Il terrore padano e i terreni K., intervista a Pupi Avati

di Fabrizio Spurio

Giuseppe “Pupi” Avati nasce a Bologna il 3 novembre del 1938. Regista di commedie e di alcuni film thriller dall’ambientazione singolare per l’epoca. Tra i suoi film troviamo una pellicola molto particolare: “Zeder”, del 1983. Il film narra di alcuni esperimenti condotti sui terreni in certe zone della Padania, in cui, se si sotterra un cadavere, questo ritornerà in vita. Un horror particolare, di tensione, più notturno rispetto al precedente “La casa dalle finestre che ridono” del 1976.

Ecco cosa ci racconta il regista a proposito di questa pellicola.

D – Com’è nata l’idea per il film?

R – L’idea nasce il momento in cui sono passato dalla mia Olivetti44 alla macchina elettrica. Amedeo Tommasi mi vendette la sua macchina da scrivere elettrica, la stessa che si vede nel film. La macchina fa si che il nastro si esaurisca. Dovendoli cambiare se si svolgono, si vedeva quello che Tommasi aveva scritto in precedenza. Quindi immaginai: ma se uno acquista una macchina usata, riesce ad entrare nel suo privato. Perché il nastro ha stampato in sé il passato, contenendo magari delle lettere, confessioni, o altro. E quindi Lavia scopre questi misteri svolgendo il nastro della macchina che gli era stata donata dalla compagna. La sceneggiatura era un pretesto per trovarci, fare gossip sui colleghi, parlare dell’ambiente del cinema, e poi alla fine anche per buttare giù qualche idea per la storia da scrivere. Poi a fine riunione io mettevo insieme le cose più interessanti e nella riunione seguente condividevo le mie impressioni, e da li si riprendeva. Contrariamente ad adesso che lavoro da solo, in quegli anni, ’50, ’60 e ’70 era più un fatto d’amicizia, d’insieme. Avevamo voglia di liberarci un pò della solarità di film precedenti come “Una gita scolastica“, tornare un pò a visitare il lato oscuro.

D – Cosa l’ha influenzata nella stesura della storia?

R – Fulcanelli è stato una mia ossessione per molti anni della mia vita, “Il mattino dei maghi” è stato un libro che per circa una decina di anni ha influenzato diversi artisti, non soltanto me, molti anni prima che arrivassero i vari Dan Brown e compagnia. Io alla fantastoria ho dedicato anche una serie televisiva dal titolo “Voci notturne“, scritto da me e diretto da Fabrizio Laurenti. Fulcanelli quindi, con il suo “Misteri delle cattedrali” mi ha sicuramente influenzato.

D- Che ne pensa della diatriba che da anni gira intorno al fatto che il suo film e la trama del libro “Pet Sematary” di Stephen King siano simili?

R – Sarei estremamente lusingato se Stephen King fosse andato in un cinema a vedere il mio film e si fosse appropriato dell’idea per il suo romanzo “Pet Sematary“. Sicuramente “Zeder” è precedente al libro di King, ma sono anche fermamente convinto che ci sono alcune idee che sono nell’aria, e sono semplicemente alla portata di tutti. Una coincidenza. Non ho mai voluto credere di essere stato in qualche modo copiato da lui. Con “La casa dalle finestre che ridono” mi sono messo alla prova con un contesto meno adatto per il racconto gotico. Questa Emilia solare non aveva mai ospitato il racconto nero, quindi il gotico padano nasce per questa ragione, per questo contesto che di solito è molto più adatto al racconto boccaccesco. Questi personaggi emiliani nella commedia italiana sono un po’ relegati in certi clichè: quando si sente l’accento bolognese, per esempio viene in mente la “prostituta”, oppure Peppone, cioè siamo in contesti assolutamente rassicuranti. Con “La casa dalle finestre che ridono“, si va in una direzione tutt’altro che rassicurante. “Zeder” voleva avere uno sguardo simile, con la stessa inquietudine, ma in un contesto più urbano, con esigenze più tecnologiche: ci sono le telecamere nelle casse da morto, queste sale di regia, dove si registrano i video. C’era un voler riportare al moderno, già la macchina da scrivere elettrica, per quel periodo, era un simbolo in questa direzione, rispetto a “La casa dalle finestre che ridono” che invece guardava molto al passato.

D – Quanto è costato il film?

R – Il budget non fu molto alto. Il film fu fatto con la Gaumont di Renzo Rossellini, già esposta con un film costoso che era “E la nave và” di Fellini. Ricordo che Fellini telefonava e voleva queste scenografie enormi, la basculazione del set per simulare l’ondeggiamento della nave, cose estremamente costose per l’epoca. Quindi il nostro era un film più economico, mi sembra che per l’epoca costò circa 200 milioni, quindi bassissimo costo. La scelta del cast fu una cosa che io ritengo un pò commerciale: Gabriele Lavia fu scelto perché veniva dal successo di un film simile: “Chi sei?” E anche il fatto di girare il film in inglese è indicativo del volere una pellicola comunque commerciale, per un genere che, ci dicevano, aveva un mercato più estero che interno.

D- Ci parli delle location.

R – La colonia di Milano Marittima è uno dei posti più spaventevoli che io avevo visto nella mia infanzia, me lo sono portato dentro sempre, e mi hanno detto che il posto oggi è ancora così. Hanno fatto un documentario sui luoghi dove io ho girato e la colonia è rimasta uguale. Un luogo estremamente suggestivo e cinematografico. “Zeder” poteva essere girato ovunque, ma la colonia gli fornisce una sua peculiarità, qualche cosa di assolutamente irripetibile. Ma anche la mia filmografia potrebbe essere contenuta in quell’edificio. C’è una capacità di suggestione, sopratutto per me che ci ho girato anche di notte. E’ priva di senso, un edificio irragionevole, di una dimensione smisurata che non trova il suo senso. Io credo di aver visto la Morte in quell’edificio. La Morte non ha un senso, non ha un sé, iconograficamente la Morte non può essere quella cosa con la falce. La Morte è qualche cosa che tu vedi, e non sai far coincidere con la tua ragione, priva di senso. Sono cresciuto con un’educazione cattolica pre-conciliare, diversamente da quella odierna, nella quale il peccato, la punizione, l’inferno, il prete come figura intermedia tra terra e Cielo. Il sacerdote depositario di misteri, di segreti. Il sacerdote visto nella cultura contadina, nella quale sono cresciuto, è qualcuno che ne sa più di tutti su quello che succede, sul prima e dopo, non come oggi dove è più un assistente sociale che si occupa del bene e del male dei cittadini. Mi ricordo che questi preti, nelle loro omelie, salivano su questi pulpiti e ti osservavano dall’alto, ed io mi sentivo veramente minacciato. Era una forma di religiosità molto cupa, che mi ha segnato e mi ha lasciato dentro l’idea che il prete era quella persona che nascondesse dei segreti che non si poteva rivelare, un custode di segreti. Non a caso in “La casa dalle finestre che ridono“, “Zeder“, “L’arcano incantatore“, c’è questa religiosità segreta, che mi affascina. Credo che se è stato apprezzato questo contrasto è proprio perché l’Emilia Romagna è estremamente solare e rassicurante. L’essere umano difficilmente tende a crogiolarsi nel male. Il matto in quei luoghi è di solito gioioso, un folle come Ligabue, un matto gioioso. Anche tutto il discorso della religiosità, dei riti, degli esorcismi, appartengono più al meridione, dalle mie parti, un pò meno. Non abbiamo girato nulla in teatro, tutte location autentiche, bolognesi. Sulle strade, sul Lido di Spina, nella necropoli etrusca di Marsabotto, e poi con una mini troup a Chartres nella cattedrale. E questa cattedrale, che tornando a Fulcanelli, per lui sono dei codici di misteri in forma architettonica, dovrebbe avere sepolta nelle sue fondamenta l’Arca dell’Alleanza. Era quindi la più misteriosa di tutte quelle disseminate in Francia.

D – Come si è trovato a lavorare con il direttore della fotografia Franco Delli Colli e con il musicista e compositore Riz Ortolani?

R – Con Franco Delli Colli, direttore della fotgrafia, ho avuto un rapporto altalenante. Lui è stato il direttore di fotografia con cui ho debuttato alla regia, e si rese subito conto che io non avevo nessuna conoscenza del cinema. Quindi con lui anche adesso ho una sorta di sudditanza in quanto la fotografia è il fulcro del film. Quindi realmente chi comanda? Il direttore della fotografia! Perché è lui che crea l’immagine e decide le illuminazioni, sistemando le lampade con tutto il tempo che gli occorre, e a me rimane giusto il tempo per spiegare la scena e dirigere gli attori. E quindi molto spesso questa cosa ha prodotto tra me e Franco degli scontri che ci hanno portato a non concludere il film insieme. Con Riz Ortolani c’è stato un rapporto di fedeltà che è durato per ventotto film, dovuto al fatto che sia io che lui avevamo una discreta conoscenza della musica. Mi bastava dirgli il nome di un compositore e lui già sapeva tutto di quello che volevo per un determinato film. Il fatto che lei risorge ma che l’abbraccio mortale è l’indicazione che non si dovrebbe andare molto in fondo con la curiosità. La curiosità di Barbablù.Credo che questo sia un film minore della mia produzione perché su di lui incombe “La casa dalle finestre che ridono“.

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