Conflitto di classe, di Michael Apted (Class Action, USA 1991)

di Andrea Lilli –

Dopo la recente scomparsa di Sidney Poitier (avvenuta il 6 gennaio; il 20 febbraio avrebbe compiuto 95 anni), Gene Hackman, nato il 30 gennaio 1930, è diventato il più anziano attore vivente premiato con l’Oscar. Come miglior attore Hackman ha ottenuto entrambe le statuette dorate: da protagonista (Il braccio violento della legge, Friedkin 1971) e da non protagonista (Gli spietati, Eastwood 1992). Tra l’una e l’altra, a Berlino s’è preso l’Orso d’argento come miglior attore per Mississippi Burning – Le radici dell’odio (Parker 1988). Potrebbero bastare questi tre riconoscimenti, per avere un’idea della carriera del 92enne Eugene Allen Hackman, californiano come Clint Eastwood, che è di pochi mesi più giovane.

Un percorso da star hollywoodiana iniziato tardi, a 33 anni, dopo la ferma volontaria nei marines, gli studi da giornalista e una lunga serie di altri mestieri, terminato nel 2008 dopo un’ottantina di lungometraggi, tra i quali tanti capolavori e/o successi commerciali del cinema di mezzo secolo, e tuttavia un percorso sempre personale e selettivo, tracciato anche rifiutando produzioni allettanti.

Personalità solida seppure attraversata da inquietudini, volto riflessivo e ironico, fisicità controllata senza che risulti fredda, raramente violento, mai volgare, Gene Hackman appartiene alla generazione attoriale di Jack Nicholson, di Dennis Hopper, di Dustin Hoffman, di quei divi di Hollywood maturati negli anni ’60 che, oltre a far guadagnare i botteghini, si impegnarono talvolta a sollevare temi sociali e politici spinosi. Generazione che si è trovata inquadrata in una cornice storica ben diversa da quella della successiva degli anni ’90 – la leva di Tom Cruise per intenderci -, assai più funzionale a una concezione consumistica dell’intrattenimento, agli obiettivi commerciali dello star system statunitense.

Jedediah Tucker Ward (Gene Hackman) e Estelle Ward (Joanna Merlin)

Una differenza generazionale evocata in Class Action, legal movie in cui assistiamo ad una delle migliori prove di Gene Hackman. Siamo a San Francisco, lui è Jed Ward, avvocato civilista a capo di un piccolo ma agguerrito studio legale specializzato nella difesa dei clienti meno facoltosi, persone sprovvedute, consumatori vittime di soprusi che, di fronte a controparti potenti, non hanno coraggio o soldi sufficienti per far valere i propri diritti. La vocazione radical-democratica di Jed discende dal movimento antimaccartista e dalle rivolte universitarie nella Berkeley degli anni ’60: fu allora che da studente conobbe Estelle (Joanna Merlin), pittrice da cui ha avuto Maggie (Mary Elizabeth Mastrantonio), figlia tanto intelligente e sensibile quanto implacabile nel condannare le conseguenze delle infedeltà del padre sofferte nella propria adolescenza. Avventure extraconiugali che, sebbene diffuse nel clima liberal dell’epoca e (faticosamente) perdonate dalla madre, hanno guastato i rapporti familiari e radicato nell’intimo di Maggie una rabbia verso il padre pari alla stima che prima aveva per lui.

Maggie Ward (Mary Elizabeth Mastrantonio)

Divenuta a sua volta un’abile avvocata, rampante fiore all’occhiello di uno degli studi legali più grandi e prestigiosi di San Francisco, Maggie non aspetta altro che la prima occasione giusta per vendicarsi del colpevole genitore, affrontandolo e sconfiggendolo in campo neutro, quello professionale. E l’occasione arriva. Jed intenta infatti una class action (azione legale collettiva) contro uno dei migliori clienti del capo di Maggie, la casa automobilistica Argo. Jed ha raccolto le denunce di alcune delle 150 vittime di un particolare modello difettoso, la Meridian. In tutti questi casi, al verificarsi di determinate condizioni la Meridian esplodeva in modo anomalo, uccidendo o sfigurando i passeggeri. La storia si basa su un fatto reale: il caso della Ford Pinto, il cui serbatoio era stato progettato male ma venne ugualmente messa in commercio, negli anni ’70, perché il costo di riprogettazione e correzione dell’errore era di gran lunga superiore rispetto al costo degli eventuali rimborsi da riconoscere alle vittime di questo difetto. In una logica capitalistica secondo cui la vita di un uomo non vale quanto una quantità X di dollari, la priorità è chiara.

Per Maggie è inoltre l’occasione per conquistare una vetta della carriera forense: in caso di vittoria sarà ammessa come socia dell’importante studio legale. Non basta: da quel momento potrà ufficializzare la relazione amorosa con il collega Michael (Colin Friels), braccio destro di Quinn, il grande capo (Donald Moffat).

Dunque Maggie parte decisa come un cingolato, tecnicamente avverte già il suo vantaggio e la vittoria in tasca, perché questa si presenta come una causa relativamente facile. La morte improvvisa dell’amata madre (scivolone patetico nello script del film) non fa che aumentare l’ira vendicativa della figlia. Maggie però dovrà confrontarsi con alcune variabili. Il fattore umano, da una parte, rappresentato dal dolore delle vittime e dall’ingenua sincerità di chi aveva lavorato onestamente al progetto dell’auto, compilando rapporti critici che, se scoperti, destabilizzerebbero la linea della difesa. Il fattore paterno, dall’altra: Jed infatti dimostra di non essere solo quell’imperdonabile egoista che umiliò i sentimenti della madre e della figlia, non solo quell’ipocrita che sembra usare i suoi assistiti per autoaffermarsi, dimenticando le loro esigenze finito il processo.

In parallelo, Jed aguzza la vista o semplicemente inizia a guardare Maggie, e vede come abbia sinora sbagliato a definirla arrivista senza cuore né anima. Pian piano realizza che l’atteggiamento cinico di Maggie non è mostruoso, ma conseguente a un trauma di cui lui è in qualche modo responsabile. Non c’è nulla di più difficile che processare sé stessi valutando senza pregiudizi gli argomenti dell’accusa e quelli della difesa, ma è proprio questo che devono fare i due avvocati, prima isolatamente, e poi dialogando tra loro, mentre continuano a battersi in aula e fuori sul caso Argo. Capiscono di avere due nemici comuni, uno interno: il pregiudizio reciproco, di cui liberarsi prima che il giudice sentenzi sul caso dibattuto in aula, e uno esterno: l’avidità senza scrupoli dei potenti. Il finale è intuibile – siamo nella San Francisco della 20th Century Fox, provincia di Hollywood – ma è piacevolmente imprevedibile il modo in cui ci si arriva.

Michael Apted, inglese trapiantato a Los Angeles come Sir Alfred Hitchcock, nel montaggio è abile quanto il maestro del brivido a tenerci in sospeso coi nervi tesi, lasciando incerta fino all’ultimo la soluzione del nodo psico-giuridico. Regista ben collaudato (tra gli altri La ragazza di Nashville, Chiamami Aquila, Gorilla nella nebbia, Gorky Park), in Class Action riesce a sfiorare o perfino affrontare esplicitamente problematiche scomode, di norma tabù per i suoi produttori. Le eccellenti performance dei due protagonisti compensano i punti deboli (pochi) della sceneggiatura.

Il titolo originale è Class Action e non aveva davvero bisogno di traduzione, men che mai di una grossolana come Conflitto di classe. Verrà sempre troppo tardi, il giorno in cui noi spettatori decideremo di intentare una class action contro le case distributrici che maltrattano i titoli originali di film stranieri.  

Michael Apted (1941-2021)

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