Gli spietati, di Clint Eastwood (1992)

Di A.C.

“È una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha…. e tutto quello che sperava di avere.”

Tappa conclusiva del western per Clint Eastwood, in veste di attore e regista . Una decisione consapevole dello stesso regista, che dopo quest’opera ritenne di avere completato il proprio percorso personale con il genere e di non avere null’altro da aggiungere.
Quanto mai giusta la sua considerazione in un film che di fatto è definibile come il “tramonto” del genere e di quel mito della frontiera che per decenni ha ispirato epiche rappresentazioni cinematografiche.
Wyoming, intorno alla fine dell’Ottocento; una prostituta di un saloon viene brutalmente sfregiata da un cliente. Le amiche e compagne di lavoro pretendono dalle autorità giustizia in stile occhio per occhio, ma lo sceriffo locale Bill Daggett (Gene Hackman) opta per una sanzione pecuniaria, considerando l’accaduto più come un danno economico a discapito del proprietario del saloon che una lesione fisica della malcapitata. Questo scatena l’ira delle donne che offrono una robusta ricompensa in denaro a chi darà loro giustizia, coinvolgendo cacciatori di taglie da tutto il paese; tra questi William Munny (Clint Eastwood), ex-fuorilegge ormai ritiratosi dalla sua vita dissoluta e dedito al mantenimento dei suoi due figli in memoria della defunta moglie, ma il quale, considerando l’importanza della somma per la prosperità della sua famiglia, riesuma la propria pistola e di conseguenza la propria natura selvaggia.

C’è un che di cupo e decadente nelle atmosfere de Gli spietati. Un western crepuscolare, spogliato totalmente della sua aura di mito e della demarcazione tra buoni e malvagi; una ricostruzione dell’America dei pionieri priva di quegli eroi iconici che il cinema ha consegnato all’immaginario collettivo.
William Munny dista dal John Wayne/Ringo di Ombre rosse, con cui condivide lo status di reietto della società ma non lo spirito di eroismo positivo, presentandosi invece come un malconcio pistolero dal passato oscuro e in cerca di una redenzione che in cuor suo sa essere impossibile. Così come Bill Daggett è un uomo di legge tutt’altro che assimilabile al paladino Gary Cooper/Willy Kane di Mezzogiorno di fuoco, ma piuttosto un ferreo sostenitore della giustizia sociale anche quando questa trascende la giustizia morale.

Eastwood si appropria dei canoni del genere e li plasma a seconda della sua visione artistica e umana. E da qui il western assume i contorni di un’indagine sociale, che guarda al passato per sottolineare la centralità della violenza nella società americana già all’epoca.
Una violenza, quella del film, che viene restituita in tutta la sua spiazzante brutalità, con una crudezza degna del cinema di Peckinpah. Violenza che lascia segni nel corpo ma sopratutto nell’animo tutti i personaggi, meticolosamente scrutati nelle loro reazioni: dall’assuefazione impassibile di Munny e Daggett alla crisi di coscienza del novellino Kid e del recidivo Ned (Morgan Freeman).
Eastwood imprime nel genere la sua impronta inconfondibile, guardando con attenzione a tutte le sfaccettature umane dei suoi personaggi, interpretati da un cast in perfetta forma di cui Eastwood, Hackman e Freeman ne sono i trascinatori; concedendo loro anche momenti di conforto e di compassione, prima che ciascuno di essi adempia al proprio destino.

Persone senza gloria né perdono (come suggerisce il titolo originale Unforgiven), la cui natura feroce non cessa mai di fare ritorno anche di fronte alla sincera prospettiva di una redenzione o di una vita accettabile e civile.
Non è più il tempo di eroi e cattivi, ma ci sono solo morti e sopravvissuti. Tutto ha origine con un atto di violenza e non può che inevitabilmente concludersi allo stesso modo.
Così infatti accade in quel finale memorabile, con una resa dei conti che degenera in sangue e pallottole in una notte piovosa. Ma non c’è vittoria gloriosa né catarsi, solo il terrore e la consapevolezza che anche da un sentimento positivo possa derivarne l’azione più mostruosa.
Dedica finale di Eastwood a Sergio Leone e Don Siegel, principali punti di riferimento nella sua carriera cinematografica e di cui ha saputo coglierne a pieno gli insegnamenti, tracciando al tempo stesso il proprio percorso autoriale.

“Non me lo merito… di morire in questo modo. Stavo costruendo una casa…”
“I meriti non c’entrano in questa storia.”
“Ci vediamo all’inferno, William Munny.”
“Già…”

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