Pink Floyd: Live at Pompeii, di Adrian Maben (1972)

di Andrea Lilli –

Da qualche giorno stanno riaprendo al pubblico i musei e i siti archeologici. Speriamo sia l’inizio della fine dell’emergenza Covid-19: qualcuno non ce la fa più a reggere l’astinenza dal cinema, il digiuno di concerti, il blocco dei luoghi collettivi della cultura. Non bastano internet, il collegamento online h24, la tv (ogni tipo di tivvù), i tvb a distanza. La prolungata chiusura di sale, teatri, auditorium, combinata al coprifuoco serale e al semaforo giallo arancione rosso, è diventata insopportabile per chi non s’accontenta di monitor, display, rettangolini di pixel a una piazza, celle d’isolamento wi-fi, giri del mondo intorno alla propria camera.

E allora per uscire dal qui e ora prendi il treno dei tuoi pensieri, accendi la macchina del tempo, e torni con la mente al passato, visto che l’avvenire è un buco nero in fondo al dpcm. Rammenti le attese, gli appuntamenti, le code alla cassa, lo stacco dei biglietti, le maschere (non quelle da indossare), i colpi di tosse prima dello spettacolo, per non farli durante perché daresti fastidio, non sei in un coro ma fai comunque parte di un ensemble. Ricordi i grandi cinema, non i multisala, ne bastava una sola, ma era sempre piena. E i piccoli cinema d’essai, le poltroncine spartane di legno, oppure imbottite ammuffite, le rassegne tematiche, due o più film al giorno. Gli intervalli per sgranchirsi le gambe, andare al bagno, commentare a bassa voce il primo tempo, o restare seduti zitti e riflettere, senza il cellulare, che non era stato ancora inventato. Riflettere guardando lo specchio che non riflette, lo schermo bianco in cui tutti guardano lo stesso film ma ognuno vede una cosa propria, diversa da quelle altrui, lo schermo come una luna piena che ci illumina illuminandosi di un film, anche un film di mezzo secolo fa come Pink Floyd a Pompei, per esempio a via Pompeo (sic) Magno, nel minuscolo Labirinto, ex Cineclub Tevere, chiuso definitivamente da tredici anni.

Un film di antichi romani. Quelli che ascoltavano i Pink Floyd negli anni ‘70 del secolo scorso, e quelli, più sfortunati, che nel 79 d.C. si trovarono ai piedi del Vesuvio, quando il gigante si risvegliò e distrusse tutto in due giorni d’inferno. Un documento che di queste civiltà scomparse fa vedere e ascoltare tracce magnifiche: la musica, l’anfiteatro in cui fu suonata, davanti a nessuno, ma non per evitare una pandemia, bensì per l’acustica migliore, o per rispetto verso i sepolti nella lava, o per dare spazio e risalto alla cornice del paesaggio, alle architetture, ai reperti archeologici: gli spalti, le arcate, le colonne, i basolati, le statue, i mosaici, gli affreschi, la canottiera di Nick Mason, i pantaloni a campana di David Gilmour, il basso a quattro corde di Roger Waters e l’organo Farfisa di Richard Wright. O semplicemente perché il Ministero o la Soprintendenza non aveva dato ai “FLOID” il permesso di riempire l’anfiteatro di spettatori.

Fu già straordinaria la concessione di occuparlo in esclusiva per sei giorni di riprese. In quell’epoca, il mondo del rock progressivo era diviso in numerose fazioni: c’erano i fan degli Emerson Lake & Palmer, i discepoli dei Genesis, i fissati degli Yes, i seguaci dei Jethro Tull, i fedeli dei King Crimson, gli accademici dei Gentle Giant, tante altre autorevoli scuole ed eresie si contendevano le arene. Evidentemente i funzionari responsabili dei nulla osta pompeiani erano devoti dei Pink Floyd. Chi scrive era un mercenario agnostico, cane sciolto che annusava qua e là ogni gruppo, scambiava i vinili a Porta Portese tenendosi il meglio, registrava il resto su audiocassette, che tuttora emettono suoni. Quando uscì nelle sale, non c’era dubbio che questo film fosse un evento da non perdere, unico nella storia dei Pink Floyd, del rock, del cinema musicale. Da manuale anche per quanto riguarda l’evoluzione della fruizione di massa dei luoghi museali: un’intera generazione, grazie ad un concerto a porte chiuse di un gruppo rock inglese, scoprì il fascino dell’area dei Campi Flegrei e mise in agenda una visita agli scavi di Pompei, che tuttora beneficiano di questo colpo di fulmine tra musica e storia bimillenaria mediato dal cinema. Un vero miracolo, tanto più che Pink Floyd: Live at Pompeii è uno e trino: il regista ne confezionò tre edizioni, più corollari vari, come vediamo di seguito.

1. 1972 – Il film originale – Versione per la TV

Narra la leggenda che lo scozzese Adrian Maben, in vacanza da quelle parti, tornato una sera in albergo si accorse di avere smarrito il passaporto. Suppose che gli fosse caduto durante la visita all’anfiteatro romano, e ci tornò poco prima del tramonto, restando impressionato dal silenzio che nel frattempo era calato sul posto, vuoto di persone, colmo di bellezza e di storia. Si ricordò della proposta che aveva fatto tempo prima al manager dei Pink Floyd, senza aver suscitato entusiasmi: un documentario in cui associare la loro musica così visionaria, immaginifica, alle opere di artisti celebri (Magritte, de Chirico). Formulò il nuovo progetto, che venne accolto. Non sappiamo se Maben recuperò il passaporto, ma l’infortunio gli ha sicuramente procurato altre soddisfazioni. La sua idea di concert film a porte chiuse, in totale opposizione al modello di Woodstock, condivisa dai Pink Floyd, fu quella giusta. Il gruppo era in una fase di transizione delicata: privo da tre anni della bussola psichedelica di Syd Barrett stava navigando verso un rock progressivo più morbido, con meno acidità (lisergiche), ma non aveva ancora definito compiutamente il proprio stile, quello che porterà alle vette artistiche e commerciali di The Dark Side of the Moon (1973) e di Wish You Were Here (1975). Pubblicato nel 1970 Atom Heart Mother, era in fase di incisione Meddle. Sono dunque le melodie di quest’ultimo, in particolare la malinconica suite Echoes, ad innervare la scaletta di Live at Pompeii. I quattro suonano a torso nudo o in maglietta, di giorno e di notte, senza tanti orpelli o effetti speciali. Vediamo alternarsi fotografie di paesaggi archeologici e tesori museali (statue, mosaici, bassorilievi), e sequenze di passeggiate per la Solfatara di Pozzuoli, là dove erano già stati immortalati Totò (47 morto che parla, Bragaglia 1950) e Ingrid Bergman (Viaggio in Italia, Rossellini 1954). Questa prima versione del film, solo musicale, fu girata in soli quattro giorni e dura un’ora. I committenti erano tre televisioni pubbliche: bavarese, francese e belga, una co-produzione che anticipava di vent’anni la benemerita sinergia franco-tedesca di ARTE TV.

2. 1974 – Versione per le sale cinematografiche

Per la distribuzione nei cinema il materiale era giudicato insufficiente dal regista. Di sei giorni concessi per le riprese, già pochi, Adrian Mabel ne sfruttò solo quattro a causa di un problema dell’alimentazione elettrica, che fu risolto “all’italiana” (parole sue), ovvero con una perdita di tempo imprevista. La band volle suonare senza playback, il che rallentò ulteriormente i ritmi di esecuzione. Inoltre, alcune bobine del ’71 si erano perse. Mabel allora inserì nel film sequenze girate negli studi EMI di Abbey Road, a Londra, dove nel 1972 i Pink Floyd stavano lavorando all’album del loro maggior successo, The Dark Side of the Moon. Nel montaggio le riprese in anfiteatro, molto suggestive ma incomplete, sono integrate da registrazioni effettuate in uno studio parigino. In questa versione di Live at Pompeii, la più apprezzata dal pubblico musicale, lunga 25 minuti più della prima, vediamo i Pink Floyd lavorare su alcuni brani del LP ormai in dirittura d’arrivo, fare colazione nella mensa aziendale e farsi intervistare brevemente dal regista. Parlano tra loro con leggerezza e humour, lontanissimi dalle pesanti scenografie dei successivi show, ancora non litigano velenosi armati di avvocati. Quisquilie, pinzillacchere aggiunte forzatamente che possono anche essere interessanti, sostenibili, ma annacquano e intorbidano la semplice e solenne bellezza musicale e visiva del live originale.

3. 2002 – Director’s Cut – Versione per DVD

A trent’anni dalla prima edizione, ecco che Maben torna dalla gallina rosa a cercare altre uova d’oro. Per l’edizione in DVD allunga il film di altri sei minuti, ma fa una manipolazione disastrosa. Inventa una scenografia kitsch e priva di senso fatta di pianeti, lune, satelliti, rampe di lancio astronautico. Inserisce fastidiose ricostruzioni virtuali della città antica di Pompei e altre animazioni. Ma soprattutto, trasforma il formato 4:3 della pellicola originale in un 16:9 che taglia l’altezza delle immagini, mutilandole. Più volte la cima del Vesuvio viene tranciata, i musicisti giustiziati alla testa da un’ascia più spietata di quella di Eugene. Unico merito del DVD, è di offrire nei contenuti speciali la versione originale del 1972.

Nel 2003 Maben diffonde Chit Chat with Oysters, un altro suo documentario sui Pink Floyd, prodotto in Francia: 53 minuti di interviste e footage, dove l’apice dell’interesse dovrebbe rivolgersi al loro modo di aprire, condire e ingerire ostriche, accompagnandole con birra.

Nel 2016 l’orribile versione in DVD del Live at Pompeii viene aggiunta nel cofanetto The Early Years 1965-1972, con alcune cancellazioni e spostamenti dei brani. Nello stesso anno, Maben collabora con David Gilmour per i suoi “45 anni dopo”: due giorni di concerto, rieccolo il 7 e 8 luglio 2016 all’anfiteatro romano per lanciare il nuovo album, stavolta con effettoni specialissimi e pubblico pagante, molto pagante. Tutto questo sfruttamento del ricordo del concerto di ottobre ’71 comunque misura l’onda lunga del suo impatto nell’immaginario musicale. Non stupisce quindi che, assecondando una durevole suggestione, altre istituzioni museali, come la Sovrintendenza Capitolina, si servano ancora del richiamo del nome dei Pink Floyd nelle loro offerte didattiche.


Pink Floyd a Pompei, nella sua edizione cinematografica, è visibile QUI .


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