Mysterious Skin, di Gregg Araki (USA/2004)

di Laura Pozzi

Nell’estate del 1981, nella minuscola cittadina di Atchison in Kansas le brevi, ma già dolenti esistenze di Brian e Neil, due ragazzini di otto anni vengono (almeno per il primo) inspiegabilmente stravolte da eventi misteriosi. Brian, ragazzino goffo, occhialuto e totalmente negato per il basket dopo una partita compromessa da una pioggia battente si risveglia chiuso all’interno di una cantina con un’epistassi che fuoriesce dal naso. Da quel momento in poi le sue giornate saranno uno stillicidio di svenimenti, vuoti di memoria, incubi, ma anche certezze riguardo la presenza di alieni in quei minuti di totale blackout. Neil al contrario è un ragazzino sveglio, precoce dedito a spiare una madre assente e apparentemente superficiale, mentre amoreggia con i suoi amanti. La sua vivida curiosità lo porta a scoprire prematuramente un’omosessualità latente che confluisce agevolmente nelle attenzioni pedofile di un allenatore di basket pronto a trasformarlo nel suo oggetto del desiderio. Per Neil le azioni morbose del suo coach non rappresentano qualcosa da cui fuggire, o peggio ancora da condannare, ma vengono trasfigurate nell’ambiguo universo di un amore idealizzato e costantemente negato dalla vacuità di un contesto famigliare distratto e approssimativo. Nell’abuso rivive le distorte tenerezze di un amore vero, quello che nutre le umane fragilità, colma i vuoti interiori e scompiglia le carte tramutandoti per alcuni istanti nell’ essere più speciale e desiderato del mondo.

Una volta cresciuti i due ragazzi intraprendono strade diverse, vivendo, rimuovendo e rielaborando la stessa esperienza in modo del tutto personale: Neil continuerà a prostituirsi assecondando uno stile di vita nichilista, sregolato, compiaciuto, spinto all’estremo, mentre Brian adolescente represso e asessuato continuerà a cercare risposte ai mille interrogativi che affollano la sua mente “alienata”. Fino all’inevitabile incontro/ confronto finale che fra crude, disincantate e poetiche rivelazioni sancirà (forse) la fine di un incubo e una presa di coscienza non riconciliante, ma condivisibile. Il nome di Gregg Araki, figura di spicco nel cinema indipendente americano e fra i massimi esponenti della New Queer Cinema, (cinematografia incentrata su tematiche a sfondo omosessuale), comincia a circolare nei circuiti internazionali a metà degli anni novanta, quando lo sfrontato e apocalittico Doom Generation varca i confini degli States. La sua violenta e psichedelica incursione nel mondo della generazione X puntellata di humor e trash impatta ferocemente, lasciando intravedere dietro gli eccessi di un virtuosismo tecnico e la visionarietà esasperata di un acerbo, ma determinato seguace di David Lynch un talento pop, acido e spericolato che non ha paura di osare. Tuttavia le prove successive, (Ectasy Generation e Splendidi amori) non confermano il favore dei pronostici e dopo un momento di nebuloso oblio, il regista nippo americano nel 2004 cambia rotta orientandosi verso una dimensione cinematografica meno esagitata, ma più lucida e dirompente.

Mysterious skin tratto dall’omonimo romanzo di Scott Heim, resta fedele e non tradisce la sua origine letteraria. La peculiarità della storia risiede nel trattare un tema considerato di norma “intrattabile” per proiettarlo nel futuro, plasmandolo sulle imprevedibili conseguenze di una storia non scritta. Per la prima volta un film basato sull’abuso di minori si preoccupa di mostrare ciò che avviene dopo i fatti narrati, lasciando all’utilizzo mai invadente e pertinente del flashback l’ingrato compito di rievocare il “prima” e il “durante”. Ma il film non si pone come l’ennesima condanna nei confronti della pedofilia, (l’allenatore di basket scomparirà dalle scene quasi subito) ma come un’alternativa crudele e toccante di esplorare la soggettivà, di oltrepassare le etichette e di comprendere come una medesima esperienza seppur oggettivamente mostruosa e inaccettabile venga vissuta e percepita in modo completamente diverso. Una considerazione tutt’altro che semplice da divulgare soprattutto in una società priva di sfumature, dove tutto viene archiviato in categorie monocolore. “Volevo rappresentare questi personaggi e il loro percorso interiore. E come quello che gli accade li influenza e li condiziona. Come lo gestiscono e come si aiutano l’un l’altro, quando arrivano a doverci fare i conti. Il film trasmette qualcosa di tremendo, ma nello stesso tempo lo trascende”. Araki ha le idee chiare come sempre e il film è già montato nella sua testa ancor prima di realizzarlo.

Per questo pur non trattandosi di una sceneggiatura originale scritta di suo pugno non ha problemi a sperimentare, giocando con le sue proverbiali e audaci contaminazioni, pur mantenendo un profilo basso e un tono smorzato favorendo un equilibrio fondamentale nel rendere credibili due storie distinte e parallele, destinate ad uniformarsi sulle fondamenta aberranti di un’unica storia. Storia che viaggia ad alta velocità sul doppio binario del dramma/fantasy, senza tralasciare una componente onirica capace di addolcire, almeno visivamente una vicenda dai contorni orrorifici. Araki adotta lo sguardo dei personaggi, non li vittimizza, non li demonizza, non li giudica, ma lascia loro la massima libertà d’azione. Per Brian l’abuso rappresenta un’esperienza misteriosa al pari di un’invasione aliena. La surreale metafora su cui mistifica la violenza subita, è un modo indolore e non dimostrabile di negare il passato. Neil al contrario ne è pienamente cosciente e la considera la cosa più bella che gli sia capitata. Brian e Neil, la luce e le tenebre, lo ying e lo yang, accomunati da un unico grande dolore da condividere insieme. Araki lascia quasi sempre la violenza fuori campo, (tranne nella drammatica aggressione di Neil) servendosi di dissolvenze in nero che sospendono l’azione e permettono all’eccellente colonna sonora firmata dal visionario Robin Guthrie (ex cofondatore dei Cocteau Twins) di forgiare i personaggi secondo uno stile proprio. La scelta di una musica sotf, rappresenta un’assoluta novità nel folle ed distruttivo universo del regista, ma risulta particolarmente efficace nello smussare gli angoli di un soggetto difficile e facilmente fuori controllo. Un controllo che non viene mai meno grazie alla sensibilità di interpreti assolutamente convincenti. Su tutti l’eccezionale Joseph Gordon-Levitt, (futuro interprete di Inception, Il cavaliere misterioso, Snowden) un angelo sterminatore senza ali, capace di elevare con un finale di autentica poesia una storia senza cuore destinata ad affondare in un buco nero senza fondo.

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