Pane e tulipani, di Silvio Soldini (2000)

di Andrea Lilli –

Noi vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose. Vogliamo tutte le cose belle della vita.

da Bread and Roses, di Ken Loach (2000)

Una famiglia benestante di Pescara: il marito Mimmo (imprenditore, ramo arredo bagno) sposato a vent’anni, due figli adolescenti, l’energica suocera, la casa da governare. Cosa manca nella vita della casalinga Rosalba Barletta? Il pane è garantito tutti i giorni, il companatico pure, ma lassù tra gli dèi ci dev’essere chi si annoia oppure ha compassione verso quelle donne che si meritano di meglio.

Una gita a Paestum con la famiglia (in pullman, con vendita di pentole nel tragitto), una pausa troppo lunga all’autogrill, e lei, dimenticata in autostrada, comincerà a capire perché è sempre così sbadata, impacciata. A Rosalba manca una parte importante di sé. Almeno metà: Mimmo la chiama Alba, Rosa l’ha dimenticata da tempo, molto prima dell’autogrill, a forza di trascurarla. A Rosalba mancano i fiori, i colori imprevisti, le musiche, le arti (di arrangiarsi, di viaggiare, di ballare, suonare), gli specchi fuori casa, la complicità di un’amica vera, la presenza di un uomo innamorato, l’alba altrove. Le manca la libertà di perdersi e riprendersi. Troverà tutto questo in un posto dove non era mai stata: a Venezia, dove arriva quasi per caso.

Non di solo pane può vivere Rosalba. Al pari del galante maresciallo Carotenuto, girovago protagonista della tetralogia Pane, amore e – (fantasia; gelosia; ; Andalusia, 1953-1958), al pari del migrante Nino in Pane e cioccolata (Brusati, 1974), non si accontenta di sopravvivere. Strano come diversi titoli con una parola così residenziale, pane, raccontino storie determinate da un trasferimento, un viaggio. Lo stesso Bread and Roses (Loach, 2000) inizia con una donna, Maya, che entra clandestinamente negli USA.

Qui però siamo a Venezia, nella magia dei suoi riflessi d’acqua; tra calli e campielli Rosalba incrocia architetture sbalorditive e figure affascinanti, che trasformano la visita turistica di un giorno nella svolta di una vita. Grazia (Marina Massironi), massaggiatrice olistica estroversa e sensibile, diventa subito e senza alcuna forzatura l’amica migliore. Fernando Sonnenblum (Girasole: un altro fiore), cameriere islandese depresso, ex galeotto appassionato di letteratura e aspirante suicida, gentiluomo dai modi antichi conquista – conquistato – il cuore di Rosalba. Fermo (Felice Andreasi), anziano fioraio, anarchico irriducibile, trovandola somigliante alla leggendaria rivoluzionaria Vera Zasulic l’assume come commessa. Lei può così guadagnarsi il pane, prima offerto a colazione dal gentile Fernando, e portare a casa ogni giorno un mazzo di fiori. Inoltre rivive la memoria del padre, che era stato giardiniere alla Reggia di Caserta.

Assume quindi significato di presagio il discorso enfatico pronunciato ai turisti distratti fra le colonne doriche di Paestum, nella prima scena del film. La guida locale così arringava pomposamente il gruppo di Pescara: “Noi italiani abbiamo i cromosomi dei Greci e dei Romani, le più grandi popolazioni che mai siano comparse sulla faccia della terra. A causa di questi cromosomi voi siete stimolati a lasciare il treno della razionalità alla stazione centrale della vostra città, e a prendere la barca della fantasia per veleggiare sulle rotte dei popoli antichi, e a bordo stappare la bottiglia dell’entusiasmo”. È ciò che accade, più o meno consapevolmente, alla matura madre di famiglia. Rosalba ha lasciato il pullman della ragion pratica all’autogrill per seguire le stelle dei sogni che la portano a Venezia, dove brinda alla nuova vita ritrovando anche il gusto di suonare uno strumento meraviglioso.

Ho visto la fisarmonica che sta nel suo armadio. Cercavo uno specchio per vedermi tutta intera. Mi scusi.

Rosalba

Il marito ovviamente non capisce, non ci sta. Spiazzato dall’inaudita autonomia della coniuge e infastidito dal caos domestico conseguente alla sua assenza, spodestato dal trono di capofamiglia plenipotenziario, il tiranno Mimmo (Antonio Catania) assegna ad un improbabile detective, il tenero Costantino (Giuseppe Battiston), aspirante idraulico in cerca di posto fisso ma gran lettore di gialli, il difficile compito di rintracciare l’evasa impazzita e di rispedirla a casa. In qualche modo il povero diavolo onora l’impegno preso, ma nel frattempo cade a sua volta vittima degli incantesimi lagunari e s’innamora senza rimedio di Grazia, ampiamente corrisposto. Lui butta trench e cellulare, si stabilisce senz’altro a Venezia mentre Rosalba torna all’ovile pescarese, convinta dall’amante di Mimmo, la pragmatica ‘zia Ketty’, paradossale garante della quiete familiare, alquanto irritata per lo squilibrio determinato dalla diserzione di Rosalba dal ruolo di moglie e madre.

A quel punto sarà Fernando a prendere il cuore in mano, la fisarmonica e un ennesimo mazzo di fiori, e da vero eroe ariostesco a superare ogni ostacolo per imporre “sulla terraferma” le ragioni dell’amore contro quelle dell’economia domestica – peraltro anche a beneficio di Nicola, il fragile figlio minore di Rosalba, che seguirà la madre nella sua vita nuova.

Pane e tulipani è tuttora il film più popolare e premiato di Silvio Soldini. Travolto dalla valanga di riconoscimenti (9 David di Donatello, etc.), e forse per scongiurare il rischio di un’ansia da prestazione per i lavori successivi, il regista ha sempre sostenuto, schernendosi, che il suo quarto lungometraggio è stato, più che altro, l’insperato frutto di una serie di eventi fortunati.

Tuttavia la fortuna aiuta gli audaci: quella di far ridere e al contempo toccare altre corde senza alcuna pesantezza è una scommessa difficile e sempre coraggiosa. Qui la sceneggiatura di Doriana Leondeff (e dello stesso Soldini) è accuratissima, i dialoghi fluidi, veloci, ogni attore risulta perfetto nel proprio ruolo, con Bruno Ganz indimenticabile nelle espressioni del viso e per l’eloquio affascinante, Licia Maglietta in stato di grazia sia nella recitazione che nelle esecuzioni non doppiate alla fisarmonica. La colonna sonora di Giovanni Venosta (con preziosa incursione di Don Backy) e la fotografia di Luca Bigazzi ci regalano bellezze senza tempo di suoni e di luoghi coerenti all’eleganza della scrittura, e miracolosamente refrattarie al consumismo sentimentale e turistico di massa, sempre in agguato nei film ambientati a Venezia.  


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