Fight Club, di David Fincher (1999)

di Roberta Lamonica

“Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con 500 canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, l’arredatrice, poche calorie, Marta Stewart… F*****o Marta Stewart… Marta sta lucidando le maniglie sul Titanic… va tutto a fondo, bello… Le cose che possiedi, alla fine ti possiedono. Perciò v********o tu e il tuo divanetto a strisce verdi di Omar Shab della String”. (Tyler Durden)

Fight Club  | re-movies
Locandina

Premessa

La crisi dell’uomo moderno e la perdita di certezze legate alla propria posizione in un universo senza Dio ha dato un grande impulso al consumismo come vuoto riempitivo, droga che dà assuefazione e nuovi compulsivi bisogni. Bisogni il cui mancato soddisfacimento diventa ossessione, sofferenza e causa della perdita del senso della propria esistenza. Schopenhauer ipotizzava che ricondurre all’ordine la volontà – che desidera in modo disperato e continuo – comporta l’esperienza del dolore e che uno dei massimi risultati conseguibili è la consapevolezza di quella sofferenza.

Nel 1999, alla fine del XX secolo, in un clima di incertezza e inquietudine, David Fincher si mette al lavoro sul romanzo di Chuck Palahniuk, “Fight Club”. Il risultato è un film anarchico, stordente e caotico, esaltato dalla capacità di Fincher nel provocare lo spettatore con dialoghi e immagini forti, ipertrofiche, crude e violente, eppure caratterizzato da un ordine interno stupefacente. Fincher trova nel romanzo di Palahniuk lo spunto per la sua critica alla società, iniziata con Se7en, che qui sviluppa in una critica sferzante dei valori che caratterizzano il maschio americano, ‘aspirational’ per definizione, forte e violento per vocazione. Grazie a una colonna sonora strepitosa dai suoni morbosi, (realizzata dai Dust Brothers) che copre un ampio spettro di ansie, costruendo suoni sporchi come gli scantinati del film, e anche grazie alla brillante sceneggiatura di Jim Uhls, Fincher costruisce un meccanismo perverso e perturbante che non può lasciare indifferenti.

La Trama

Edward Norton Fight Club | re-movies
Jack

Nel film il mite e ordinario narratore-protagonista Jack incarna dolorosamente l’esperienza della sofferenza e del conseguente nichilismo dell’uomo della società dei consumi: anonimo, perdente, annoiato, straniato, insoddisfatto, alla ricerca continua di un nuovo oggetto che ne definisca l’esistenza; ‘singolo’ come il kit di conforto e il posto sugli aerei che prende per garantire il profitto dell’agenzia assicurativa per cui lavora e che non si fa scrupolo di lucrare sui morti per incidenti stradali che dovrebbe liquidare. Immerso in una notte quasi perpetua di neon e di blu (ricca di potenza espressiva la fotografia di Jordan Cronenweth, già direttore della fotografia di Blade Runner), impersonale come i mobili svedesi che (non) adornano il suo appartamento, il narratore che parla di se stesso come Jack, appunto, e di cui non conosciamo il nome per gran parte del film, manifesta il suo disagio esistenziale con un’insonnia che lo mantiene in uno stato di non-vita, quasi un morto vivente che espleta le sue funzioni spinto dal flusso dell’orgia capitalista in cui vive, novello Travis Bickle (non) sopravvissuto alla guerra dei consumi. È solo attraverso il contatto parassitario con la sofferenza nella sua forma estrema – la malattia terminale o invalidante – conosciuta nei centri di mutuo sostegno, che riesce a trovare un qualche sollievo al peso di vivere. Ciò fino a quando però non incontra un altro essere disperato come lui, Marla, vampiro metropolitano che vive come lui della sofferenza degli altri, donna fragile e autolesionista, che mette a repentaglio il seppur precario equilibrio appena ritrovato da Jack.

Helena Bonham Carter (Marla) | re-movies
Marla e Jack

È a questo punto che Jack incontra Tyler Durden, alter ego spavaldo, sfrontato, vincente. In seguito all’incendio del suo appartamento, Jack chiederà ospitalità a Tyler e i due, quasi per caso, come a suggellare un patto di sangue primitivo e pre razionale, iniziano a organizzare combattimenti clandestini, moderati da regole di segretezza molto precise, violenti e senza scopo, se non quello di trovarsi svuotati da ogni emozione, da ogni dolore a parte quello fisico, sfiniti e sanguinanti sul pavimento di uno scantinato. Ben presto il Fight Club attirerà accoliti e si trasformerà in una vera e propria organizzazione paraterroristica con tratti dittatoriali, guidata con sempre maggiore esaltazione dall’ineffabile Tyler e animata dalla volontà di distruggere il mondo capitalistico occidentale. Tutto ciò avrà delle conseguenze imprevedibili, almeno per Jack.

Brad Pitt ( Tyler Durden) | re-movies
Tyler e Jack

Analisi di Fight Club

David Fincher mostra tutto il suo talento nella padronanza del mezzo tecnico cinematografico che a più riprese ricorda l’andamento convulso dei videoclip musicali di cui il regista ha grande esperienza. Di fronte alla manipolazione dell’uomo da parte del sistema consumistico-pubblicitario che ne annienta la capacità di discernimento, l’unica soluzione sembra essere la distruzione della ‘realtà’ per una completa palingenesi. Una distruzione per esplosione di tutti i simboli di quello stesso sistema che vede nel successo individuale e nel benessere l’unica modalità di autoaffermazione e che ricorda la deflagrazione finale di Zabriskie Point, di Antonioni.

Edward Norton e Helena Bonham Carter ( Fight Club) | re-movies
Jack e Marla durante un incontro

Ma la riaffermazione della propria individualità, per Jack, passa attraverso la scissione e successiva dissociazione dalla parte peggiore di sé, un Doppelganger aperto a tutte quelle possibilità mai esplorate e imprigionate dall’obbedienza alle convenzioni sociali; quella parte che libera tutte le frustrazioni narcisistiche nascoste sotto un’apparente e rassicurante insignificanza. Jack sembra cedere con assoluta obbedienza e sottomissione al maligno, iper violento e affabulatore, rappresentato da Tyler, che sembra portarlo ad abbracciare la cupa ineluttabilità della morte e degli eventi. Le regole stesse del Fight Club, depongono per questa natura scissa dell’io (la prima regola viene ripetuta due volte, quasi a voler ‘parlare’ a due individui distinti). Secondo Otto Rank la figura del Doppelganger nascerebbe da una proiezione narcisistica dell’io motivata dal bisogno di negare la morte e assicurare la vita eterna. Ma spesso l’alter ego finisce con l’acquisire un potere perturbante (unheimlich) perché accentua tutto ciò che l’io ha rimosso e la sua stessa sinistra apparizione ricorda l’inevitabile fatalità della morte.

Brad Pitt Fight Club | re-movies
Tyler Durden

A tale visione di irrimediabile pessimismo, Fincher oppone la possibilità di un ricomposizione dell’equilibrio individuale tramite una solidarietà sentimentale, una forza emotiva che possa resistere, pur nella devastazione di esistenze inadatte e inadeguate, alla distruzione metaforica del mondo come Jack lo ha conosciuto. Jack riesce nella coraggiosa eliminazione del suo alter-ego e si apre alla possibilità di un “mondo nuovo” con nuovi orizzonti, finalmente liberati – anche visivamente – dai palazzi-simbolo del potere economico.

Fight Club scena finale | re-movies
Jack, Marla e la deflagrazione

Superbe le interpretazioni degli attori, dall’intensa e oscura interpretazione di Helena Bonham Carter, unica e indimenticabile, strenuo simbolo femminile che resiste alla eliminazione, in quanto rappresentante e responsabile dell’ iperfemminilizzazione della società (“Se avessi un tumore lo chiamerei Marla”); al mefistofelico e carismatico Tyler di Brad Pitt, fino al bravissimo Edward Norton, che con misura e naturalezza dona un’ampia gamma di sfumature espressive al suo personaggio.

Fight Club | re-movies
Fight Club

Film culto in cui la violenza fisica è direttamente proporzionale alla rappresentazione della violenza con cui la società dei consumi ci annienta: il grasso delle liposuzioni per rincorrere un’ideale di perfezione estetica, l’urina nelle zuppe dei ricchi banchetti nuziali negli hotel di lusso, la manipolazione dell’immagine filmica per veicolare contenuti punk. Fight Club è un film stratificato e complesso, atto d’accusa a un mondo arrivato al suo nadir; eppure la pellicola in qualche modo potrebbe essere letta come una glorificazione della violenza, quasi un vangelo di anarchia e fascismo. Il Progetto Mayhem e il cameratismo maschio del Fight Club degenerano nella formazione di un gruppo ‘malato’ che, solo nel vagheggiamento di un nuovo nazismo quasi, riprodotto nell’iconografia e nei canoni estetici, dia loro un senso esistenziale nel mare putrido del rifiuto sociale di cui si sentono vittime. E quindi, “Prima regola del Fight Club: guardare con molta attenzione e il dovuto distacco Fight Club”.

Meat Loaf Fight Club  | re-movies
Bob

6 risposte a "Fight Club, di David Fincher (1999)"

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    1. Grazie, wwayne. Nel complesso non è un film che abbia amato particolarmente. Credo che l’aspetto più interessante sia lo spaesamento di fine millennio, l’ansia da ‘bug’, il caos che cerca di ricomporre un equilibrio, in qualche modo. In questo il film è riuscitissimo, secondo me.

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