Ed Wood, di Tim Burton (USA/1994)

di Laura Pozzi

Il 10 dicembre 1978, a soli 54 anni, si concludeva fra alcol, miseria e solitudine la surreale e dolorosa parabola artistica/esistenziale di Edward D. Wood Jr. conosciuto come Ed Wood e definito “il peggior regista di tutti i tempi”. Ci voleva il visionario talento del geniale e darkissimo Tim Burton a far risplendere attraverso un abbagliante bianco e nero la personalità di un personaggio folle, appassionato, senza nessun talento particolare se non quello di giocare sfrontatamente con la propria fantasia assorbendo come una spugna gli stimoli di un mondo circostante apparentemente dorato, ma implacabilmente feroce con chi si ostina ad andare fuori tempo e con chi osa trasformare il proprio entusiasmo in un’ opera d’arte, non importa quanto brutta o sconclusionata sia. Burton dopo questo film riuscì davvero a compiere un prodigio, evangelizzando folle di cinefili e non, a riscoprire ed  appassionarsi alle disastrose eppur irresistibili “imprese cinematografiche” del suo indomito ispiratore. Fino al 1995 infatti il nome di Ed Wood resta chiuso e sepolto all’interno di una cripta che tornerà simbolicamente ad adornare una pellicola fra le più riuscite e ispirate del duo Burton/Depp. Lasciato da parte il contesto gotico fiabesco di Edward mani di forbice, il regista americano recupera una delle sue grandi passioni, il B movie, per metterlo al servizio di una storia che nella sostanza strizza l’occhio ad un’insolito quanto stravagante biopic per poi frantumarsi e ricomporsi nei versi di una macabra, ma struggente poesia dedicata agli ultimi, ai dimenticati, a quelli creduti morti  nonostante un passato di gloria.

Liberamente ispirato alla biografia Nightmare of Ectasy di Rudolph Grey,  Ed Wood è un incosciente e pazzarello aspirante regista che cerca di sbarcare il lunario e occupare un improbabile posto al sole nella Hollywood anni ’50. Dopo varie e fallimentari incursioni teatrali, decide di passare al cinema grazie all’allettante proposta di George Weiss, un produttore di serie Z intenzionato a realizzare un film biografico su Christine Jorgensen, divenuta vero caso mediatico dopo la sconvolgente rivelazione di cambiare sesso. Per l’eccentrico Wood questa oltre a rappresentare l’occasione della vita è un modo sottilmente audace di rivelare la sua passione più recondita: indossare abiti femminili, in special modo biancheria intima e golfini d’angora all’insaputa della frivola Dolores (Sarah Jessica Parker) sua fedele compagna d’avventure. L’incontro con Bela Lugosi (Martin Landau, meraviglioso e toccante premio Oscar come miglior attore non protagonista) un arcaico conte Dracula finito sul lastrico, schiavo della droga e in eterno conflitto con Boris Karloff gli fornisce un motivo in più per convincere Weiss, ma il risultato, Glen or Glenda, si rivela un flop colossale. Ma niente paura, Ed non è tipo d’arrendersi e dopo varie vicissitudini che contano l’abbandono di Dolores, l’arrivo dell’amorevole Kathy (Patricia Arquette) e un decisivo scambio di battute con Orson Welles riuscirà a regalarsi una personalissima Singing in the rain  grazie a Plan 9 from Outer Space il suo film di maggior successo prodotto da una congregazione religiosa.

Burton cristallizza e abbandona la narrazione  su quell’effimero momento di gloria, lasciando  il compito di illustrare il declino del suo beniamino alle didascalie finali. Ed Wood oltre ad impreziosire l’universo burtoniano con un personaggio dai contorni assurdi e paradossali, rappresenta per l’ autore un insolito modo di mettersi a nudo e per lo spettatore un modo accattivante per comprendere la sua originale poetica. Il film trova il suo punto nevralgico nel rapporto filiale tra Ed e Bela Lugosi che rievoca in tempi e luoghi diversi il rapporto tra Burton e  Vincent Price. Lo stralunato Tim non ha mai fatto mistero della profonda ammirazione nutrita per l’attore tanto da onorarlo nel corto Vincent quanto nel regalargli la sua penultima apparizione nell’acclamatissimo Edward mani di forbice, nome questo che riconduce nuovamente a Wood. Grazie alla settima arte il regista ha modo di confrontarsi ed interagire con i suoi padri putativi esprimendosi con lo stesso linguaggio. Per Burton il cinema non è questione di lettere maiuscole o minuscole, nel suo universo possono convivere armoniosamente artisti del calibro di Welles e perdenti sognatori alla maniera di Wood. Per entrambi la vita nella Mecca dorata è molto meno sognante di una stella incisa sui marciapiedi della celeberrima Walk of Fame. Ed è proprio su questa feroce e a volte fatale contraddizione che il film regala alcune delle sequenze più pungenti e nostalgiche di tutta la storia. La prima, l’inaspettato e funereo incontro tra Ed e Bela rivela tutta la caducità di un mondo che trasforma i suoi divi in macchine da soldi, li schiavizza dentro un ruolo o un genere di successo per poi annientarli una volta assolta la loro funzione con la stessa spregiudicata indifferenza. Dietro il suo pallore spettrale e sotto il logoro mantello, Lugosi non è mai uscito dal suo ruolo diventando emblema stesso della finzione non solo cinematografica. Lui resterà per sempre l’amato e tenebroso conte Dracula anche se non spaventa più nessuno.

Nel descrivere con sinistra spensieratezza le fatiscenti gesta di un mondo in decadenza, Burton ritrova nella sgrammaticata e anarchica cinematografia di Wood un’arma letale quanto basta per mettere in ridicolo un mondo astratto che deve la sua fama ad una monumentale scritta incisa su un monte. Una scritta dalle quale prende volutamente le distanze, come nello strepitoso e “baviano” incipit, e sulla quale la macchina da presa opera un’inaspettata deviazione sul piovoso e accogliente finale. Non ridiamo mai di questo freak per il quale è sempre buona la prima, che gira trenta scene al giorno, che interpreta gli errori fuori scena come manifestazione di puro realismo, che si esalta per effetti speciali di disarmante bruttezza. Per lui il cinema rappresenta quel mondo dove tutto è possibile persino paragonarsi ad Orson Welles. E allora se per un attimo purifichiamo lo sguardo da castranti pregiudizi, il dialogo vis a vis con il gigante di Quarto potere ci appare non solo come una delle scene più geniali di tutta la filmografia di Burton, ma un momento di sublime e rara umanità. Ma tutto il film è permeato da un indefinibile stato di grazia, di leggerezza e sensibilità che ne rende impossibile qualsiasi collocazione. Ma che ce lo fa amare incondizionatamente e custodire gelosamente nel cuore.

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