di uscita. È Rosa (Emma Dante, autrice del soggetto, della sceneggiatura e regista, oltre che attrice protagonista del film), la giovane donna che dà il via a questo scontro triviale e senza senso. Cerca di accompagnare in macchina la fidanzata al matrimonio di un amico. Annoiata, insoddisfatta e colma di rabbia per antiche ferite riportate in superficie da luoghi di afa e polvere, percorrendo nervosamente, quasi incapace di orientarsi in una Palermo come l’aveva vista solo bambina, si ritrova in quello che sembra un vicolo, le cui dimensioni nel corso del film si scopriranno sempre diverse, man mano che la storia procede.  

Dalla direzione opposta, giunge Samira. Rassegnata e apparentemente passiva, barricata nel silenzio del lutto, per una figlia morta crudelmente e prematuramente, Samira non ha più parole da rivolgere al mondo ma gesti e sguardi indulgenti solo per poche creature, i cani al cimitero e l’unica persona che le rivela un po’ di amore e che parla la sua lingua, suo nipote. 

Alla guida delle rispettive auto, le due donne si incontrano, scontrano, affrontano e confrontano, in questo budello di strada fuori dal mondo, la via Castellana Bandiera dove un solo numero civico è intestato a più famiglie. In balia di un genero malevolo, che si vanta di aver ridato una dignità alla suocera per il semplice fatto di tenersela in casa, ma che in realtà attraverso maltrattamenti e umiliazioni la dignità gliela fa a pezzi, inizialmente non è la povera Samira a scegliere questo duello da far west. È il genero che le impone con ogni minaccia e violenza verbale di non uscire né spostare la macchina e non cedere il passo all’altra donna. Perdendosi in questo conflitto irrazionale dell’irremovibilità contraria ad ogni tentativo di ragionevolezza, le due donne, rivali, diventeranno peraltro zimbello del quartiere. 

Da una parte, le donne del rione, che cercano di scongiurare conseguenze peggiori delle già assurde scazzottate coi vetri di bottiglie spaccate e usate come armi per squarciarsi le pance, come da veri uomini primitivi che si rispettino; e dall’altro, questi stessi uomini, che tentano di approfittare della situazione creatasi, organizzando addirittura una scommessa di quartiere su chi vincerà la disfida automobilistica, con la sicurezza di vincere e fregare soldi a tutti, manipolando la vecchia Samira. Sono tutti così abituati a farsi del male, da non considerare minimamente il malessere altrui e in ogni duello si perde sempre anche quando si vince.  

Queste due donne si impuntano, sono ottuse e tenaci fino ad apparire persino crudeli. Ma questo stare l’una di fronte all’altra le costringe a fare il punto della loro vita, a guardarsi dentro, a riconoscere il mostro! La loro mostruosità interiore è anche la loro verità, quello che non sono riuscite a dire a se stesse fino a quel momento: esaminare se stesse, come atto di ribellione contro una condizione senza abbastanza amore. Nessuna delle due donne, infatti, riesce a trovare conforto dall’amore e dalla pazienza delle uniche persone disposte naturalmente a colmare quei vuoti affettivi: la fidanzata di Rosa (Clara, Alba Rohrwacher) e il nipote di Samira.  

Ma la Via Castellana Bandiera è prigionia intesa come luogo angusto, opprimente e soffocante, in cui si è privati di libertà e diritti, ma al tempo stesso anche luogo di anarchia intesa come autodeterminazione. Quell’autonomia che rende un po’ più indipendenti dal giogo della propria condizione sociale ed esistenziale, una boccata d’aria contro l’affanno del proprio disagio. Un luogo del non (pre)giudizio, tant’è che la relazione omosessuale tra le due ragazze non desta alcuno scalpore o attenzione particolare. Pur trovandosi dinanzi ad un’altra donna e a un altro mondo, questa umanità non giudica, Rosa e Clara sono libere e anche l’impedimento della loro crisi svanisce all’alba con una filastrocca.

Sarà Samira, alla fine della storia, a trovare il modo per affrontare questo mondo non libero, esprimendo il suo dissenso in modo tragico ed eroico al tempo stesso. La sua necessità di ribellarsi contro l’oppressione, l’odio, la schiavitù e la violenza di tutti i tipi, sfiorando la morte… Perché sì, c’è un precipizio, tuttavia non si avverte il tonfo di una macchina: c’è un’ipotesi di caduta, ma l’interpretazione del finale è aperta alla morte o alla speranza. Cadere per poi rialzarsi? 

Ed ecco che appare, dopo che la musica era stata assente per tutto il film, il primo ed unico capolavoro musicale di tutto il film. Una metrica perfetta, le voci ipnotiche dei fratelli Mancuso che sembrano quasi magiche zampogne. Non sempre ci è dato di commentare o descrivere tale bellezza che peraltro coi suoi versi scarni e perfetti si rivela da sé.

„comu è sula la strata a st’ura a st’ura,
cu avia di partiri, parteu
e cu avia di moriri, moreu
e cu avia di chiangere, chiangeu“

(Com’è sola la strada a quest’ora a quest’ora,
chi doveva partire è partito
e chi doveva morire è morto
e chi doveva piangere ha pianto)

Ora quel vicolo senza senso di marcia appare definitivamente come una strada più larga, quasi a voler significare che c’è più spazio se ci si ferma a riflettere, a voler cercare soluzioni e aperture, piuttosto che chiudersi nella propria solitudine e tristezza. Che attraverso l’incertezza non sappiamo più vedere le cose, ci appaiono ristrette, vediamo uno spazio piccolo e ce ne appropriamo, ma in realtà c’è spazio per tutti.

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