Violeta Parra went to Heaven (2011), di Andrès Wood

di Nicole Cherubini

“Escribe como quieras, usa los ritmos que te salgan, prueba instrumentos diversos, siéntate al piano, destruye la métrica, grita en vez de cantar, sopla la guitarra y toca la corneta. Odia las matemáticas y ama los remolinos. La creación es un pájaro sin plan de vuelo, que jamás volará en línea recta”

Un occhio in primissimo piano ci fissa intensamente. Cosa starà guardando? Probabilmente vedrà passare davanti a sé i ricordi di una vita straordinaria, densa di incontri, viaggi, amori e musica, tanta musica. Di lì a poco vediamo un bosco immerso nella nebbia, da cui emerge una donna dai lunghi capelli neri. Continua a camminare, diretta chissà dove, senza sosta; con lei ha solo una chitarra. Questa donna, dall’aria apparentemente dimessa ed il volto segnato dal vaiolo, altri non è che Violeta Parra, la nota cantautrice ed artista cilena, autrice dell’immortale “Gracias a la vida.”

Il film (Gran Premio della Giuria al Sundance e candidato come Miglior Film Straniero agli Oscar 2012) cerca di raccontare il vissuto di questa poliedrica artista basandosi sulla biografia del di lei figlio maggiore, Angel Parra. Il regista, Andrès Wood, non sceglie la scansione cronologica dei fatti; il nastro del tempo sembra riavvolgersi e dipanarsi in continuazione, a seconda dei ricordi richiamati alla mente. A fare da cornice al corso degli eventi, è infatti un’intervista televisiva (nella realtà registrata nel ’62) in cui, una ormai affermata Violeta Parra parla della sua vita e della sua carriera; le quali, come si vedrà, sono un tutt’uno.

La parola “cantautrice” è riduttiva per definire questa versatile artista, che si dedicò anche alla pittura e alla tessitura. Per sottolineare il rapporto viscerale di Violeta con la materia da lei plasmata, il regista inquadra spesso e volentieri le sue mani: mani sporche di pittura, che accarezzano le corde della chitarra, che intrecciano fili colorati.

Il film ha una struttura circolare: l’immagine del primissimo piano dell’occhio di Violeta è la stessa che apre e chiude il film; tutto ciò che vediamo nel mezzo è “solo” una vita degna di un romanzo. L’infanzia trascorsa in un povero paesino del sud del Cile, il duo itinerante con la sorella Hilda, la maternità, la scoperta delle radici musicali e culturali, le tournèe in Europa, l’esposizione al Louvre, gli amori…

Da una parte il regista racconta l’artista, soprattutto attraverso le intense performance di Francisca Gavilàn (interprete di tutte le canzoni della colonna sonora). Dall’altra, racconta anche la donna: Violeta bambina che si sporca le guance mangiando delle bacche, Violeta matura che soffre del decadimento del corpo, Violeta che ama fino al possesso. Tutto ciò è espresso da una magnifica attrice protagonista (Gavilàn), che anche grazie ad una naturale somiglianza fisica, si fa carico di portare sullo schermo una donna tanto carismatica quanto fragile.

Benchè la figura di Violeta sia centrale, molto importante è anche il contesto in cui lei si muove. La fotografia di Miguel Joan Littin esalta i colori della terra cilena: una coltre di nebbia che discende sulle montagne, la terra rossa arsa dal sole su cui pascolano le capre…

Ciò che resta nello spettatore è un’immagine simbolica: una donna errante, con la sua chitarra e le sue canzoni, che cammina incessantemente, per sempre

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