3/19, di Silvio Soldini (2021)

di Andrea Lilli –

3/19 è l’11° lungometraggio di Silvio Soldini, uscito in sala ieri 11/11. Giochiamo un po’ coi numeri. L’undici qui è già ricorso tre volte. Il nove(mbre) una. Cifre ricorrenti: 3, 1, 9. Nove è il numero di film consecutivi che Soldini ha fatto insieme alla sceneggiatrice italo-bulgara Doriana Leondeff, da Le acrobate (1997) ad oggi: in un quarto di secolo ha collaborato a tutti i lunghi del regista italo-svizzero, tranne i primi due. Due nomi: Soldini e Leondeff, che sono un baluardo del cinema italiano d’autore: Pane e tulipani (2000) è il loro titolo più noto. Questa sceneggiatura è firmata da un terzo nome, Davide Lantieri, che aveva lavorato al penultimo di Soldini, Il colore nascosto delle cose (2017). Lì c’era Valeria Golino, bravissima nel ruolo di cieca, qui sotto la lente/obiettivo troviamo una sorprendente Kasia Smutniak, seguita dall’operatore come un’ombra per tutto il film.

Soldini conferma una grande abilità (sensibilità) nel gestire le protagoniste delle sue storie. Le fa entrare nella parte e adatta la parte a loro. E così ne trae sempre il meglio. Forse perché fa film in cui i personaggi femminili non sono mai statuine: pensano, reagiscono, si danno una mossa. Fanno cambiamenti.

Camilla è un’avvocata d’affari milanese che lavora per una finanziaria multinazionale, dunque ha una vita occupata 24/7 da un mestiere frenetico, adrenalinico in territori soprattutto maschili, dove come donna può distrarsi ancora meno dei colleghi. Il suo tempo è assorbito da contratti e trattative, non ne ha più per sé, tantomeno per Adele (Caterina Forza), la figlia ventenne con cui convive per modo di dire. Divorziata, nei pochi momenti di pausa cerca di rilassarsi con Maurizio, il suo partner (Paolo Mazzarelli), oppure chiudendo gli occhi e immaginando una foresta piena di alberi. Maurizio è un uomo sposato che gestisce Camilla come un pezzo della sua personale scacchiera. A lei va bene così. Le basta, non vuole altro, finché…

Kasia Smutniak (Camilla)

3/19 è la matricola scelta nell’obitorio di Milano per catalogare il cadavere di un giovane sconosciuto, il terzo non identificato nel 2019. Ha battuto la testa cadendo dal motorino, viaggiavano in due, il mezzo è scivolato frenando.
Un incidente avvenuto di sera sotto il diluvio: il motorino andava veloce, Camilla scendeva da un taxi e sotto l’ombrello parlava al cellulare. Alterata da un litigio di lavoro, attraversando la strada vede il motorino solo quando se lo trova quasi addosso. Improvvisamente, tutti giù per terra: lei si rialza con un braccio leso, il ragazzo resta lì; il guidatore è scappato. Sconvolta da un senso di colpa anomalo, ingiustificato dalla dinamica del sinistro, Camilla non si dà pace: deve capire meglio com’è andata, chi è quel ragazzo e da dove viene, uno dei tanti clandestini di lingua araba che cercano fortuna tra i più fortunati. Cerca di confidarsi col partner, che però la prende per matta.

Paolo Mazzarelli (Maurizio)

Camilla indaga tenace, si sente responsabile del compito di identificare il morto 3/19. Trova un appoggio nel direttore dell’obitorio, Bruno, incuriosito dalla strana determinazione di quella donna peraltro molto bella. Grazie ai suoi consigli Camilla ottiene via via nuove informazioni sul ragazzo ignoto, e intanto scopre ambienti, personaggi e comportamenti molto diversi da quelli del Teatro Regio del Business cui è abituata. Bruno (Francesco Colella) l’aiuta a muoversi nella Milano a lei sconosciuta, quella degli immigrati, delle mense Caritas e dei dormitori. Dipendente della pubblica amministrazione che sa “cosa sono le domeniche”, è un uomo rassicurante di mezza età, anche lui divorziato e con una figlia grande, con cui ha un buon dialogo. Lavorare tra i morti non è il massimo, ma gli serve per apprezzare di più la propria vita.

Giuseppe Cederna (un prete)

Camilla impara ad allargare lo sguardo e il tempo oltre il cellulare, oltre le carte delle compravendite, oltre le riunioni di lavoro. Oltre l’immaginaria foresta verde delle brevi meditazioni ad occhi chiusi. Nel palazzo di fronte ora vede una coppia di anziani scambiarsi tenerezze, conosce certi amici di Bruno che girano il mondo per goderne la bellezza e non per affari, scopre finalmente Adele, riesce pian piano a riallacciare un rapporto con la figlia, a confidarle cose che si teneva dentro da troppo tempo. Si dà il tempo di iniziare una storia con Bruno, anche se troppo poco. Ecco, il tempo e come dosarlo: per lavorare o per vivere. Chiudersi in una fabbrica di soldi o vedere cosa c’è fuori, di bello e improduttivo. Ridurre i rapporti umani per aumentare i profitti, o viceversa. Identificarsi nei propri simili, o cercare parti di sé in chi è diverso. Questi i temi del film, che dai grattacieli di Milano ci porta alle scogliere di Lerici, alle spiagge sassose della riviera ligure.

Caterina Forte (Adele)

Tutto bene, dunque? Sì, ma anche no. Il prodotto può presentare tracce di commiserazione pericolose per gli allergici al buonismo; talvolta si ripete (la reiterazione delle scene in cui i manager si parlano in gergo, certi dialoghi madre-figlia), talaltra inserisce episodi inverosimili e inutili (quello del venditore di calzini), oppure si serve di espedienti letterari un po’ forzati e a buon mercato: i versi in arabo antico (traduzione recitata troppo in fretta) del biglietto trovato nelle tasche del 3/19; la frase di Haruki Murakami, presa dal romanzo 1Q84, ma citata come ‘detto giapponese’: Quando muore una persona si apre un buco nel mondo. E noi dobbiamo celebrare questo lutto, altrimenti il buco non si chiuderà piú. Che per saldare i due lutti del racconto sarebbe perfetta, ma è stata giocata male. Del resto, 3/19 non è un numero perfetto.


  • in sala dall’11 novembre
Francesco Colella (Bruno)

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