L’orribile verità, di Leo McCarey (1937)

Di A.C.

I reciproci sospetti di infedeltà tra i coniugi Jerry (Cary Grant) e Lucy (Irene Dunne) spingono drasticamente i due a sciogliere la propria unione, salvo poi dubbi e incertezze per entrambi circa la loro decisione durante il periodo di transizione all’ufficializzazione legale del divorzio.
Un prodotto che la storia del cinema ha collocato nella cosiddetta “remarriage comedy” (commedia di rimatrimonio), sottogenere di quella commedia sofisticata hollywoodiana in corso dagli anni ’30 agli anni ’50, e il cui intreccio narrativo prevedeva una coppia che da una rottura superava il proprio conflitto fino ad arrivare ad una riconciliazione. Un neologismo creato dal filosofo Stanley Cavell, studioso del genere e al quale dedicò una delle sue pubblicazioni: Alla ricerca della felicità: la commedia hollywoodiana del rimatrimonio.

Leo McCarey come pochissimi allora riuscì a giostrarsi tra diversi registri e a sopravvivere all’avvento del cinema sonoro. Una versatilità la sua che passa per il capolavoro di comicità slapstick de La guerra lampo dei fratelli Marx e il commovente dramma familiare di Cupo tramonto, e che trova ulteriore conferma in quest’opera dove costruisce la storia con tutti gli ingredienti della commedia sofisticata e secondo i dettami narrativi dell’epoca; ma anche se quegli schemi il cinema americano li ha abbondantemente superati nei decenni successivi, il lascito di quel periodo resta ancora prezioso e godibilissimo.
Tra ritmi sostenuti, dialoghi brillanti, equivoci esilaranti e una messa in scena di grande raffinatezza, L’orribile verità è a distanza di oltre 80 anni una commedia ancora freschissima, gustosa e di elegantissima cattiveria.

Cary Grant (infallibile nei ruoli brillanti) e Irene Dunne (protagonista femminile di grande naturalezza comica) sono gli affiatati protagonisti di una commedia sentimentale di garbata intelligenza e priva di facili espedienti. Si separano contendendosi in tribunale la custodia del loro cane Mr. Smith, quasi un figlio e di fatto simbolo di origine della loro unione; cercano di dimenticarsi vedendosi con altre persone, ma non possono fare a meno di incontrarsi e di sabotarsi a vicenda, talvolta involontariamente talvolta no, nei tentativi di sistemarsi con altri.
Una storia di esilarante “amor fou” in cui si entra inevitabilmente nel vivo grazie alla regia intelligente e sottile di McCarey, che non perde mai di ritmo e rende partecipe lo spettatore del rapporto paradossale ma al tempo stesso inscindibile dei due protagonisti, supportati da comprimari memorabili come Dan, petroliere sempliciotto dell’Oklahoma (Ralph Bellamy, celebre Randolph Duke di Una poltrona per due), la sagace zia Patsy e il macchiettistico insegnante di canto Armand.

Un amore che è, come appunto dice il titolo, un’orribile verità: talvolta sbagliato sul nascere ma altre volte sbagliato da troncare, e questa seconda eventualità ci spinge spesso al confronto col rimpianto e all’idea di ritornare sui nostri passi .
Come esprime, appunto, quel finale di eccezionale sagacia registica, dove un orologio a cucù, su cui la macchina da presa si sofferma ripetutamente, è inesorabile conto alla rovescia della fine “ufficiale” dell’amore dei due coniugi, per poi simboleggiarne la rinascita dietro una porta difettosa di cui il vento ne impedisce la chiusura, proprio come con la storia d’amore di Jerry e Lucy.

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